Archive for agosto, 2011

agosto 31st, 2011

Carlo Galli, Tasse. Scenari, I soliti ignoti

by gabriella

La Parola

Tasse

(di etimo analogo al verbo ‘tassare’: dal latino taxare, derivato a sua volta da tangere [toccare], col significato di ‘valutare toccando’, ‘soppesare’, e anche di ‘biasimare’, ‘tacciare’).
Propriamente la tassa è un importo dovuto dai cittadini allo Stato in cambio di prestazioni (es., la tassa portuale), e si distingue dall’imposta che invece colpisce liberamente il patrimonio o il reddito (imposta diretta) oppure il movimento di ricchezza (imposta indiretta). Tuttavia, nel linguaggio comune, con ‘tasse’ si intende di solito l’insieme dei tributi che lo Stato esige dai cittadini (il potere d’imporre tasse appartiene, di norma, a enti pubblici sovrani, come lo Stato, e a enti territoriali, come le Regioni e i Comuni, che derivano tale potere dallo Stato).

Il rapporto tasse-politica è quindi strettissimo. L’età moderna conosce, a questo riguardo, tre dinamiche fondamentali. La prima è la progressiva conquista, da parte dello Stato, del monopolio della tassazione e dell’imposizione fiscale, per farne un diritto di sovranità (come il legiferare, l’amministrare la giustizia, il battere moneta, il dichiarare guerra) e uno dei segni del proprio controllo del territorio e della popolazione: per tassare, lo Stato deve, infatti, conoscere la quantità e la qualità delle persone, delle loro ricchezze e delle loro attività economiche (la scienza statistica). La seconda è la lotta dei cittadini per determinare autonomamente il livello della tassazione, senza subirlo da parte del potere regio: i Parlamenti, rappresentativi della sovranità popolare, hanno infatti come compito fondamentale l’approvazione del bilancio dello Stato, delle sue uscite (le spese) e delle sue entrate (le tasse). Questo collegamento fra tasse e cittadinanza (che nel mondo anglofono si espresse nello slogan no taxation without representation) significa che il  peso fiscale non deve essere interpretato come un servaggio, come un tributo pagato dai vinti ai dominatori, ma come la consapevole partecipazione dei cittadini al bene comune. La terza dinamica è la progressiva abolizione dei privilegi (i nobili, durante l’Ancien Régime, erano esenti da tasse): poiché la tassazione è collegata alla cittadinanza, tutti i cittadini devono essere uguali davanti al fisco.

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agosto 30th, 2011

Commotion, il progetto di un’Internet libera da qualunque controllo. Il progetto di una rete “ombra” per difendersi dalla censura

by gabriella

Le Monde di oggi riferisce della nascita di Commotion: non un gadget qualunque, ma la possibile killer application di una comunicazione senza controllo totalmente gratuita, cioè (come spiega l’articolo) “l’utopia suprema degli hacker e dei militanti libertari del mondo intero”: Commotion consiste infatti in reti wireless collegate tra loro attraverso frequenze libere e raggiungibili senza linea telefonica.

Chi conosce l’architettura di Internet sa che la gratuità e la libertà di questo mezzo di comunicazione entrano sistematicamente in contraddizione con la controllabilità e la necessità di stipulare un contratto di accesso alla rete con un provider telefonico (ISP). Commotion sembra spazzare via questo limite…

LEMONDE | 30.08.11 | 17h28   •  Mis à jour le 30.08.11 | 18h44

Une vingtaine de jeunes gens finalisent un logiciel permettant la création de réseaux sans fil à haut débit 100 % autonomes, qui fonctionneront sur les fréquences Wi-Fi, sans s'appuyer sur aucune infrastructure existante.

Une vingtaine de jeunes gens finalisent un logiciel permettant la création de réseaux sans fil à haut débit 100 % autonomes, qui fonctionneront sur les fréquences Wi-Fi, sans s’appuyer sur aucune infrastructure existante. Conspiritech / Wikimedia commons

Una ventina di giovani realizzano un programma che permette la creazione di reti senza fili a banda larga, autonome al 100%, che funzionano su frequenze Wi-fi, senza appoggiarsi ad alcuna infrastruttura esistente.

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agosto 29th, 2011

Benasayag, Schmit, Il desiderio è il fondamento stesso dell’apprendimento

by gabriella

Stralcio dal libro di Miguel Benasayag (Les passions tristes. Souffrance psychique et crise sociale, Paris, 2003) questo passaggio significativo sull’educazione e la trasmissione di cultura:

“E allora come è possibile ormai educare, trasmettere e integrare i giovani in una cultura che non solo ha perduto il  proprio fondamento principale ma l’ha visto trasformarsi nel suo contrario, nel momento in cui il futuro-promessa è diventato futuro-minaccia? Alla fine, la cosa più strana è che questo cambiamento passi pressoché inosservato. Le diverse istituzioni deputate a educare, a trasmettere e a curare ciò che va male agiscono come se non ci fosse nessuna crisi, come se ci fossero solo delle difficoltà da superare, con l’aiuto della tecnica e un po’ di buona volontà. Tra gli “ideali patchwork” che si sostituiscono alle speranze della modernità e che si sforzano di nascondere la crisi, ce n’è uno che ci interessa in modo particolare. Si tratta del passaggio dal desiderio alla minaccia.

Oggi, per i giovani, la minaccia del futuro si è sostituita all’invito a entrare nella società, a condividere, a conoscere e ad appropriarsi dei beni della cultura. Sembra che la nostra società non possa più “concedersi il lusso” di sperare o di proporre ai giovani la loro integrazione sociale come frutto e fonte di un desiderio profondo. Si dimentica quale sia secondo Freud – come per i suoi successori, ma soprattutto per la stragrande maggioranza degli insegnanti e degli educatori – la motivazione dell’apprendimento: il desiderio di imparare e di comprendere.

Freud spiega la possibilità di cominciare a imparare, a educarsi e, in sintesi, ad accedere alla cultura, mediante il concetto di sublimazione della libido. Secondo Freud, crescendo il bambino accetta di sublimare – o potremmo dire di negoziare – una parte della sua libido, owero della sua energia vitale, del suo desiderio, passando così da una posizione autocentrata, la cosiddetta libido narcisistica, a una preoccupazione e attenzione rivolte al mondo esterno che Freud definisce libido oggettuale. Una parte di tale processo consente ai bambini di assumere la propria umanizzazione come un divenire. Questo passaggio è descritto da Freud con il concetto di pulsione epistemofilica: l‘espressione indica la capacità del bambino di aver desiderio di imparare, consacrando una parte della sua libido agli oggetti del mondo che deve apprendere, comprendere e abitare.
Il desiderio è quindi, semplicemente il fondamento stesso dell’apprendimento. Sicuramente l’apprendimento scolastico è anche “utile” al bambino, perché se ne può servire nella vita quotidiana. Ma è il frutto del desiderio e della pulsione epistemofilica, e non di un semplice utilitarismo. Non si tratta semplicemente di essere informati, perché l’educazione non si riduce all’assimilazione di una “modalità d’impiego della vita”...

agosto 25th, 2011

Cile e Messico, le proteste studentesche contro la privatizzazione dell’istruzione superiore. Fabrizio Lorusso, Cile, Messico, Italia: Camila Vallejo, il declino

by gabriella

Davanti alle stesse politiche dell’istruzione, dall’Inghilterra all’Italia, al Cile, si assiste alla stessa protesta. Anche in Cile l’aumento delle tasse universitarie genera la fioritura bancaria dei “prestiti d’onore” attraverso i quali ci si laurea anticipando quote di un reddito futuro che è sempre più basso, sempre meno certo.

Nel 2006, a Oaxaca, in Messico, la repressione della protesta degli studenti e degli insegnanti ha causato 21 morti.

Fabrizio Lorusso, Cile, Messico, Italia: Camila Vallejo, #YoSoy132, il declino

CamilaVallejoIgnaciodelValleAtenco.jpgParlerò di Italia e di Messico, ma comincio dal Cile. Camila Vallejo, la studentessa militante della Gioventù Comunista del Cile che dal 2010 ha rappresentato la Federazione degli Studenti dell’Università del Cile (FECH), organizzazione in prima linea nei movimenti studenteschi che hanno scosso il governo di destra di Sebastián Piñera nell’ultimo anno e mezzo, è stata in Messico per qualche giorno con un’agenda fittissima di appuntamenti: università, scuole, piazze, strade, conferenze stampa, aule e mass media. Oggi Piñera è in caduta libera negli indici di gradimento e nella legittimità politica, mentre il movimento studentesco è vivo, trasmette il suo esempio e si diffonde internazionalmente, dalle Ande al Rio Bravo e alla vecchia e stanca Europa. C’era stato un precedente importante del movimento attuale nel 2006-2007, quando gli studenti secondari protestarono contro il governo della “sinistra” di Michelle Bachelet che rispose con accenni di negoziazione e tanti carabineros pronti a manganellare i giovanissimi e accaniti contestatari. Oggi molti di loro sono all’università o ci entreranno a breve, e si sono risvegliati, anzi, non si sono mai lasciati cullare dall’apatia e hanno continuato a lottare.

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agosto 25th, 2011

Raoul Vaneigem, La vie s’écoule

by gabriella

La vie s’écoule, la vie s’enfuit, la vita scorre via. Scritta da Raoul Vaneigem nel 1961 con musica di Francis Lemonnier. Incisa da Jacques Marchais. Tratta dall’album Pour en finir avec le travail, 1974.

Cliccare sull’icona CC per attivare i sottotitoli in italiano.

agosto 23rd, 2011

Michael Wesch, La scuola nella società informazionale

by gabriella

Sulle vere domande che la scuola e gli insegnanti del XXI secolo dovrebbero farsi, vale a dire, cosa deve essere la scuola in una società informazionale, come insegnare a leggere la realtà in un mondo in sovraccarico informativo, come intercettare i gusti e le passioni dei nostri studenti e via dicendo, mi è invece stato utile un post inviato da Michael Wesch (Kansas State University) alla mailing list dell’Institute for Distributed Creativity (distributedcreativity.org) (ho aggiunto io il neretto, per facilitare la lettura). Il video seguente ne anticipa alcune:

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agosto 23rd, 2011

Alessandro Portelli, Cancellate le feste inizia il saccheggio

by gabriella

Che cosa suggerisce «la relazione complicata fra feste civili, feste tradizionali, feste religiose, rivolte urbane». La festa come «sospensione dell’ordinarietà» è il simbolo della nostra identità. Per questo vogliono toglierle. Ma è anche il consumo ad aver «mangiato» la festa, come dimostrano i riots inglesi.

«Nelle società tradizionali – scriveva Alfonso Di Nola – le feste corrispondono a “un periodo di intensificazione della vita collettiva” durante il quale “il gruppo rinunzia alla sua attività normale, produttiva e utile” per ricostituire la propria “sicurezza di essere”» – il senso cioè del proprio esistere come gruppo. Sembra una definizione fatta su misura per la recente festa dei 150 anni dell’unità d’Italia, pensata come un momento di sospensione dell’attività ordinaria per riflettere sul significato del nostro stare insieme – e invece è successo tutto il contrario, e si è aperto un conflitto sia sull’oggetto (l’unità nazionale), sia sull’idea stessa di festa (pensare e ricordare invece di lavorare e produrre). La festa è un momento di consenso, ma in quel giorno quel tanto di intensificazione della vita collettiva che si è verificato è stato dovuto in gran parte proprio a una divisione, all’esistenza di una componente sociale (antiunitaria e produttivistica) che non vi si riconosceva.

E’ questa componente che, sul piano simbolico e forse non solo, cerca la rivincita proponendo, attraverso spostamenti e accorpamenti, se non la scomparsa certo l’attenuazione di una serie di momenti rituali intesi a ribadire la nostra «sicurezza di essere» come repubblica (il 2 giugno) democratica (il 25 aprile) fondata sul lavoro (il 1 maggio). Infatti questa proposta è parte organica di un progetto che mira a trasformare e svuotare la costituzione democratica e antifascista e i diritti dei lavoratori, e ne condensa il significato: cavalcare la crisi per cambiare la natura e la forma del nostro esistere come gruppo.

Il modello ideale di festa a cui si riferiva Di Nola era riferito a società relativamente coese e omogenee, come si rappresentano le società tribali, contadine e pastorali. Nella modernità urbana e capitalistica, la coesione non ha più la forma dell’omogeneità, bensì quella della gestione regolata dei conflitti fra i sottogruppi molteplici e contrapposti che la compongono. Anche la festa allora diventa un momento di conflitto e dal conflitto acquista senso: basta pensare a come l’avvento del primo governo anti-antifascista di Berlusconi-Fini ha ravvivato il 25 aprile, a come proprio l’assenza ostentata del capo del governo abbia rinforzato il significato della nostra presenza. Ma anche a come il senso del 1 maggio si sia attenuato con la sua trasformazione da un momento di orgoglio operaio a una della tante festività musicali giovanili in cui non è lecito dire nulla di controverso; o come il 2 giugno – nonostante le parate militari – abbia ripreso senso quando ci siamo accorti che la Costituzione era sotto attacco.

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agosto 21st, 2011

Saskia Sassen, Città globali

by gabriella

San paolo case dei ricchiLa più grande novità della globalizzazione sono le città globali, che tendono a sostituire gli Stati e creano una nuova politica urbana, nuove classi, nuovi conflitti. Intervista a Saskia Sassen, Carta, n. 5, 21 febbraio 2008.

Chi si è messo alla ricerca di nuove chiavi di lettura per analizzare le trasformazioni della società globale, a cominciare dalle città, negli ultimi anni ha trovato negli studi di Saskia Sassen punti di vista inediti. Sociologa olandese, cresciuta in Argentina, Saskia Sassen insegna oggi alla Columbia University di New York, ed è tra i più autorevoli studiosi internazionali di ciò che ormai molti definiscono, lei per prima, «città globali». Di certo, Saskia Sassen ama ripetere che

«siamo all’inizio di un nuovo ordine, nel quale non è sempre chiaro cosa possono produrre le microstorie informali che è possibile rintracciare nelle grandi città, però ci sono e cambiano la società».

saskia sassenAbbiamo incontrato Saskia Sassen a Roma, dopo un incontro dedicato al tema delle nuove democrazie promosso dalla Fondazione Basso. Cominciamo dalla definizione di «città globali»: sono soltanto quelle che di fatto ospitano i principali centri finanziari internazionali, come New York, Tokyo, Amsterdam e Londra? Cosa accomuna queste città? Le città globali hanno due aspetti, uno economico e l’altro politico. Dal punto di vista dell’economia, una città globale ha tutte le capacità, le risorse e le cornici funzionali per maneggiare le operazioni globali delle imprese e dei mercati nazionali e internazionali. La città globale incarna d’altra parte un tipo nuovo di politica: la competizione per lo spazio urbano. È uno spazio molto conflittuale, spesso con contenuti specificatamente locali, ma nei fatti è una politica globale, non perché tratta con istituzioni globali come il Fondo  monetario internazionale o la Wto, ma perché questi conflitti si ripresentano in tutte le città globali del mondo. Oggi ci sono circa quaranta città globali, e un numero crescente di città che hanno alcune funzioni globali. Come si è diffusa l’economia globale, così si è allargato il numero di città globali. Secondo le ultime stime, Londra è oggi la città globale per eccellenza, ha appena superato New York, che già si sta lamentando perché non può pensare di essere null’altro che la numero uno. Londra, Tokyo, New York, Hong Kong, Chicago, Parigi, Francoforte sono il livello più alto, tra le città globali.

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agosto 20th, 2011

Emanuele Severino, La filosofia nasce grande

by gabriella
nascita di Athena

Atena nasce già adulta e armata di tutto punto dalla testa del padre Zeus

Tratto da La filosofia antica, Milano, Rizzoli, 1984, pp. 17-19.

La filosofia nasce grande. I primi passi della sua storia non sono cioè l’incerto preambolo a un più maturo sviluppo del pensiero, ma stabiliscono i tratti fondamentali del suo intero decorso storico.

Per decine e decine di millenni, l’esistenza dell’uomo  – globalmente e in ogni suo singolo aspetto – è guidata dal mito. Il mito non intende essere un’invenzione fantastica, bensì la rivelazione del senso essenziale e complessivo del mondo. Anche nella lingua greca il significato più antico della parola mythos è “parola”, “sentenza”, “annunzio”; a volte mythos significa persino “la cosa stessa”, la “realtà”. Solo in modo derivato e più tardo, nella lingua greca mythos indica “leggenda” , la “favola”, il “mito”.

Ma il mito arcaico è sempre collegato al sacrificio, cioè all’atto col quale l’uomo si conquista il favore degli dèi e delle forze supreme che, secondo la rivelazione del mito, regnano nell’universo. Il sacrificio può essere cruento, oppure del tutto incruento, come nelle pratiche ascetiche dello Yoga; ma in ogni caso il suo intento è di identificarsi e di dominare ciò che nel  mito appare come la potenza suprema.

Per la prima volta nella storia dell’uomo, i primi pensatori greci escono dall’esistenza guidata del mito e la guardano in faccia. Nel loro sguardo c’è qualcosa di assolutamente nuovo. Appare cioè l’idea di un sapere che sia innegabile, e sia innegabile non perché le società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni suo avversario. L’idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dèi, né da mutamenti dei tempi e dei costumi. Un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile.

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agosto 20th, 2011

Calcio

by gabriella

Eric Cantona e la Coppa del mondo dei senzatetto

Il motto: A ball can change the World.

“Credo che quello che trovo qui responsabilizzi la gente. Non sono assistiti qui, uno ha una proposta da fare la poporrà al gruppo, e farà la coppa del mondo. E se tu vuoi giocare ti trascina … lo sport è straordinario per questo, è straordinario per loro, per noi .. perché bisogna rimettere in questione tutto. Se si vuole giocare ci si deve rimettere in questione ogni due giorni, ogni tre giorni. …. si è vinto tutto, si arrivati in cima e invece si resta concentrati, pieni di umiltà e si continua a lavorare tutto il tempo”.  

Dopo aver appeso la maglia al chiodo, Cantona è stato attore, poi è tornato al calcio come dirigente. Si può vederlo in Il mio amico Eric di Ken Loach dove interpreta (il mito di) se stesso che riconquista alla vita un uomo che ha perso tutto ma non la solidarietà degli amici.

 Emiliano Viccaro, St.Pauli: storia di un quartiere e di una squadra di calcio

Anteprima del libro St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo di Marco Petroni […] per DeriveApprodi. La storia di una squadra di calcio, di una tifoseria, di una città e di un quartiere, ma anche una riflessione sul mondo del pallone. La prefazione al libro di Emiliano Viccaro.

Quella che avete tra le mani è una cassetta degli attrezzi multiuso, a metà tra l’inchiesta sociologica e il saggio storico, rivolta a chi vede nel calcio e nella passione popolare che lo anima lo specchio della società europea contemporanea, stretta tra neo-liberismo, crisi, politiche di controllo e possibilità di trasformazione. In queste pagine non troverete la liturgia spuntata dell’«oppio dei popoli», ma nemmeno il richiamo salvifico, seppur nobile e generoso, del «calcio amatoriale» o del ritorno (impossibile) all’innocenza (presunta) delle origini.

La storia del St.Pauli è la storia della sua tifoseria partigiana, meticcia e anticonformista, che ha rovesciato tradizioni e consunti clichè, trasformato identità conservatrici, raccolto ed esteso il vento di rivolta degli anni Settanta, scaraventandolo nelle ferite aperte degli anni Ottanta, tra case occupate, spazi liberati, controcultura punk, fin dentro le mura del mitico stadio del Millerntor. Se la fabbrica diventa davvero sociale, se la metropoli si presenta come terreno generalizzato di conflitto, valorizzazione e contropotere, anche gli spalti di una piccola società calcistica, da sempre all’ombra del blasonato Hamburger SV, diventano il proscenio di un corpo a corpo tra processi mercantili e partecipazione diretta.

Non si tratta di una storia liscia, ma di una sperimentazione materiale che procede per tentativi, che affonda le sue radici nell’esperienza storica degli autonomen, memoria viva che segna indelebilmente l’anima pirata del St. Pauli, ma che da questa viene rielaborata, trasformata, reinventata. È un guanto di sfida che prova a rompere la tenaglia in cui si è ficcato il neo-calcio: da una parte, i processi di finanziarizzazione e privatizzazione del «giocattolo», attorno alla sacra triade pay tv-proprietà multinazionali-militarizzazione degli stadi; dall’altra, il tunnel senza uscita in cui sembra precipitato il «mondo ultras» (soprattutto italico) tra chiusure identitarie, strumentalizzazioni razziste e neofasciste, opportunismo commerciale, autoreferenzialità.

Al centro di tutto non c’è un’ideologia pronta all’uso, ma un’altra idea di calcio, di tifo e di organizzazione del club. Per questo la passione per i colori bianco e marrone, il sostegno incessante durante i 90 minuti di gioco va di pari passo con un modello di tifo emancipato dal razzismo, dal sessismo e dall’omofobia, dal nazionalismo. Su questa onda si muovono i tentativi di democratizzare la gestione della società, creare strumenti di partecipazione dal basso, impedire i processi di gentrification del quartiere e di speculazione commerciale (come accaduto pochi anni fa nella mobilitazione contro il progetto di spettacoli di lap-dance, dentro il nuovo stadio, da parte di un noto locale a luci rosse di St.Pauli).

Al calcio business del caro biglietti, dei controlli esasperati, degli stadi vetrina e blindati, al dominio delle tv a pagamento che dettano legge e riscrivono i calendari, le tifose e i tifosi del Jolly Roger oppongono una ostinata resistenza culturale e organizzativa, che passa per le sedi autogestite, per il coinvolgimento attivo dei giocatori nelle campagne contro il razzismo e l’omofobia, in difesa delle case occupate e del diritto d’asilo per i rifugiati. Una radicalità che non cede un millimetro nemmeno al populismo o alle inerzie qualunquiste presenti anche in certe curve che si dichiarano «di sinistra». Uno stile e un modello di tifo caldo e viscerale, che non si sottrae allo scontro fisico come strumento di difesa collettivo, nelle mura amiche come in trasferta, contro gli attacchi delle tifoserie di estrema destra e della polizia.

Questo libro, con passione, rigore storico e una partecipazione diretta a prova di lacrimogeno, tenta di gettare il sasso nello stagno in cui è finito oggi il «mondo ultras», nel punto esatto raccontato fino a pochi anni fa dal mai troppo compianto Valerio Marchi, skinhead antirazzista e massimo studioso delle culture di strada. Quel passaggio storico che trasforma lo stadio in laboratorio privilegiato in cui testare le tecniche repressive e le curve in spazi di soggettivazione post-ideologica. Una trasformazione antropologica, che una sinistra miope e distratta non ha potuto né voluto comprendere, a partire dalla composizione sociale e dai comportamenti «impolitici» delle nuove leve ultras. Ma oggi questa istantanea, qui e ora, non basta più per fermare e invertire la deriva a specchio che segna il calcio moderno.

La storia del St.Pauli apre un varco sul confine del non più e del possibile, sui passi di una comunità ribelle che decide di rifiutare sia il ghetto autoreferenziale che l’opportunismo subalterno alle logiche del mercato e della politica. «If the kids are united then we’ll never be divided», cantavano sul finire degli anni Settanta gli Sham 69, storico gruppo street punk inglese, alludendo a una nuova possibile unità delle giovani generazioni tradite dalle ideologie e da un sistema omologante. Per anni si è teorizzata e spesso praticata, in tante curve italiane, una traduzione volgare di questo slogan, alludendo a una trasversalità post-politica che, nei fatti, ha aperto la strada a una egemonia dell’estrema destra.

Nella Germania post unificazione, che vedeva le curve ribollire di bonehead e rigurgiti xenofobi, le ragazze e i ragazzi del St.Pauli non si sono potuti permettere alcuna sbandata «apolitica» o vagamente post-ideologica, sapendo che non si stava giocando una semplice partita di calcio, ma anche un bel pezzo di futuro delle nuove generazioni. Di più: hanno rovesciato un modello che vedeva l’aggregazione dello stadio solo come esito finale, meccanico, di una socialità che si produceva in una militanza tradizionale sempre più in crisi. Invece, hanno ricostruito l’idea di attivazione politica a partire da un investimento soggettivo antagonista sugli spalti di una modesta società di calcio, sottraendosi però a un modello di colonizzazione ideologica simmetrico e speculare a quello delle curve di destra.

Le ragazze e i ragazzi della mitica Hafenstrasse hanno lavorato sul linguaggio, sull’immaginario, sulle pratiche ultras e sulle forme di contropotere nel club come nella città. Alcune volte hanno vinto, molte altre hanno perso, ma continuando a battersi come pirati nell’oceano del calcio business. Pronti ogni domenica a giocarsi il tutto per tutto, per un calcio da sogno ma non impossibile.

La presentazione del libro a Fahrenheit

Girolamo De Michele, La filosofia è come il calcio

 


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