Archive for 6 Luglio, 2011

6 Luglio, 2011

T.I.N.A. There Is No Alternative

by gabriella
Margaret Thatcher (1925 - 2013)

Margaret Thatcher (1925 – 2013)

Tratto dalla voce There is no Alternative della Wikipedia anglosassone (traduzione mia).

There is no alternative, (T.I.N.A) era una delle formule più spesso usate da Margaret Thatcher, primo ministro conservatore del Regno Unito.  In politica e in politica economica ha assunto il significato che “there is no alternative” (non c’è alternativa) allo status quo del sistema economico e alle politiche neoliberali. Il principale argomento del liberalismo economico sostiene infatti che il libero mercato (free markets), il libero commercio (free trade), e la globalizzazione economica (capitalist globalization) sono l’unico modo in cui le società moderne possono funzionare, così che qualunque deviazione dalla sua dottrina conduce necessariamente al disastro.

La frase ha assunto il suo tono enfatico nel lessico del filosofo liberale Herbert Spencer.

Possiamo considerare l’effetto TINA il perfetto opposto dell’utopia. Infatti, come questa rappresenta l’apertura di possibilità senza la quale nessun cambiamento è possibile (e del tutto indipendentemente dalla sua realizzabilità), TINA ne costituisce la chiusura pregiudiziale.

 

6 Luglio, 2011

Paolo Virno, Antropologia e teoria delle istituzioni

by gabriella

Non vi è indagine sulla natura umana che non porti con sé, come un passeggero clandestino, almeno l’abozzo di una teoria delle istituzioni politiche. L’analisi degli istinti e delle pulsioni della nostra specie contiene sempre un giudizio sulla legittimità del Ministero degli Interni. E viceversa: non vi è teoria delle istituzioni politiche degna di questo nome che non adotti, quale suo celato presupposto, l’una o l’altra rappresentazione dei tratti che distinguono l’Homo sapiens dalle altre specie animali. Per tenersi a un esempio liceale, poco si comprende del Leviatano di Hobbes se si trascura il suo De homine.

Il nesso tra riflessione antropologica e teoria delle istituzioni è stato formulato con grande schiettezza da Carl Schmitt nel settimo capitolo del suo Il concetto del ‘politico’ . Egli scrive:

Si potrebbe analizzare tutte le teorie dello Stato e le idee politiche in base alla loro antropologia, suddividendole a seconda che esse presuppongano, consapevolmente o inconsapevolmente, un uomo “cattivo per una natura” o “buono per natura”. […] Nell’anarchismo dichiarato è immediatamente chiara la stretta connessione esistente tra la fede nella “bontà naturale” e la negazione radicale dello Stato: l’una consegue all’altra ed entrambe si sorreggono a vicenda. […] Il radicalismo ostile allo Stato cresce in misura uguale alla fiducia nella bontà radicale della natura umana. […]

Se l’uomo fosse un animale mite, votato all’intesa e al reciproco riconoscimento, non vi sarebbe necessità alcuna di istituzioni disciplinanti e coercitive. La critica dello Stato, sviluppata da anarchici e comunisti, trae alimento, secondo Schmitt, dall’idea pregiudiziale di una “bontà naturale” della nostra specie. Se però, come tutto lascia credere, l’Homo sapiens è un animale pericoloso, instabile e (auto)distruttivo, sembra inevitabile, per tenerlo a freno, la formazione di un “corpo politico unitario” che eserciti, parole di Schmitt, un incondizionato “monopolio della decisione politica”.

Credo che bisogna confutare alla radice la tesi di Schmitt. A mio giudizio, la rischiosa instabilità dell’animale umano – il cosiddetto male, insomma – non implica affatto la formazione e il mantenimento della sovranità statale. Al contrario. Il “radicalismo ostile allo Stato” e al modo di produzione capitalistico, lungi dal presupporre l’innata mitezza della nostra specie, può trovare il suo autentico piedistallo nel pieno riconoscimento dell’indole “problematica”, cioè indefinita e potenziale (dunque anche pericolosa), dell’animale umano. La critica del “monopolio della decisione politica”, e in genere di istituzioni le cui regole funzionino come una coazione a ripetere, deve poggiare proprio sulla constatazione che l’uomo è “cattivo per natura”.

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6 Luglio, 2011

Censis, meno di 1000 euro di pensione per i giovani dipendenti (più fortunati)

by gabriella
“Repubblica”, 6 luglio 2011
 Secondo uno studio, il 42% dei lavoratori che si ritirerà nel 2050 con introiti anche più bassi di quelli ricevuti a inizio carriera. La previsione riguarda solo la fascia che oggi ha già un contratto fisso

Meno di 1000 euro di pensione per i giovani dipendenti

ROMA – Il 42% dei lavoratori dipendenti che oggi hanno fra i 25 e i 34 anni andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese. E’ uno dei risultati del primo anno di lavoro del progetto ‘Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali’ di Censis e Unipol, che mostra anche come la percentuale dei futuri pensionati ‘under 1000’ sia assai maggiore di quella attuale dei dipendenti in questa fascia di età con uno stipendio inferiore ai mille euro, ovvero il 31,9%. Ciò significa che in molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera.

La previsione, aggiunge il Censis, riguarda i più ‘fortunati’, cioè i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard: poi ci sono un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano nè lavorano.

Nel 2030 gli anziani over 64 anni saranno più del 26% della popolazione totale: ci saranno 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attivi in meno. A fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% calcolato per il 2010, nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi), mentre gli autonomi vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40% (a 68 anni con 38 anni di contributi).

6 Luglio, 2011

Luigi Cavallaro, La società degli individui

by gabriella
Thomas Hobbes

Thomas Hobbes

Auguste Comte

Auguste Comte

La spinta alla cooperazione nasce da un interesse egoistico. Per questo bisogna prendere le distanze da una metodologia di indagine della realtà che rimuove la centralità dell’individuo nella costruzione dei legami sociali. E’ quanto sostiene Giovanni Jervis nel suo ultimo libro «Individualismo e cooperazione». Ma così facendo l’autore cancella il carattere storico degli stessi concetti. Tratto da Il Manifesto, 27 febbraio 2003.

E’ stata la teoria dei giochi a fornire a biologi e psicologi la «cassetta degli attrezzi» necessaria per stilizzare le forme più semplici della competizione e della cooperazione. Il rapporto tra individui è da allora visto come il confronto tra «razionalità limitate» alla ricerca della migliore strategia per affrontare una situazione «incerta».

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6 Luglio, 2011

Annamaria Rivera, Con l’arma impropria dell’universale

by gabriella

 A partire dal fatidico 11 settembre, uno spettro è tornato ad aggirarsi per l’Europa: il “relativismo culturale”. In Italia soprattutto, non v’è articolo, commento, intervista su controversie riguardanti i rapporti fra “noi” e gli “altri” che non si apra o si chiuda con un’invettiva contro il relativismo.  Che si tratti della questione del  foulard detto islamico o del dibattito sulle cosiddette mutilazioni dei genitali femminili, del rapporto con l’islam “trapiantato” oppure del giudizio sulla guerra preventiva, la rampogna antirelativista è divenuta luogo comune delle retoriche di destra, ma condiviso da non pochi locutori di sinistra. Cosa, quest’ultima, alquanto sorprendente se si considera che il tema del rifiuto del relativismo –che nel linguaggio neocons significa indiscutibilità del fondamentalismo cristiano e del connesso progetto imperiale armato – è ricomparso sull’onda dell’offensiva della nuova destra americana e della pretesa della superiorità assoluta della “civiltà occidentale”. Circa l’uso politico della deprecazione del relativismo, rigore vuole, tuttavia, che si faccia distinzione fra varianti di destra e varianti di sinistra: nella variante guerresca alla Marcello Pera, occorre sbarazzarsi del relativismo –“la sofferenza dell’Occidente”- perché appaia chiaro che la guerra preventiva è soluzione necessaria per quanto dolorosa; nelle varianti di sinistra, il relativismo culturale è deprecabile perché alimenta il “comunitarismo” (côté francese) oppure perché è rinuncia a principi quali  l’uguaglianza fra i generi (côté italiano, oltre che francese).

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6 Luglio, 2011

Augusto Illuminati, Il saper fare che cancella il comando e l’obbedienza

by gabriella

La recensione di Illuminati a Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze uscita su deleuzeIl Manifesto del 24 novembre 2007. Ho linkato al testo le lezioni di Deleuze, reperibili dal portale WebDeleuze.com anche nella traduzione italiana.

Dal punto di vista autoriale e proprietario incerto è lo statuto di questo Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza di Gilles Deleuze, curato e prefato da Aldo Pardi per Ombre Corte (pp. 202, euro 18,50) – versione italiana della sbobinatura, reperibile in rete (www.webdeleuze.com), delle lezioni dedicate a Spinoza (gennaio 1978; novembre 1980-marzo 1981) – ma che meraviglia di immediatezza filosofica e di efficacia didattica.

Naturalmente viene spontaneo raffrontarla con i grandi testi consacrati negli anni ’60 dallo stesso Deleuze all’Olandese nonché al complementare Nietzsche. Qui è più evidente per un verso il confronto con la tradizione accademica più innovativa (Martial Gueroult e Ferdinand Alquié), per l’altro un corpo a corpo con il testo che consente una trasmissione impagabile al pubblico, con un’esplicita traduzione esistenziale e politica dei luoghi più astratti dell’ontologia, anzi con l’assunzione tutta politica della dimensione ontologica.

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