Archive for maggio, 2014

maggio 31st, 2014

Maurizio Sgroi, Le bugie dei Grandi Numeri: la rimozione dell’incertezza

by gabriella

Mark-Twain-StatisticsTraggo da The Walking Debt questo bell’articolo sulla funzione ideologica della statistica e sull’uso politico dei dati economici.

Dubitare delle statistiche è atto profondamente eversivo, ed è facile capire perché. I grandi numeri sono la base del ragionare economico contemporaneo, e osservare, pure timidamente, che non c’è alcuna certezza che non sia ipotetica nelle astrussime rilevazione dei istituti che se ne occupano, è capace di far franare la costituente stessa delle nostre economie, basate sul calcolo e la congettura, visto che per calcolare e congetturare servono dati certi.

Ora parrà a molti che questo argomentare appartenga alla percezione dilettantesca di chi, come me, sfogli a volo d’uccello questioni così complesse. Eppure, vedete: non è così. Ci sono fior di studiosi che si occupano di questa roba e fra i tanti ne ho scovato uno, Charles F. Manski, che ha pubblicato un Paper per il NBER eloquente già dal titolo: “Communicating Uncertainty in Official Economic Statistics”.

Capirete la mia sorpresa quando ho scoperto che le mie intuizioni malfondate sono meritevoli di disamina “scientifica”, e addirittura di conclusioni così disarmanti:

“Non sappiamo essenzialmente nulla su come il processo decisionale (quindi della politica, ndr) potrebbe cambiare se le agenzie di statistica comunicassero con trasparenza e con regolarità l’incertezza statistica”.

Già, l’incertezza.

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maggio 30th, 2014

Jeffrey Winters, Oligarchie ed élite

by gabriella

oligarchiaL’oligarchia è una forma di potere minoritario che trova il suo fondamento nella ricchezza materiale. Le democrazie capitalistiche contemporanee combinano il suffragio universale e la libertà d’espressione con forme oligarchiche di concentrazione del potere. Dato che il potere degli oligarchi è basato sulla ricchezza, è proprio la distribuzione della ricchezza, piuttosto che l’inclusione partecipativa, che può contrastare il loro potere. Tratto da Micromega.

Introduzione

La democrazia e le oligarchie sono forme di governo incompatibili l’una con l’altra? O è invece possibile avere democrazie all’interno delle quali il potere politico effettivo è nelle mani delle oligarchie? Qual è la fonte del potere delle oligarchie? E come opera questo potere? In cosa le oligarchie si differenziano dalle élite? Questi sono i temi affrontati da Jeffrey Winters nelle sue ricerche, temi che hanno una rilevanza cruciale per il dibattito sul populismo e sulla crisi della democrazia rappresentativa che questa rubrica sta ospitando[i].

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maggio 28th, 2014

Sesso, tutte le bufale sulla contraccezione a cui credono le giovanissime

by gabriella

baby mammeI dati della più recente indagine della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia sull’ignoranza contraccettiva degli adolescenti italiani, nel resoconto del congresso della Società Europea di Contraccezione che chiede l’immediata introduzione dell’educazione sessuale a scuola.

Una volta non se ne parlava, ma anche oggi che viviamo nell’era della comunicazione circolano ancora molte leggende e falsi miti sul sesso e sulla contraccezione. Dalle ragazze che credono che basti un bacio per restare incinta a quelle che si lavano con la coca cola dopo un rapporto sperando che la bevanda sia un efficace spermicida.

A lanciare l’allarme sulla disinformazione delle giovanissime su questi argomenti sono stati i ginecologi della Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia), dal congresso della Società europea di Contraccezione (Esc) in corso a Lisbona, illustrando i risultati di un sondaggio che ha coinvolto 17 Paesi, fra cui l’Italia. Dalle interviste di quasi 9mila giovani donne tra i 20 e i 30 anni, di cui 456 italiane, sono emerse le bufale che circolano sul sesso e sulla contraccezione.

Il bacio: nell’elenco delle ‘bufale’ più diffuse resiste ancora il sempreverde effetto bacio. Una ex adolescente su 10 ha creduto che scambiandosi questa effusione poteva restare incinta.

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maggio 27th, 2014

L’efficacia didattica in banlieue. Il modello Drancy

by gabriella
Drancy

Jérémie Fontanieu nella sua classe di Drancy

Potrebbe essere considerato il successore di Pennac questo venticinquenne parigino che si è inventato un modo per portare al successo scolastico i ragazzi di periferia, cioè studenti in gravi situazioni di svantaggio, distratti da situazioni familiari drammatiche e privi di motivazione-speranza di riscatto sociale o personale. Quel tipo di studente che riempie, ormai, anche le classi delle scuole italiane, giusto con meno implicazioni etniche.

Il prof. Fontanieu insegna economia e scienze sociali a Drancy – cittadina alla periferia nord di Parigi nota per essere stata lo snodo ferroviario principale per Auschwitz. Il suo metodo spicca per realismo e assenza di cornici pedagogiche: si limita ad insegnare con passione, arricchendo le sue lezioni di stimoli eterogenei, puntando tutto sulla cooperazione sinergica famiglia-scuola (contando sulla particolare sensibilità di quelle immigrate), sulla verifica settimanale degli apprendimenti, sulla semplicità e ripetitività dei compiti, calibrati senza fretta sulle reali capacità degli allievi.

Sembra aver capito a perfezione il significato della tesi di Vaneigem che «il lassismo non è il soffio della libertà, ma il fiato della tirannia», e non poteva essere che un giovane precario. Ne parla questa settimana Le Monde.

Jérémie Fontanieu, professeur de sciences économiques et sociales au lycée Delacroix à Drancy (Seine-Saint-Denis) a vingt-cinq ans, ce prof tout juste débarqué dans le «93» – par choix-, a décidé de se fixer un objectif de 100% de réussite au bac. A un mois des premières épreuves, il semble en passe de réussir. Une gageure dans ce lycée de banlieue à la réputation peu flatteuse.

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maggio 25th, 2014

Al voto

by gabriella

 

maggio 24th, 2014

Carlo Formenti, Fenomenologia del suicidio economico

by gabriella
durkheim

Emile Durkheim (1858 – 1917)

Traggo dal suo blog su Micromega, questa recensione di Formenti a Suicidi, di Anna Simone, che è anche una ripresa del dibattito sul suicidio anomico di Durkheim.

Pur essendo stato un cavallo di battaglia di uno dei padri fondatori della sociologia, Émile Durkheim, il tema del suicidio non è fra quelli affrontati più di frequente dai suoi colleghi e successori. A occuparsene, ricorda infatti Anna Simone nella raccolta di saggi intitolata “Suicidi. Studio della condizione umana nella crisi”, che ha curato per l’editrice Mimesis, sono soprattutto psichiatri e psicologi, come se il problema potesse essere trattato solo scandagliando la psiche individuale e collettiva.

Per allargare, se non per rovesciare, tale prospettiva, Anna Simone – ricercatrice di sociologia giuridica presso l’università di Roma 3 – prende le mosse proprio dalla lezione di Durkheim, il quale proponeva di assumere il tasso suicidario di una società come indicatore della sua capacità o meno di generare integrazione sociale (quanto più debole il legame sociale tanto più elevato il numero dei suicidi). Analizzando il suicidio come fatto sociale, Durkheim ne classificava diverse tipologie, fra cui quella che definiva “suicidio anomico”, mettendola in relazione con il venir meno di un complesso di norme e valori condivisi, fenomeno tipico dei periodi di transizione e di crisi.

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maggio 23rd, 2014

Dal 2016 il PIL dei paesi UE includerà l’economia criminale

by gabriella
giovanissimi prostituti a Madrid

giovanissimi prostituti a Madrid

L’economia legale è così simile e sussidiata da quella criminale che l’Eurostat non ha trovato imbarazzante comunicarci, proprio in questi giorni che, dal 2016, i traffici umani, lo sfruttamento della prostituzione e lo spaccio – non più osceni, in effetti, dello sfruttamento dei Sikh nel Lazio, dei raccoglitori di pomodori in Puglia, o delle infiltrazioni mafiose in Val Susa o all’Expo – saranno inclusi nella base di calcolo del PIL.

Si aspettano evidentemente che si attinga senza fare una piega alla cinica dossografia che si rallegra per la caduta del velo d’ipocrisia, l’alleggerimento del carico degli onesti, la speranza di un’allentamento delle misure d’austerity, cioè che popoli impoveriti [che hanno già perso molto, ma soprattutto la capacità di decifrare un mondo troppo ostile e troppo complicato per loro], tirino un sospiro di sollievo [diminuirà il rapporto deficit-PIL: non si sa cos’è, ma si è capito che è una fregatura certa per chi non ha soldi] o peggio, finiscano per rassicurarsi all’idea che mentre aspetta quel posto di scaricatore di cassette al mercato (già caro a Brunetta), si possa sempre mandare un figlio a spacciare per sbarcare il lunario.

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maggio 22nd, 2014

Anton Cechov, Il violino di Rotschild

by gabriella
Anton Cechov

Anton Cechov (1860- 1904)

Protagonista di questo racconto cechoviano sono il cinismo disperato di Jakov Ivànov – un uomo dalla miseria irredimibile guardata com’è con gli occhi calcolatori del borghese – e la sua conversione all’umanità, racchiusa nell’estremo dono del violino. La bellezza delle considerazioni finali lascia davvero incantati ma, oltre alla capacità di rappresentazione propria del grande narratore, colpisce in Cechov e negli altri autori russi del suo tempo, quel giudizio quasi metafisico su una condizione umana prodotta invece dalla diseguaglianza, come vedono chiaramente lo scrittore e i suoi personaggi. Questa dolente naturalizzazione del male – prima radice della sua perniciosa presenza nel mondo – era propria di un’epoca arrivata alle soglie della comprensione della natura storica delle esistenze individuali, conquistata a metà ottocento e sviluppata pienamente il secolo dopo. Oggi, suona familiare quello sguardo un po’ ottuso, impotente a comprendere, che quel tempo ci propone, anticipando drammaticamente il futuro.

La cittadina era piccola, peggio di un villaggio, e vi vivevano quasi soltanto dei vecchi, i quali morivano così raramente che era addirittura un dispetto. All’ospedale e alla prigione, di bare ne richiedevan pochissime. In una parola, gli affari eran cattivi.

Se Jakov Ivànov fosse stato fabbricante di bare nella città principale del governatorato, certamente avrebbe avuta una casa propria e l’avrebbero chiamato Jakov Matvèievic; qui in questa cittaduzza lo chiamavano semplicemente Jakov, e per di più i ragazzi di strada gli avevano dato, chissà perché, il soprannome di Bronza; ed egli viveva poveramente, come un semplice contadino, in una piccola casupola vecchia, nella quale c’era soltanto una camera, e in questa camera avevano posto lui, Marfa, la stufa, un letto matrimoniale, le bare, il banco da lavoro e tutto quel che occorre alla vita quotidiana.

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maggio 18th, 2014

A

by gabriella
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maggio 18th, 2014

B

by gabriella

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