Archive for novembre, 2011

novembre 29th, 2011

Zenone e la dimostrazione per assurdo

by gabriella

achille e la tartarugaI paradossi di Zenone di Elea, discepolo di Parmenide, sono il primo esempio che la filosofia abbia fornito di dimostrazione dialettica o per assurdo (reductio ad absurdum) di una tesi. Questo tipo di argomentazione logica consiste nell’assumere temporaneamente un’ipotesi e svilupparne le conseguenze così da giungere ad una conclusione assurda e dimostrare, di conseguenza, che l’assunto originale è errato.

Per difendere la logica eleatica contro le obiezioni del senso comune e la testimonianza dei sensi e ribadire la rigorosa argomentazione di Parmenide contro la realtà del divenire (se il divenire è totalmente altro rispetto all’essere, allora è non essere, nulla) Zenone avrebbe ideato 40 paradossi (parà, cioè “contro” la doxa, l’opinione corrente) a sostegno dell’unità e indivisibilità dell’essere.

Questo è lo schema generale del ragionamento di Zenone, come ci è stato trasmesso dal commentario di Simplicio (neoplatonico del VI secolo) alla Fisica di Aristotele:

Zenone assume che l’essere sia divisibile (l’essere parmenideo è infatti indivisibile): esso allora consterebbe di un certo numero di parti e il numero delle parti è finito o è infinito.

Consideriamo l’ipotesi che sia finito: allora è formato da n parti. Supponiamo che siano 2, A e B. Esse devono essere distinte l’una dall’altra, quindi deve esserci tra loro un elemento divisore (cioè un terzo elemento C) che permetta di distinguerle. Esso deve, a sua volta, essere distinto dalle parti che separa, perciò devono esserci altri elementi separatori distinti l’uno dall’altro: quindi il numero delle parti è infinito e ciò è in contraddizione con l’ipotesi iniziale.

Proviamo ora a ipotizzare che il numero delle parti sia infinito. In questo caso, o ogni parte è inestesa (cioè, la sua estensione, lo spazio che occupa, è nullo), oppure è estesa. Seguiamo il primo corno del dilemma: in questo caso, se le parti sono inestese, la loro grandezza complessiva è nulla, ma è assurdo pensare a un qualcosa che sia nulla, perchè la somma delle sue parti (nulle) è nulla. Seguiamo l’ipotesi opposta: se le parti sono estese, per quanto piccole sono “qualcosa”, ma la somma di infiniti qualcosa dà un risultato infinito e ciò è assurdo.

L’immagine sovrastante raffigura il paradosso di Achille, con il quale Zenone intendeva confutare la divisibilità dello spazio e del tempo. In questo paradosso, il corridore più rapido (Achille piè veloce) non raggiungerà mai il più lento (la tartaruga), perchè prima di raggiungere il traguardo dovrà raggiungere lo spazio occupato da quello più lento, il quale nel frattempo sarà avanzato di un piccolo vantaggio che Achille, successivamente, dovrà coprire, mentre la tartaruga continua ad avanzare e così via, all’inifinito. In uno spazio divisibile e molteplice, Achille, dunque, non raggiungerà mai la tartaruga.

paradossi Zenone

Achille Fiocchi, Una gara infinita

Agli antichi Greci le gare sportive piacevano molto. A questo gusto non si sottrasse nemmeno un filosofo, Zenone di Elea, che mise in scena la prima gara filosofica della storia: quella tra Achille e la tartaruga.

Achille sconfitto dalla tartaruga

Racconta Aristotele (è lui la nostra fonte, perché di Zenone sono rimasti pochi frammenti), che Zenone inventò il seguente argomento. Achille piè veloce, eroe greco dalla leggendaria velocità, sfida la tartaruga, il più lento tra gli animali. Ma subito commette un errore: per eccesso di nobiltà sportiva, le concede un certo vantaggio. Una volta partiti, Achille non riesce a raggiungere la tartaruga. Ogni volta che arriva nel punto in cui si trovava la tartaruga, questa è già avanzata. E così non riuscirà mai a raggiungerla e a sorpassarla. Questo argomento, spiega Aristotele, è quello per cui «il più lento mai sarà ripreso nella sua corsa dal più veloce» (I presocratici, a cura di A. Lami, Bur, Milano 2008).

Da millenni questo argomento, meglio noto come paradosso di Achille e la tartaruga, è oggetto di discussione. Zenone sa bene che Achille avrebbe facilmente sconfitto il povero rettile sul piano della realtà, ma ciò che intendeva dimostrare è che se si pensa la realtà come divisibile all’infinito, Achille, prima di aver raggiunto un certo punto, dovrà aver coperto la metà della distanza che lo separa dal traguardo, e la metà della metà e così via. Insomma, potrebbe essere un ottimo risultato il solo fatto che Achille e la tartaruga riescano a spostarsi lungo il terreno di gara (e in altri paradossi, in effetti, Zenone spiega che il movimento è impossibile). In buona sostanza, lo scopo di Zenone è mostrare che il mondo è irrazionale.

L’argomento di Zenone è stato citato molto spesso, sopratutto per essere confutato, dato che l’esperienza di tutti i giorni insegna che chi cammina di buon passo supera chi si attarda e che il movimento esiste, dato che ci spostiamo più volte al giorno. A che cosa si deve allora la fortuna di questo paradosso? Da un lato, esso attrae per il suo dispositivo logico ed è stato studiato da logici e matematici che hanno spiegato i suoi punti di forza e le sue debolezze. Dall’altro, è stato amato da molti filosofi che lo hanno inteso come una formulazione arguta di una convinzione: non si può spiegare questo mondo con la ragione.

Due confutazioni di Zenone

Il primo a confutare Zenone è stato Aristotele, per il quale, molto semplicemente, Zenone immagina qualcosa che non esiste, ossia un infinito in atto: in questo caso, le infinite parti che Achille dovrebbe superare per raggiungere la tartaruga. L’infinito, però, esiste solo in potenza, secondo Aristotele, e quindi Achille non avrà problemi a vincere la gara.

Per una confutazione matematica, ricorda Piergiorgio Odifreddi in C’era una volta un paradosso (Eiunaudi, Torino 2001) occorre invece aspettare molti secoli, fino a quando nel XVII secolo Gregorio di San Vincenzo applica alla vicenda di Achille e la tartaruga la nozione di convergenza di una serie infinita: se sommiamo una metà, un quarto, un ottavo e così via otteniamo 1. In questo modo Achille raggiunge matematicamente la tartaruga.

Una corsa tra tartarughe

A dispetto delle confutazioni, l’argomento di Zenone si ripresenta ciclicamente. Il filosofo francese Henry Bergson nell’opera Saggio sui dati immediati della coscienza (1899) vede nel paradosso di Zenone la denuncia di un’assurdità non tanto del mondo, ma del modo in cui la mente si raffigura lo spazio e il tempo. Di fatto, dal punto di vista di Bergson, con il paradosso di Zenone è come se scomponessimo il movimento di Achille e quello della tartaruga in un numero uguale di fotogrammi e poi li ricostruissimo come due film distinti. Tra i due film vi sarà una piena corrispondenza, come se i passi di Achille e quelli della tartaruga fossero sincronizzati: allora Achille sarà sconfitto, ma solo sulla base dell’errata manipolazione che la nostra mente ha fatto del movimento. Di fatto, astutamente, Zenone ha sostituito ad Achille un’altra tartaruga e l’ha fatta avanzare in modo simultaneo alla prima. E così la corsa è stata persa in partenza.

Bergson ritiene che l’errore di Zenone riguardi la natura del movimento: «ogni passo di Achille e ogni passo della tartaruga sono indivisibili in quanto movimenti» (Saggio, in Opere 1899-1896, Mondadori, Milano 1986, p. 66). I passi sono atti semplici e indivisibili, che coprono una certa distanza e non sono divisibili come lo spazio. I passi di Achille coprono più spazio in meno tempo di quelli della tartaruga, spiega Bergson, e l’eroe greco vince la gara

Da un paradosso all’altro

Il fascino di questa gara impossibile ha travalicato i limiti della filosofia. Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie e scrittore molto amato dai filosofi per i suo racconti intrisi di logica, immagina che a corsa finita Achille abbia finalmente raggiunto la tartaruga, ma questa lo sottoponga a un nuovo dilemma, che riguarda non più il movimento, ma le regole del ragionamento: perché da due proposizioni, A e B, si possa dedurre Z, occorre accettare una proposizione D, che indica la regola di tale deduzione. Ma per accettare D, bisogna essere d’accordo con E, che dice che siamo d’accordo con A, B e D. Per accettare E, dovremo accettare F che dice che siamo d’accordo con A, B, D ed E e così via all’infinito. In realtà, Carroll è uscito dal paradosso di Zenone per crearne un altro. (Il paradosso inventato da Carrol si può leggere in D. Hofstadter, Gödel. Escher, Bach, Adelphi, Milano 1984, ma si trova facilmente anche sui siti di appassionati di logica)

Da paradosso logico a metafora esistenziale

Che la gara iniziata più di due millenni fa non sia ancora finita (almeno a livello intellettuale) lo segnala un film del regista giapponese Takeshi Kitano, intitolato Achille e la tartaruga (2008), in cui un pittore cerca disperatamente di raggiungere il successo che sembra sempre a portata di mano ma si rivela irraggiungibile. E così, da rompicapo logico la gara tra Achille e la tartaruga è diventata la metafora di un dramma esistenziale.

novembre 26th, 2011

La disputa sugli universali

by gabriella
Boezio

Severino Boezio (480 – 524)

La disputa sugli universali nacque nella filosofia scolastica in seguito alla traduzione, ad opera di Boezio, dell’Isagoge di Porfirio, un testo del terzo secolo d.C. introduttivo alle Categorie di Aristotele (eisagoghé, significa infatti “introduzione” in greco). Porfirio, neoplatonico allievo di Plotino, aveva esposto il problema della natura dei termini universali di “genere” e “specie” applicabili a una molteplicità di individui (ad es. uomo, animale), ma non aveva avanzato alcuna ipotesi di soluzione.

La questione degli universali si sviluppa, dunque, intorno al problema del rapporto tra idee o categorie mentali e le realtà extramentali, cioè della relazione tra Voces e Res, le parole e le cose, pensiero ed essere. Gli universali esistono solo come concetti della nostra mente (conceptus mentis) o esistono anche nella realtà? E, in quest’ultimo caso, esistono separati dalle cose (ante rem), come nelle idee platoniche o sono nelle cose (in re), come nelle forme aristoteliche? Sosterranno la prima tesi Roscellino, i nominalisti (gli universali sono flatus vocis) e, con un’importante variazione, Abelardo (gli universali sono concetti della nostra mente), mentre la seconda sarà difesa dai realisti (Scoto Eriugena, Anselmo, scuola di Chartres) e da Guglielmo di Champeaux.

Nel campo dei realisti, optare per la soluzione aristotelica che considera gli universali esistenti in re, nelle cose, o per quella platonica, cioè sostenere che gli universali esistono ante rem, significava riconoscere o negare la realtà sostanziale degli individui: per i realisti estremi, come Guglielmo, i generi e le specie hanno realtà ontologica sussistente e autonoma, mentre gli individui ne sono solo la manifestazione accidentale e variabile; per i realisti moderati, come sarà Tommaso, la realtà degli individui è pienamente riconosciuta benché sia determinata da un’essenza universale.

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novembre 26th, 2011

Le riforme del sistema previdenziale italiano

by gabriella

Fin dai tempi della prima riforma previdenziale, tra pensioni ed euro c’è sempre stato un rapporto molto stretto. Siamo entrati nell’euro (1992-1995) rinunciando a pensioni che garantissero a chi aveva lavorato tutta la vita di conservare lo  stesso tenore di vita di cui aveva goduto in precedenza ed ora, a quanto pare, ci immoleremo per l’euro (senza peraltro sperare di salvare né la “casa comune” né la sua moneta) non solo lavorando più a lungo ma, soprattutto accettando che i lavoratori dipendenti percepiscano pensioni drammaticamente al di sotto della soglia di povertà relativa.

Prima della riforma Dini (1995) chi andava a riposo vedeva calcolata la sua pensione sulla media degli ultimi cinque anni di servizio (all’epoca, la parte economica dei contratti di lavoro veniva rinnovata ogni due anni, il che significava calcolare la pensione sugli ultimi 3 contratti di lavoro invece che sull’ultimo stipendio) perciò, di fatto, benché vedesse diminuire il suo reddito conservava sostanzialmente la propria capacità di spesa. Il seguente riepilogo è proposto da Repubblica.it:

Retributivo. Nel sistema retributivo la pensione si calcola in misura percentuale sulla media delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro. E’ il meccanismo più vantaggioso, ma è utilizzabile solo dai lavoratori che al 31 dicembre 1995 (termine fissato dalla riforma Dini) avevano già versato 18 anni di contributi.

Con la riforma Dini, dal 1 gennaio 1996 la pensione di calcola non sul salario, ma sulla contribuzione effettivamente versata: il nuovo sistema sgancia la pensione dal salario e non gli interessa quanto diventi poveri andando in pensione. Cito ancora da Repubblica.it:

Contributivo. L’importo si calcola solo in base all’ammontare dei contributi versati, al netto delle spese di gestione dell’istituto di previdenza. Viene applicato ai lavoratori assunti dal primo gennaio 1996 in poi.

Misto. E’ la via di mezzo fra gli altri due meccanismi ed interessa le persone che, al dicembre 1995, avevano versato meno di 18 anni di contributi. La loro pensione, fino a quell’anno, sarà calcolata con il retributivo, ma per gli anni che vanno dal 1996 in poi si applicherà il sistema contributivo.

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novembre 24th, 2011

Wikipedia non si finanzia vendendoci pubblicità: sosteniamola. Wikipedia è salva

by gabriella

Un appello dal fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales

Google si avvicina ad avere un milione di server. Yahoo ha qualcosa come 13.000 dipendenti. Noi abbiamo 679 server e 95 dipendenti.

Wikipedia è il quinto sito più visitato al mondo, e ogni mese viene usato da più di 450 milioni di persone, con miliardi di pagine visualizzate.

Il commercio va bene. La pubblicità non è un male. Ma è fuori posto qui. Non a Wikipedia.

Wikipedia è qualcosa di speciale. È come una biblioteca o un parco pubblico. È come un tempio per la mente. È un luogo nel quale tutti noi possiamo andare a pensare, imparare, condividere la nostra conoscenza con gli altri.

Quando fondai Wikipedia, avrei potuto renderla una società a scopo di lucro inserendo pubblicità sul sito, ma decisi di fare qualcosa di diverso. Abbiamo lavorato sodo per anni per mantenerlo snello e senza fronzoli, e ci stiamo riuscendo, lasciando agli altri il superfluo.

Se tutti quelli che leggono questo messaggio donassero 5€, dovremmo richiedere donazioni solo un giorno all’anno. Ma non tutti possono o intendono donare. E va bene così. Ogni anno, decide di donare proprio il numero di persone sufficiente.

Quest’anno, per favore, prendi in considerazione l’idea di donare 5€, 10€, 20€ o la somma che puoi, per proteggere e sostenere Wikipedia.

Grazie,

Jimmy Wales
Fondatore di Wikipedia

Wikipedia, il 2012 è salva. Donazioni per 20 milioni

Record per la campagna di raccolta fondi lanciata a novembre da Jimmy Wales, fondatore dell’enciclopedia partecipata e gratuita online che sta per compiere undici anni. Il sito salvato dalle offerte di milioni di utenti. E Sergey Brin, di Google, lancia un salvagente da 500 mila dollari. Le risorse verranno utilizzate per la manutenzione e il miglioramento dei sistemi tecnologici

WIKIPEDIA è salva. Boccata d’ossigeno per uno dei cinque siti più letti al mondo: l’enciclopedia online gratuita, che aveva lanciato l’allarme chiusura per mancanza di fondi, sopravviverà anche nel 2012. E lo farà grazie ad oltre 20 milioni di dollari. A tanto ammonta, infatti, la somma delle donazioni volontarie al sito che ogni mese offre la lettura di almeno 20 milioni di articoli redatti in modalità partecipativa in 282 lingue.

Dal 16 novembre all’1 gennaio, era impossibile non notare il banner della campagna di sostentamento in testa ad ogni pagina di Wikipedia. Persino il suo fondatore Jimmy “Jimbo” Wales ha messo letteralmente la faccia all’appello per la raccolta fondi, così come tutto il suo staff composto da 80 dipendenti e oltre centomila volontari. “Wikipedia è qualcosa di speciale. E’ come una biblioteca o un parco pubblico. E’ come un tempio per la mente. E’ un luogo nel quale tutti noi possiamo andare a pensare, imparare, condividere la nostra conoscenza con gli altri” – aveva scritto Wales.

L’idea ha funzionato. E l’organizzazione senza fini di lucro – che non utilizza nemmeno un pixel delle sue pagine per la pubblicità – anticipa la festa del suo undicesimo compleanno prevista per il 15 gennaio. C’è, infatti, da brindare anche per il record di donazioni raggiunto quest’anno che batte quello del 2010 per quattro milioni in più. La campagna registra, dunque, un trend positivo di anno in anno: dal 2003 non si fa altro che salire.

Ben un milione di utenti ha messo mano al portafogli contribuendo al lancio del salvagente. Anche con piccole cifre: cinque, dieci, venti dollari. Naufragio scampato anche grazie alla fetta più grande della donazione, tutta firmata dal co-fondatore di Google, Sergey Brin e consorte. Hanno scelto di destinare volontariamente alla causa 500 mila dollari, ha fatto sapere Sue Gardner della Wikimedia Foundation, ente gestore del sito, anticipando che la donazione servirà per le spese d’installazione di nuovi server e hardware, l’aumento delle garanzie legali, lo sviluppo di nuove funzionalità indirizzate ai servizi mobile e il supporto alla rete di volontari. Per questi progetti verranno impegnati all’circa altri 8 milioni di dollari provenienti dal fondo cassa e da altre donazioni.

Insomma, sul bilancio di previsione delle spese 2012 Wikipedia ha già scritto un bel 28,3 milioni di dollari. Anche perché l’interesse degli internauti s’incrementa abbattendo sempre più velocemente frontiere e fasce d’età. Dai 18 ai 76 anni, europei, africani, americani, asiatici: nessuno ormai resta indenne dal fenomeno dell’informazione digitale condivisa, partecipata e socializzata che si regge proprio sui suoi utenti. Per questo motivo, Wikipedia continua ad accettare eventuali donazioni volontarie anche se la campagna può dirsi ufficialmente chiusa.

(04 gennaio 2012)

http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/01/04/news/wikipedia_donazioni-27583108/?ref=HREC2-7

novembre 23rd, 2011

Maurizio Pallante, Meno è meglio. Alberto Bagnai, La decrescita secondo la goofynomics. Badiale e Tringali, Decrescita si, ma del capitale

by gabriella

Il podcast dell’interessante intervista concessa a Loredana Lipparini (Fahrenheit, mercoledi 23 novembre 2011) dall’autore di Meno e meglio, il saggio sulla decrescita edito da Bruno Mondadori. Di seguito, la voce critica di Alberto Bagnai (goofynomics) per la quale la decrescita perde di vista che nell’economia contemporanea non è il consumo o il risparmio individuale a costituire un attentato alla sostenibilità ambientale, ma gli usi finanziari di quel consumo e di quel risparmio. Ancora una volta, se si vuole capire qualcosa del mondo, dobbiamo togliere lo sguardo dagli individui e volgerlo al sistema.

Alberto Bagnai, Decrescita… de che?

BagnaiNei momenti di crisi globale ricorre un atteggiamento descritto da un’efficacissima parola europea: Schadenfreude. Da Schaden (danno) e Freude (gioia), che poi sarebbe appunto quella della Nona di Beethoven che tanto piaceva a Alex (DeLarge). La Schadenfreude è il piacere maligno che si trae dallo spettacolo dell’altrui male (quindi ha poco a che vedere con il “suave mari magno” di Lucrezio, che maligno non era, e infatti al secondo esametro aggiunge “non quia vexari quemquamst iucunda voluptas”). Questa “voluptas”, una delle poche che la natura matrigna riserva a quelle strane bestie che sono gli economisti, le suocere, e il beghiname vario, è in grandissima parte motivata dal poter dire “io l’avevo detto”, cioè dal trovare nell’Armageddon un valido, anzi, il più valido, alleato per l’affermazione delle proprie teorie. Se poi nell’Armageddon ci finisce anche lo Schadenfroh, meglio pure: a “voluptas” si aggiunge “voluptas” (il masochismo).

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novembre 22nd, 2011

Umberto Galimberti, Professore, ma che me ne faccio di Dante? Analisi del testo ed esercitazione

by gabriella

DanteNel primo libro della Metafisica Aristotele risponde alla domanda sull’utilità della filosofia, evidenziando che non serve a nulla, ma «proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile» [Met, I, 2, 982b].

 

Lettera del Prof. D.

La prima lezione di letteratura per un insegnante di liceo è la più difficile. Lo è perché, nel tentativo di spiegare cos’è la letteratura, si troverà a rispondere alla domanda: “A cosa serve la letteratura?”, che puntualmente gli studenti gli porranno. Mi sono trovato a dover convincere i ragazzi che quello che avremmo letto e studiato tutto l’anno sarebbe servito a qualcosa, e con mille citazioni, più o meno colte, e più o meno adeguate, ho tentato pure di dire a cosa. Mi sono sentito spesso un pazzo, che scimmiottava qualche strampalato professore da film, e penso alla fine di non aver raggiunto il mio scopo. I ragazzi hanno sì apprezzato la prima lezione, ma già alla quarta o quinta il commento: “Ma cosa me ne faccio di Dante?” era trattenuto a stento. Lei come convincerebbe i giovani di oggi dell’importanza e dell’utilità della lettura? Cosa direbbe, o farebbe leggere loro? Perché i ragazzi chiedono l’utilità di ogni materia (“Che me ne faccio dell’analisi logica?”, “A che serve la storia?”), come se avesse senso studiare solo quello che immediatamente garantisce un tornaconto? Prof. D.

Risponde Umberto Galimberti

In un mondo dominato dall’utile, l’unica possibile liberazione è nell’inutile

Dal momento che vent’anni di televisione commerciale hanno fatto perdere ai nostri ragazzi qualsiasi interesse per la cultura, e dal momento che il denaro è diventato, soprattutto negli ultimi anni, il generatore simbolico di tutti i valori, è ovvio che, non capendo più che cosa è bello, che cosa è buono, che cosa è giusto, che cosa è sacro, i nostri ragazzi capiscano solo che cosa è utile. E da questo punto di vista la letteratura è proprio inutile. Anche se ogni cosa è utile a qualcos’altro, e questo qualcos’altro è utile a qualcos’altro ancora, per cui se non si approda a qualcosa di inutile, tutte le catene di utilità diventano insignificanti e prive di senso.

Ma siccome questo è un ragionamento e i giovani d’oggi non sono particolarmente attratti dai ragionamenti, lei, caro professore, potrebbe informare i suoi allievi che la letteratura serve per educare i nostri sentimenti, che non abbiamo come dote naturale ma come evento culturale. La natura infatti ci fornisce gli “impulsi” che hanno come loro espressione non la parola, ma i gesti. Il bullismo, per esempio, non è un fenomeno di mancata educazione, ma un vero e proprio arresto psichico di chi non si è evoluto dall’impulso per pervenire all’emozione. L'”emozione” è già un evento psichico che segnala la risonanza emotiva che gli eventi del nostro mondo, e le risposte che noi diamo a essi, producono in noi. Quando i nostri giovani dicono che al sabato sera in discoteca si calano una pastiglia di ecstasy per “emozionarsi”, segnalano che per passare dall’impulso all’emozione hanno bisogno della chimica. E così denunciano che la loro psiche è apatica e non registra alcuna risonanza emotiva a quanto in generale avviene intorno a loro. Quanti delitti o spaventosi atti di crudeltà avvengono senza movente, per la mancanza di una risonanza emotiva relativa ai propri gesti che i nostri ragazzi chiamano “noia”?

Dall’emozione si passa al “sentimento“, che non è un tratto naturale, ma culturale. A differenza dell’emozione, il sentimento è un elemento cognitivo. Kant dice ad esempio che la differenza tra il bene e il male ognuno la “sente” naturalmente da sé. Le mamme capiscono i bisogni dei loro neonati, che ancora non parlano, perché li amano. Gli innamorati capiscono il significato recondito di ogni gesto dell’altro, perché si amano. Tutti i popoli hanno imparato i sentimenti attraverso narrazioni mitiche. Se guardiamo l’Olimpo degli antichi Greci, vediamo che gli dèi altro non sono che la descrizione delle passioni e dei sentimenti umani: Zeus il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sessualità, Ares l’aggressività, Apollo la bellezza, Dioniso la follia.

Senza più dèi, oggi impariamo a conoscere i sentimenti attraverso la letteratura che ci insegna cos’è l’amore in tutte le sue varianti, e cosa sono il dolore, la disperazione, la speranza, la noia, lo spleen, la tragedia, la gioia. Una volta appresi questi sentimenti, siamo in grado di conoscere quello che proviamo, e, grazie alla descrizione letteraria, anche il corso e l’evoluzione del nostro stato d’animo. Questo è molto importante, perché è angosciante soffrire senza sapere di che cosa, così come suicidarsi perché l’angoscia non conosce il percorso dei sentimenti e il loro approdo, che un tempo i miti descrivevano, e oggi la letteratura descrive.

tratto da: http://d.repubblica.it/dmemory/2011/08/27/lettere/lettere/158dan756158.html

Esercitazione

Rileggi il testo di Galimberti (spiegato in classe) e analizzalo utilizzando il metodo che conosci (sottolinea le parti importanti, cerchia le parole chiave, annota a margine le definizioni ..), poi ricava la tesi del filosofo rispondendo alle seguenti domande:

1. Perchè, secondo Galimberti, “i ragazzi di oggi capiscono solo ciò che è utile”?

2. Galimberti sostiene che le persone non possiedono naturalmente dei sentimenti, ma devono essere educate per provarli. Spiega perchè.

3. Definisci i concetti di “impulso”, “emozione” e “sentimento”, come impiegati dal filosofo.

4. Come educavano i sentimenti gli antichi e come li educhiamo noi oggi?

5. In sintesi, cosa risponde Galimberti a chi si domanda a cosa gli serve Dante?

novembre 21st, 2011

L’Università e il mondo del lavoro

by gabriella

Fa sorridere (amaramente) questo spezzone de “Il tassinaro” nel quale un Alberto Sordi tassista dà un passaggio all’onorevole Andreotti e ne approfitta per discutere con lui del figlio quasi ingegnere e delle prospettive di un giovane talento di estrazione working class.

Mi pare notevole il discorso dell’onorevole DC (1:26): abbiamo un’università di massa, ma mica possiamo pensare di emancipare tutti dall’ignoranza e dalla miseria .. e quello del tassista: perché non li finanziate invece di lasciarli sulle spalle dei genitori così a lungo? Avremmo meno lazzaroni in circolazione..”. Lascia perdere Albertone, ci hanno già pensato, si chiama prestito d’onore e non serve esattamente alle finalità che avevi immaginato.

novembre 19th, 2011

Pierre Bourdieu, Tecnocrazia e merito

by gabriella

Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante.

La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale.

Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante e dunque sono le idee del suo dominio.

Karl Marx, L’ideologia tedesca

Ne La production de l’idéologie dominante, scritto con Luc Boltanski (che io sappia non tradotto in italiano), Pierre Bourdieu spiega come il potere dei tecnici abbia bisogno di mettere in scena la

parata permanente dell’oggettività e della neutralità (“la parade permanente de l’objectivité et de la neutralité”),

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novembre 17th, 2011

V. Giacché, Le parole che non ti ho detto. La crisi come (non) ce l’hanno raccontata

by gabriella

Perché nessuno se n’è accorto? Se queste cose erano tanto grosse com’è che tutti le hanno trascurate? È orribile! (Elisabetta II in visita alla London School of Economics, novembre 2008)

Se ci sarà una rivoluzione sociale in America farà bene a non contare sulla stampa. Anzi non sapremo neanche che è in corso per almeno sei mesi. (S. Hersh, “Il futuro dei giornali”, intervista di M. Calabresi, la Repubblica, 1° aprile 2009)

1. Comunicazione della crisi o crisi della comunicazione?

Chiunque osservi, anche superficialmente, le vicende della crisi generale che è esplosa nell’agosto 2007, difficilmente potrà sottrarsi all’impressione di essere stato informato poco e male su quanto stava (e sta) accadendo. In effetti, la comunicazione offerta dai media mainstream si è contraddistinta per tre caratteristiche: 1) è stata eufemistica e minimizzante; 2) è stata costantemente in ritardo sugli avvenimenti; 3) è stata – ed è – sostanzialmente elusiva.

1) Per quanto riguarda l’aspetto minimizzante dell’informazione sulla crisi, hanno certamente concorso incomprensione della reale portata della crisi, speranza che si risolvesse in tempi brevi e con “effetti collaterali” limitati, e anche – almeno dopo i primi mesi – una buona dose di mistificazione: tutte caratteristiche che accomunano il mondo dell’informazione e quello della politica e dell’economia (del resto ovunque strettamente intrecciati). Per quanto tempo si è parlato di “crescita negativa” (un ridicolo eufemismo) per non usare la parola “recessione”? E ancora oggi, quanti opinionisti sono disposti ad usare il termine corretto, che è ormai quello di “depressione”, e per giunta “mondiale”? Sta di fatto che tuttora capita di dover andare a cercare gli indizi della gravità della situazione nelle pagine interne dei giornali, mentre i titoli di prima offrono un quadro esageratamente rassicurante. Un esempio tra i molti che si potrebbero citare ci è offerto dal Financial Times del 3 aprile 2009, sul quale campeggia in prima pagina, sopra una foto di gruppo dei “leaders” mondiali resa grottesca dagli atteggiamenti clowneschi di Berlusconi, questo titolo: «I leaders del G20 salutano il successo del summit». Bisogna sfogliare il quotidiano sino a pagina 6 per scoprire che «Le tendopoli mettono in difficoltà il censimento USA»: ossia che il numero dei senzatetto costretti a vivere in garage, tende, seminterrati e altre abitazioni “non tradizionali” (l’eufemismo è contenuto nell’articolo) è talmente cresciuto da rendere reale il rischio che il censimento del 2010 non risulti affidabile. Nella stessa pagina, un box abbastanza minuscolo ci informa del fatto che i buoni pasto governativi sono giunti a una cifra record, e ormai sono adoperati da 32 milioni e 200 mila persone(1).

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novembre 17th, 2011

M. Ferraris, Perseverare è diabolico. Dialettica del postmodernismo. G. Perazzoli, Addio al postmoderno?

by gabriella

Se guardiamo al cuore filosofico del postmoderno ci troviamo di fronte a un paradosso istitutivo. L’idea di fondo era quella di una grandissima istanza emancipativa, che affondava le sue radici in Nietzsche (che a giusto titolo Habermas, nel Discorso filosofico della modernità, ha definito la «piattaforma girevole» che traghetta la filosofia verso il postmoderno) e ovviamente nella Dialettica dell’Illuminismo di Horkheimer e Adorno. La richiesta di emancipazione, che si appoggia sulle forze della ragione, del sapere e della verità che si oppongono al mito, al miracolo e alla tradizione, giunge a un punto di radicalizzazione estrema e si ritorce contro sé stessa. Dopo avere adoperato il logos per criticare il mito, e il sapere per smascherare la fede, le forze decostruttive della ragione si rivolgono contro il logos e contro il sapere, e inizia il lungo lavoro della genealogia della morale, che svela nel sapere l’azione della volontà di potenza. Il risultato è che ogni forma di sapere deve essere guardata con sospetto, appunto in quanto espressione di una qualche forma di potere. Di qui una impasse: se il sapere è potere, l’istanza che deve produrre emancipazione, cioè il sapere, è al tempo stesso l’istanza che produce subordinazione e dominio. Ed è per questo che, con un ennesimo salto mortale (quello espresso lucidamente da Vattimo nel Soggetto e la maschera, che esce nel 1974 e che reca il sottotitolo emblematico Nietzsche e il problema della liberazione) l’emancipazione radicale si può avere solo nel non-sapere, nel ritorno al mito e alla favola, e in ultima istanza in ciò che Vattimo, molti anni dopo, definirà apertamente come un «addio alla verità». L’emancipazione girava a vuoto. Per amore della verità e della realtà, si rinuncia alla verità e alla realtà, ecco il senso della «crisi dei grandi racconti» di legittimazione del sapere con cui, nel 1979, Lyotard ha caratterizzato il postmodernismo filosofico. Il problema di questa dialettica è però, semplicemente, che lascia tutta l’iniziativa ad altre istanze, e l’emancipazione si trasforma nel suo contrario, come risulta evidente da quanto è accaduto dopo.

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