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19 Dicembre, 2016

Eluana e Protagora. La relatività del fondamento etico

by gabriella

Degli dèi non so né che sono né che non sono, né quale sia il loro aspetto: molte sono infatti le difficoltà che si oppongono, la grande oscurità della cosa e la pochezza della vita umana [Eusebio, Praeparatio evangelica XIV, 3, 7].

 

La vicenda di Eluana Englaro ed Anthony Bland sono casi emblematici del conflitto tra un’etica relativistica del vero e del bene e un’etica assoluta fondata sul credo.

Il problema si apre con Protagora nel V secolo, la cui affermazione sugli dèi gli procurò la condanna a morte della città di Atene, vent’anni dopo quella di Anassagora.

La fotostoria.

Dopo la lunga battaglia dei genitori di Eluana perché la volontà della figlia fosse rispettata, l’opinione pubblica è stata scossa da altri casi drammatici, come quello di Piergiorgio Welby e Walter Piludu.

Le divisioni restano, nonostante i cambiamenti giuridici aperti dalla sentenza della Corte Costituzionale sul caso Englaro. Agli inizi del 2016, il Tribunale di Cagliari ha accolto la richiesta di Walter Piludu, malato di SLA, di vedersi interrotto ogni trattamento, nutrizione e ventilazione e dunque di morire sedato, senza soffrire. Il Tribunale gli ha infatti riconosciuto il diritto di rifiutare le cure e morire.

Beppino Englaro ha commentato la notizia:

Questa sentenza è anche merito dei precedenti pronunciamenti ottenuti per Eluana. Se non c’è un diritto a morire, c’è sicuramente quello ad essere lasciati morire. Il testamento biologico è indispensabile, ma è necessario parlare anche di eutanasia: basti pensare ai casi drammatici di Monicelli e Lizzani.

Sul fronte opposto, il movimento Militia Christi ed altre associazioni cattoliche, sostennero:

[Sulla questione Eluana ci sono] “due culture che si confrontano: da un lato la cultura della verità e della vita, dall’altro quella della cultura dello statalismo e della morte […] Questa drammatica vicenda dovrebbe, invece, offrire l’occasione per riaffermare il diritto alla salute e il diritto alla vita di tutti i cittadini. E, a maggior ragione, di coloro che sono in condizioni disperate e che sono, quindi, affidati, esclusivamente e necessariamente, alle cure di medici. I quali ultimi non dovrebbero mai tradire la rispettiva specifica etica professionale e i valori della solidarietà. Hanno il dovere, anzi, di creare le condizioni per fare sopravvivere Eluana e non già per farla morire”.

“Insomma, alla cultura della morte occorre contrapporre la cultura della vita e della solidarietà. Subito! Prima che trascorrano le fatali quarantotto ore”.

per questo, commemorano ogni anno la morte di Eluana e continuano a battersi contro l’eutanasia e l’autodeterminazione sul fine vita.

 

I precedenti. Il caso di Anthony Bland

Un caso emblematico, che a suo tempo ha fatto molto discutere, è stata la vi­cenda umana di Anthony Bland, un giovane tifoso del Liverpool che nel 1989, in occasione della semifinale della Coppa d’Inghilterra, venne schiacciato dalla folla riportando gravi lesioni, al punto che i medici accertarono che soltanto il tronco cerebrale era rimasto funzionante, mentre la corteccia era stata distrut­ta. Ecco la toccante descrizione del suo stato clinico, redatta dal giudice Lord Hoffmann:

A partire dal 15 aprile 1989, Anthony Bland vive in stato vegetati­vo persistente. È ricoverato presso la Airedale General Hospital di Keighley, dove mediante una pompa viene alimentato con cibi li­quidi grazie a un tubo che, attraverso il naso e la gola, giunge fino allo stomaco. Allo svuotamento della vescica si provvede mediante un catetere inserito attraverso il pene; questo trattamento gli causa di quando in quando delle infezioni che richiedono medicazioni e terapia a base di antibiotici. L’irrigidirsi delle articolazioni ha pro­dotto forti contrazioni agli arti, sicché le braccia sono saldamente strette sul petto e le gambe appaiono contorte in modo innaturale. Movimenti riflessi nella gola gli provocano vomito e bava. Anthony Bland non ha coscienza né di tutto questo, né della presenza dei membri della sua famiglia che a turno vengono a trovarlo. Le parti del cervello che rendevano possibile la coscienza si sono trasforma­te in una massa fluida. Il buio e l’oblio, discesi su di lui allo stadio Hillsborough, non lo lasceranno mai più. Il suo corpo è vivo, ep­pure egli non ha vita nel senso in cui si può dire abbia una vita un essere umano, anche più gravemente handicappato ma cosciente. I progressi della medicina moderna, però, consentono di mantenerlo in questo stato per anni, forse per decenni [Airedale N.H.S. Trust v. Bland, in “Weekly Law Report”, 2 19 feb 1993, p. 350.

Come comportarsi di fronte a questo caso pietoso che, coin­volgendo scelte esistenziali di fondo e aprendo alternative eti­che radicali (non riconducibili nei binari precostituiti della tradizione), scosse l’opinione pubblica in­glese, tanto che su di esso dovette pronunciarsi anche la Camera dei Lord? Che cosa era più rilevante e “decisivo” in questo caso? La sacralità o la qualità della vita di Anthony Bland? Coloro che si appellavano alla sacralità della vita, cioè al principio, re­cepito dal diritto angloamericano, secondo cui

ad ogni vita umana va riconosciuto un uguale diritto alla preservazione semplicemente perché la vita è un valore irriducibile

si dichiararono propensi a mantenere in vita lo sventurato. Viceversa, coloro che si appellavano al principio della qualità del vivere scelsero l’opportunità opposta, ritenendo che la vita puramente biologica del ragazzo

non meritasse di essere vissuta.

Infine vi erano coloro, tra cui alcuni cattolici, che volendo salvare il rispetto verso un princi­pio considerato assoluto (la sacralità della vita) ma anche la pietà verso lo sfortunato ragazzo, esprimevano il loro giudizio (negativo) sulla qualità di vita del paziente stimandostraordinari” (o “spro­porzionati”) alcuni mezzi usati dai medici per tenerlo in vita, con il risultato di basare tutto il loro ragionamento su proble­matiche distinzioni concettuali e di ritenere legittima la (mortifera) sospensione dei trattamenti straordinari. Come si vedrà, la distinzione tra mezzi ordinari e mezzi straordinari presenta non poche difficoltà: ad esempio, perché il respiratore dovrebbe essere considerato un mezzo straordinario, mentre il tubo per l’alimentazione no?

Inoltre etichettare un trattamento come “straordinario”, serve solo a camuffare un giudizio sulla qualità della vita del paziente, ossia a travestire, sen­za nascondere veramente, la decisione di porre fine a una vita considerata priva di un minimo di qualità positive atte a renderla degna di essere vissuta.

Per questa ragione, i paradigmi bioetici autenticamente antagonisti si riducono essenzialmente a due, quello cattolico della «sacralità della vita» e quello laico della «disponibilità» o «qualità della vita» [Fornero, Bioetica].

 

Esercitazione

Alla luce dei casi Englaro e Bland, esponi la problematica bioetica dell’eutanasia e dell’autoderminazione del fine vita, spiegando la posizione di Protagora sugli dèi e le leggi della polis.


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