Archive for dicembre, 2011

dicembre 31st, 2011

Domenico Moro, Le ragioni del declino italiano. Andrea Baranes, Una breve storia della crisi che è quasi un educational, chiaro e completo

by gabriella

Tagliare le spese e aumentare le tasse può aumentare il deficit, se manca la crescita. Delocalizzazioni, acquisizioni, joint venture. Gli investimenti delle imprese all’estero sono alla base della riduzione dello sviluppo negli ultimi 10 anni. Con la complicità della politica.  Banche, speculazione finanziaria e sistema euro non sono le cause della crisi.

La questione del debito pubblico è presentata, in Italia e in Europa, essenzialmente come una questione di disciplina di bilancio, da risolvere tagliando le spese e aumentando le imposte. In realtà, la crescita del debito pubblico e la difficoltà a rifinanziarlo è connessa molto di più alla scarsa crescita economica. Debito e deficit pubblici vengono calcolati in percentuale sul Pil. Dunque, una stagnazione o un decremento di quest’ultimo possono peggiorare i due indicatori, indipendentemente dalle spese. Di più: la scarsa crescita è collegata alla riduzione della competitività e al peggioramento del debito commerciale e della bilancia dei conti con l’estero. La minore capacità di pagare le importazioni con le esportazioni è uno dei fattori che rende critica la capacità di finanziare il debito pubblico sui mercati dei capitali.

Se il Giappone – debito pubblico oltre il 200% e deficit/Pil all’8,3% – paga un interesse sui titoli a dieci anni di poco superiore all’1%, non è solo perché ha il pieno controllo della sua valuta, ma anche perché ha il terzo attivo dei conti correnti al mondo, 150 miliardi di dollari, e la migliore posizione patrimoniale con l’estero, tremila miliardi. Al contrario, l’Italia ha una bilancia dei conti correnti negativa per 79 miliardi (3,7% sul Pil), e una posizione debitoria con l’estero di 549 miliardi. Infine, la riduzione della crescita e delle esportazioni viene tipicamente compensata con l’aumento della spesa pubblica, come prova il suo rigonfiamento in Italia a partire dalla prima vera crisi post-bellica nel ’74-’75.

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dicembre 31st, 2011

Thomas Hobbes, Il Leviatano

by gabriella

Whatsoever therefore is consequent to a time of Warre, where every man is Enemy to every man; the same is consequent to the time, wherein men live without other security, than what their own strength, and their own invention shall furnish them withall. In such condition, there is no place for Industry; because the fruit thereof is uncertain; and consequently no Culture of the Earth; no Navigation, nor use of the commodities that may be imported by Sea; no commodious Building; no Instruments of moving, and removing such things as require much force; no Knowledge of the face of the Earth; no account of Time; no Arts; no Letters; no Society; and which is worst of all, continuall feare, and danger of violent death; And the life of man, solitary, poore, nasty, brutish, and short.

T. Hobbes, Leviathan, I

Dall’Introduzione di Tito Magri a Leviatano, Editori Riuniti, 1976.

Hobbes è il massimo teorico dell’assolutismo, cioè della forma storica in cui si è sviluppato tra ‘500 e ‘600, lo stato moderno. Il concetto di sovranità legibus soluta, vale a dire dell’unità del potere dello stato e della sua superiorità e indipendenza rispetto a ogni altra specie di potere, è posto dal filosofo al centro della sua teoria politica come condizione essenziale del buon ordinamento del governo degli uomini e carattere specifico del potere politico rispetto, ad esempio, al potere ecclesiastico o alla patria postestas.

La filosofia politica di Hobbes va considerata come la prima teoria in cui lo stato sovrano e indipendente viene analizzato secondo i principi del pensiero filosofico moderno e in relazione ai fenomeni fondamentali della società moderna (industriale o borghese). Hobbes visse infatti nel periodo culminante del processo di formazione degli stati europei: la pubblicazione del Leviathan (1651) segue di poco la pace di Vestfalia (1648) che concluse la guerra dei trent’anni. Sul piano del pensiero politico, la formazione degli stati si connette all’idea dello stato come creazione cosciente e volontaria degli individui, anzichè come ordine sopraumano – cosicché «il punto di partenza della ricerca cessò di essere il genere umano e divenne lo stato sovrano, individuale e autosufficiente» (Gierke, 1958) – che si considerò fondato su un unione stretta tra gli individui in ottemperanza alla legge di natura per formare una società armata del potere sovrano (contrattualismo).

Al centro del pensiero di Hobbes sono i concetti di individuo e stato: lo stato è per lui il Deus mortalis, la forma unitaria e suprema di direzione morale, giuridica, religiosa, fornita di poteri assoluti e rispetto alla quale l’individuo si trova in condizione di totale dipendenza. Nello stesso tempo, esso viene costruito a partire dai nuovi principi individualistici della società borghese, a partire dall’indipendenza, dalla libertà e dall’eguaglianza naturale degli uomini che istituiscono lo stato sulla base di un calcolo razionale e in vista della conservazione della vita e del benessere.

Il corpo politico viene pensato da Hobbes come corpo artificiale e non come realtà immediata e naturale – la società cioè non esiste in natura, ma è preceduta dall’individuo che è la sola realtà naturale -, il suo fondamento non è una norma trascendente o un istinto, ma le convenzioni e gli accordi tra gli uomini. Corrispondentemente muta anche il metodo della filosofia politica, come mostra il fatto che pur continuando a ricorrere all’autorità della Scrittura e ad esempi storici, Hobbes se ne serve solo per confermare quanto ha già dimostrato per via razionale. La filosofia politica è una scienza e il suo metodo è quello della scienza sperimentale galilleiana: si scompone l’oggetto in parti semplici (la natura umana, lo stato, i patti ecc.) e si ricompone una sintesi a partire da tali principi, ma stavolta come realtà conosciuta razionalmente.

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dicembre 27th, 2011

François Chesnais, Il debito è tre volte illegittimo. Francesco Indovina, Il debito italiano

by gabriella

E’ uscito quest’anno [2011], per Raison d’Agir, Les dettes illégitimes. Quand les banques font main basse sur les politiques publiques» (Debiti illegittimi. Quando le banche fanno man bassa delle politiche pubbliche) – Paris, Ed. Raison d’agir, 2011, pp. 153, 8 euros – di François Chesnais, professore all’Università di Paris 13. In una recente intervista Chesnais ha spiegato perchè il debito è tre volte illegittimo.

Il primo obiettivo di un audit è di fare chiarezza sul passato (…). Cosa n’è stato del denaro di tale prestito, a quali condizioni questo prestito è stato concluso? Quanti interessi sono stati pagati, a che tasso, quale proporzione del principale è già stata rimborsata? Come è stato gonfiato il debito, senza che esso fosse utile alla popolazione? Quali strade hanno seguito i capitali? A chi sono serviti? Quale proporzione è stata indebitamente appropriata, da chi e come? Come ha fatto lo Stato a trovarsi impegnato, su quale decisione, presa a che titolo? Come sono diventati pubblici i debiti privati? Chi si è impegnato in progetti inadatti, chi ha spinto in questa direzione, chi ne ha approfittato? Sono stati commessi delitti, o crimini, con questo denaro? Perché non vengono stabilite le responsabilità civili, penali e amministrative?

Comitato greco contro il debito

Et si on refusait de payer? E se ci si rifiutasse di pagare?

Pour François Chesnais, l’injonction faite aux Etats de rembourser leur dette repose sur l’idée que si on ne rembourse pas, on lèse le créancier, c’est-à-dire l’épargnant qui a confi é ses économies aux banques. La comparaison avec le budget des ménages vertueux renforce cette idée: on ne doit pas dépenser plus que ce que l’on gagne…

Per François Chesnais, l’ingiunzione fatta agli stati di rimborsare il debito riposa sull’idea che se non lo si rimborsa si lede il creditore, cioè il risparmiatore che ha affidato le sue economie alle banche. La comparazione con il bilancio delle famiglie virtuose rinforza questa idea: non si deve spendere più di quanto si guadagna ..

Comparaison n’est pas raison Comparazione non è ragione

Mais comparaison n’est pas raison, dit F. Chesnais: «l’Etat a les moyens de déterminer les conditions générales de l’activité économique. Le ménage par contre subit les conditions économiques et est poussé par la publicité à consommer». Soit. L’Etat est-il pour autant autorisé à dépenser sans compter et à ne pas rembourser ses dettes? Il faut voir comment s’est constituée cette dette publique, dit l’économiste. Selon lui, il y a un parallélisme entre le gonflement de l’endettement et les allègements fiscaux consentis depuis les années 1980 par les Etats, généralement en faveur des revenus élevés (les fameuses niches fi scales en France), les revenus des entreprises et du capital.

Ma comparazione non è ragione, dice Chesnais: “lo stato ha i mezzi per determinare le condizioni generali dell’attività economica. Le famiglie invece subiscono le condizioni economiche e sono spinte dalla pubblicità a consumare”. In altri termini, lo stato è quindi autorizzato a spendere senza calcolare e a non rimborsare i suoi debiti? Bisogna vedere come si è costituito questo debito pubblico, risponde l’economista. Secondo lui, c’è un parallelismo tra l’aumento dell’indebitamento e gli sgravi fiscali concessi dopo gli anni ’80 dagli stati, generalmente in favore dei redditi elevati (le famose nicchie fiscali in Francia), i redditi d’impresa e da capitale.

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dicembre 26th, 2011

Carlo M. Cipolla, Chi ha inventato il debito pubblico. Luigi Longo, Filippo II dissanguato dai banchieri genovesi

by gabriella

Tratto da Carlo M. Cipolla, Piccole cronache, Bologna, Il Mulino, 2010, pp.35-38 e pp.39-42.

L’antichità classica non conobbe il debito pubblico. Il debito pubblico fu un’invenzione dei Comuni medievali italiani. Il primo esempio di debito pubblico di cui abbiamo notizia risale al 1167 e si trattò di un prestito forzoso imposto dalla Repubblica di Venezia ai suoi cittadini abbienti. Venezia, Genova e Firenze furono i centri che più precocemente svilupparono ed affinarono le tecniche del debito pubblico. A Genova nel 1274 si decretò il consolidamento del debito pubblico che aveva raggiunto la somma di 305 mila lire genovesi del tempo. Sempre a Genova nel 1407 quando il debito pubblico aveva raggiunto la somma di circa 3 milioni di lire genovesi i creditori dello Stato si consorziarono in un ente chiamato Casa di San Giorgio che divenne praticamente il padrone dello Stato.

A Firenze nel 1303 il debito pubblico ammontava a circa 50 mila fiorini d’oro: una cifra ragionevole. Ma a partire da quella data il Comune di Firenze si trovò impelagato in una serie di conflitti proprio nel momento in cui per l’introduzione dell’artiglieria e la sostituzione delle milizie civiche con le bande mercenarie le guerre si facevano tremendamente più costose.

Lo Stato ha tre modi per sopperire alle sue spese: tassare i cittadini, svilire la moneta, ricorrere al credito. Firenze rispettò gelosamente l’integrità della sua moneta, andò cauta nell’imporre tasse e pertanto ricorse abbondantemente al credito. Il debito pubblico fiorentino che era come s’è detto di circa 50 mila fiorini d’oro nel 1303 passò a circa 600 mila fiorini nel 1343, a circa un milione cinquecentomila fiorini nel 1364, a circa 3 milioni di fiorini nel 1400.

Il crescente bisogno di denaro da parte dello Stato spingeva al rialzo il tasso d’interesse.

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dicembre 25th, 2011

Wislawa Szymborska, Scrivere il curriculum. Discorso di Wislawa Szymborska alla cerimonia del Nobel

by gabriella

Che cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo del valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

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dicembre 22nd, 2011

Carlo Galli, Licenziamento

by gabriella

La Parola

Licenziamento

(dall’it. licenza, a sua volta dal lat. licet, è lecito). L’atto con cui si dà licenza  –  ovvero la facoltà e il permesso  –  a qualcuno di andarsene, o lo si rimuove d’autorità da un incarico. Negli ambiti economico-giuridico e politico-sociale il licenziamento è l’atto con cui il datore di lavoro allontana un dipendente dall’impiego, rescindendo unilateralmente il contratto di lavoro.

Nel licenziamento si scontrano due diritti, due libertà: la libertà di mettere in libertà, di  allontanare, e la libertà di lavorare in serenità e senza minacce. Ovvero, da una parte c’è il diritto al lavoro del cittadino, sancito dagli articoli 1 e 4 della Costituzione, che implica anche il diritto alla stabilità del reddito da lavoro, come fonte di sostentamento del lavoratore e della sua famiglia; dall’altro c’è il diritto del datore di lavoro e della sua impresa di impiegare al meglio la forza lavoro, dal punto di vista sia qualitativo sia quantitativo.  Fra questi due diritti  –  che, portati all’estremo, prevederebbero il primo la piena e totale garanzia pubblica della intangibilità del posto di lavoro come diritto soggettivo, e il secondo la insindacabile licenziabilità del dipendente  in qualsivoglia circostanza, sulla base del diritto privato che tutela la proprietà del datore di lavoro  –  gli ordinamenti giuridici istituiscono mediazioni e compromessi, che individuano punti di equilibrio a loro volta collegati alle circostanze storiche, ai cicli economici, ai rapporti di forza che attraversano la società, nonché alla qualità specifica del datore di lavoro (ad esempio, lo Stato tradizionalmente tutela i propri dipendenti dal licenziamento molto più dei datori di lavoro privati).

In Italia si è così passati dall’articolo 18 dello “Statuto dei Lavoratori” (1970), che vieta il licenziamento se non per giusta causa e che conferisce centralità e discrezionalità al giudice del lavoro, il quale in caso di licenziamento ingiustificato può disporre la reintegrazione del lavoratore, al “Collegato lavoro” (2010) che tra l’altro riforma la disciplina del licenziamento individuale, in modalità meno favorevoli ai  lavoratori. Fra le due norme sono passati quarant’anni, durante i quali le ragioni dell’economia di mercato capitalistica hanno progressivamente prevalso su quelle del lavoro dipendente e della sicurezza sociale. Oggi si cerca di contemperare le esigenze di flessibilità del lavoro con quelle della sicurezza individuale e collettiva, combinandole variamente (ad esempio, garantendo la sicurezza del lavoro ma non di uno specifico posto di lavoro), ma la crisi sistemica del capitalismo e la recessione europea generano il diffuso timore che rendere più facili i licenziamenti eliminando il concetto di giusta causa non serva a  favorire il dinamismo delle imprese e la ripresa economica, ma solo a dare un segnale anche simbolico dell’impotenza attuale del lavoro rispetto al capitale.

http://www.repubblica.it/rubriche/la-parola/2011/12/22/news/licenziamento-27071556/?ref=HREA-1

dicembre 21st, 2011

G. Bonaiuti, L’uso della LIM: luci ed ombre

by gabriella
dicembre 17th, 2011

Nique-la-police, Il significato sociale del suicidio in un omicida di massa

by gabriella

La mattina del 20 agosto 1986 Patrick Sherrill, postino a tempo determinato di Edmond (Oklahoma), si recava al lavoro come sempre. Con la divisa da lavoratore delle poste del luogo, con ancorextreme killinga viva nella memoria la reprimenda che il capo gli aveva fatto il giorno precedente, e con un arsenale di armi e munizioni dentro la borsa al posto delle lettere. Entrò, come d’abitudine, in ufficio alle 6,45 del mattino e prima dell’orario dell’apertura al pubblico tirò fuori l’arsenale uccidendo in un quarto d’ora 14 colleghi e ferendone gravemente sette. Prima dell’apertura al pubblico, e dell’arrivo dei colleghi con il quali non aveva litigato, si suicidò. Balza agli occhi il fatto che nonostante questo tragico episodio, che fece più morti della strage di Piazza Fontana, la televisione americana via cavo Cnbc, che si occupa di notizie finanziarie, definisce Edmond come uno dei “dieci perfetti sobborghi d’America”. Bisogna dire che televisione italiana, che non è seconda a nessuno in materia di orrori giornalistici, non riuscirebbe a mettere in una traduzione italiana di questa speciale classifica né Cogne né Garlasco.

Questo caso, noto alla stampa americana e riportato da un testo di Jack Levin e James Fox (Extreme Killing, Understanding Serial and Mass Murder, Sage 2011), serve nei testi scientifici per spiegare che l’omicidio di massa da parte di un singolo individuo manifesta quasi esclusivamente caratteristiche selettive. L’omicida seleziona, secondo il proprio vissuto e la propria cultura di riferimento, la tipologia di vittime da colpire. Certo in una sparatoria ci sono drammatici effetti collaterali, l’uccisione di passanti o di qualche poliziotto intervenuto, ma l’esplosione omicida avviene quasi sempre grazie ad un criterio di selezione della vittima.

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dicembre 17th, 2011

Jacques Rancière, La rupture c’est de cesser de vivre dans le monde de l’ennemi (“rottura” è smettere di vivere nel mondo del nemico)

by gabriella

Dialogo con Aistesis, l’ultima pubblicazione di Jacques Rancière (Paris, Galilée, 2011), nella quale il filosofo traccia una contro-storia della modernità individuando la contraddizione politica che ne è al centro.

Interview avec «Aisthesis», le philosophe Jacques Rancière trace une contre-histoire de la modernité et pointe la contradiction politique qui est au cœur de celle-ci.

Par ERIC LORET

Alors que la «fin de l’esthétique» a été proclamée depuis longtemps par la philosophie analytique, vous publiez un essai baptisé Aisthesis.. Mentre è stata proclamata da tempo la “fine dell’estetica, lei pubblica un saggio che si chiama Aisthesis ..

Il y a certes une critique de l’esthétique, depuis un certain nombre d’années, et pas seulement chez les analytiques, mais aussi chez d’autres philosophes, comme Alain Badiou. L’esthétique serait en effet un discours parasite de la philosophie sur les pratiques des arts. Si l’on est philosophe analytique, on prouve toujours que ce parasitage est le fait de gens qui ne connaissent rien à la pratique, rien au langage, rien à rien, et qui par conséquent manquent d’interroger les formes mêmes de production du discours et des œuvres. Mon propos n’est pas de défendre l’esthétique comme discipline, mais de dire que l’esthétique n’est justement pas une discipline qui s’occuperait des œuvres d’art. Elle est un régime de perception, de pensée et, contrairement à ce qu’on répète souvent, il n’y a pas d’art s’il n’y a pas un ensemble de modes de perception, de formes du jugement qui permettent de dire «ceci est de l’art» ou «ceci appartient à tel ou tel art». Fondamentalement, pour moi, même si l’on peut dire qu’il y a une histoire de l’esthétique comme discipline, qui commence à la fin du XVIIIe siècle, cette émergence n’est elle-même qu’un élément d’une configuration qui touche aux modes de perception, aux formes d’intelligibilité. «Esthétique» est donc à penser comme ce que j’ai appelé un «régime d’identification» de l’art. C’è sicuramente una crisi dell’estetica, da un certo numero di anni, e non soltanto tra gli analitici, ma anche presso altri filosofi come Alai Badiou. L’estetica sarebbe, in effetti, un discorso parassita della filosofia sulle pratiche dell’arte. Se si è filosofi analitici, si prova sempre che questo parassistismo è il fatto di gente che non conosce niente della pratica, niente del linguaggio, niente di niente e che di conseguenza manca di interrogare le forme stesse della produzione del discorso e dele opere. Il mio scopo è di difendere l’estetica come disciplina, ma di dire che l’estetica non è, in effetti, una disciplina che si occupa di opere d’arte. E’ invece un regime di percezione, di pensiero, e contrariamente a ciò che si ripete spesso, non c’è arte se manca un insieme di modi di percezione, di forme di giudizio che permettono di dire «questa è arte» o«ciò appartiene a questa o quell’arte». Fondamentalmente, per me, anche s si può dire che c’è una stoira dell’estetica come disciplina, che comincia alla fine del XVIII° secolo, questa emersione stessa non è che un elemento di una configurazione che tocca i modi della percezione, le forme di intelligibilità. L’«estetica» è dunque da pensare come ciò che io chiamo «un regime di indentificazione» dell’arte.

Il n’est donc pas question ici de l’expérience esthétique kantienne… Perciò non è in gioco qui l’esperienza estetica kantiana ..

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dicembre 6th, 2011

C’era una volta la città dei matti, Storia di Lampo, pazzo filosofo

by gabriella

La normale storia di follia di uno dei personaggi dello sceneggiato Rai C’era una volta la città dei matti, dedicato alla biografia di Franco Basaglia.

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