Adriano Prosperi, Dalla proprietà comune alla proprietà privata

by gabriella

Adriano Prosperi racconta il passaggio dalle gestione comune della terra, proprio dell’età premoderna, a quello privato, tipico della modernità, evidenziando come, insieme con i commons, tramonti l’intero mondo delle relazioni e delle misure di protezione feudali. Tratto da Storia moderna e contemporanea, Torino, Einaudi, vol. I, pp. 435-442.

Contro la minaccia della fame, la comunità si organizza­va in vario modo: in primo luogo, con un’accorta gestione delle proprietà comuni. Erano boschi, dove tutti potevano raccogliere legna e  andare a caccia; prati, per mandare al pa­scolo il bestiame; fiumi e laghi, dove si poteva pescare; cam­pi, per coltivare cereali.

C’erano contadini che non posse­devano terra e che vivevano lavorando nei campi altrui al­l’epoca dei raccolti: si costruivano una capanna, sui terreni comuni, dove potevano allevare qualche animale e racco­gliere legna; poi c’era chi possedeva un po’ di terra e ma­gari anche un animale da tiro e un aratro; e c’erano pro­prietari di grandi appezzamenti che per di più prendevano in affitto terre di grandi tenute nobiliari. Ma c’era un’organizzazione collettiva dello sfruttamento del suolo: le greggi che raccoglievano animali di diversi proprietari poteva­no essere affidate a un solo pastore che le portava al pascolo; la rotazione delle colture era fatta di comune accordo, in modo da garantire una maggiore probabilità di salvare un raccolto adeguato dalle incerte vicende della stagione; infine, la sistemazione delle strade e dei corsi d ’ acqua era frutto di lavoro collettivo. Ma perfino i terreni che appar­tenevano a un solo proprietario non erano considerati suo bene esclusivo: una volta raccolta la messe, tutti  potevano entrare nel campo e raccogliere quel che era sfuggito al pa­drone: la «spigolatura» e poi il pascolo (in Francia, la «vaine pâture») erano un diritto dei poveri e per questo i campi non dovevano essere chiusi da recinzioni.

Anche se c’era un modo collettivo di affrontare il lavoro e i bisogni, la gerarchia sociale era molto articolata. Nella Germania del Nord, ad esempio, la gerarchia del villaggio contadino aveva al vertice il «Vollmeier», contadino proprietario di un’azienda di 12 ettari circa: i suoi due cavalli da tiro gli servivano per lavorare la propria terra e per prestare servizio una volta alla settimana nella proprietà del signore feudale. Chi possedeva intorno ai 12 ettari – oltre ai soliti due cavalli – si chiamava «Meier». Chi non aveva cavalli e possedeva appezzamenti minori (fino a 5 ettari) era chiamato «Koter». Il lavoratore agricolo a giornata, senza terra e senza animali, era chiamato «Brinksitzer».

« Guarda, i signori e i principi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2–4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca » (Thomas Müntzer, Confutazione ben fondata, 1524)

In Francia e in Inghilterra troviamo una gerarchia analoga: al livello più basso il lavoratore a giornata, senza proprietà di terra o di animali da tiro (fr. «manouvrier», ingl. «labourer»), poi chi possiede terra, cavallo, aratro (fr. «laboureurs», Ingl. «ploughman»). Al vertice della gerarchia del villaggio troviamo invece una figura che è sconosciuta nelle terre del­la Germania settentrionale e nell’Europa centrorientale: si tratta di coloro che non solo posseggono e lavorano terra propria ma che lavorano anche – con l’aiuto di operai a giornata – vaste estensioni dei terreni dell’aristocrazia feudale, per le quali pagano un affitto in denaro: in Francia si chiamano «fermiers», in Inghilterra «copyholders» [insieme ai freeholders erano gli yeoman, proprietari terrieri non nobili].

Niente del genere era accaduto nelle grandi pianure dell’Europa centrale e orientale. Qui la nobiltà feudale aveva conservato un rapporto stretto con la terra. Mentre i nobili francesi e inglesi, impegnati nelle lunghe guerre feudali che avevano chiesto una logorante e ininterrotta partecipazione alle grandi casate – la guerra dei cento anni – e che avevano opposto frazioni ostili dell’aristocrazia – la guerra delle «due rose» – , avevano perduto il controllo diretto delle loro terre, la nobiltà tedesca aveva potuto approfittare del rialzo dei prezzi dei cereali fra Quattro e Cinquecento e aveva duramente represso la ribellione dei contadini nell’epoca di Lutero e di Muntzer.

I grandi fittavoli sono i protagonisti della società agricola dell’Europa occidentale. Le terre che hanno in affitto le possono lasciare in eredità: pagano censi in denaro che restano fissi per molto tempo o variano di poco, mentre i prodotti della terra aumentano di prezzo. Sono legati all’economia di mercato, non producono solo per l’autoconsumo come gli altri  contadini. Acquistano perciò una menta­lità imprenditoriale: investono il loro denaro per migliora­re la resa dei terreni, si servono di manodopera salariata, sono attenti alle opportunità di investimento e di guadagno. L’occasione migliore è sotto i loro occhi. Ci sono vaste estensioni di terreno improduttivo: non solo le paludi dei terreni abbandonati al  degrado durante le guerre, ma soprattutto i beni comunali, con pascoli stentati e boschi il cui sfruttamento è regolato da norme collettive. La comu­nità pensa ai più poveri, al loro diritto di avere il necessa­rio per vivere. La mentalità imprenditoriale pensa al gua­dagno che si potrebbe ricavare da quelle terre lasciate al­l’uso comune. E questa l’origine di una lunga lotta e di una profonda trasformazione nelle pratiche sociali e nel modo di pensare. Alla fine di questo percorso, non solo il pae­saggio della campagna sarà radicalmente diverso ma sarà ancor più diverso il modo di concepire il rapporto tra l’uo­mo e la terra.

All’inizio, c’è un modo di pensare che concepisce i di­ritti di proprietà come qualcosa che non è illimitato, che è soggetto a vincoli collettivi e che impone doveri sociali. Il proprietario più ricco è quello che deve dare maggior contributo ai poveri e alla Chiesa. Ciascun proprietario, inol­tre, usa la sua terra secondo regole precise. Il paesaggio agrario che meglio esprime il modo collettivo di usare la terra è quello dei cosiddetti «campi aperti» (open fields). Sono campi che hanno ciascuno un padrone. E ogni pa­drone possiede strisce di terra generalmente non accorpa­te in modo unitario ma lontane le une dalle altre: parte in pianura, parte in collina, parte a grano, parte a pascolo o a vigneto o a oli veto; bisogna differenziare i raccolti per non puntare tutte le carte della famiglia su di un solo numero.

La libertà del diritto di proprietà ha, dunque, dei limiti: in­tanto, non vi sono siepi o steccati che le dividano. E poi le colture che vi si praticano sono decise di comune accordo, per ovvie ragioni: se una striscia è seminata a grano, non pensabile che la striscia parallela sia destinata a pascolo, perché il bestiame – non trattenuto da steccati – distruggerebbe rapidamente il seminativo a grano. C’è dunque un sistema di «rotazione coatta»: il grano, seminato in novembre e accolto a luglio, copre un insieme di campi, dove si seminerà poi l ’ avena e infine si lascerà il tutto a maggese.

Al termine del percorso storico, la situazione sarà profon­damente modificata: ogni pezzo di terra avrà un padrone, uno solo, che accorperà i suoi possessi in modo da racchiuderli all’ interno di un unico confine, li recinterà e vi coltiverà quello che vorrà. Nessuno vi potrà entrare. I poveri del villaggio contadino non avranno dove raccogliere il vitto e dovranno scegliere: morire di fame o andarsene chi città per ingrossare la schiera dei mendicanti o per cercarvi lavoro.

 

Trasformazioni del paesaggio : le recinzioni

Enclosures

Su questo mondo, la trasformazione fu portata dall’avanzata dei proprietari e dei fittavoli sulle terre comuni e sugli usi collettivi, attraverso il processo che fu detto delle «recinzioni». Il fenomeno fu particolarmente precoce in Inghilterra, dove provocò una trasformazione profonda del paesaggio agrario. Fin dai primi anni del Cinquecento, vi cominciarono ad essere effettuate le «enclosures» («recinzioni di terre comuni»). Si chiamava «enclosure» l’atto con cui l’autorità politica consentiva la chiusura del terreno da parte del proprietario e la conseguente abolizione degli usi colletivi.

La richiesta doveva essere presentata dai proprietari della parte maggiore o di maggior valore dei terreni della comunità: bastava, per questo, che i grandi pro­prietari fossero d’accordo – anzi, talvolta era sufficiente che la richiesta venisse presentata da un solo proprietario, se i suoi terreni costituivano la maggioranza dell’area coltivata.

Il processo aveva due aspetti: 1) la riunificazione e l’accorpamento delle proprietà frammentate e la loro conseguente chiusura; 2) la spartizione delle terre comuni, trasformate in proprietà private. La spinta fondamentale all’avvio del processo fu data dall’aumentata importanza dell’allevamento di pecore per la produzione di lana. Le guerre d’Italia e la crisi della pastorizia in Spagna stimola­rono la domanda di lana; ma per allevare greggi, occorre­vano vaste estensioni di terra, con la scomparsa delle colture per l’autoconsumo delle famiglie contadine e con la recinzione dei pascoli – dunque, con la scomparsa degli usi collettivi. Fittavoli con lo sguardo attento agli investimenti produttivi chiesero e ottennero la concessione di una se­rie sempre più fitta di «enclosures».

Il paesaggio cominciò a cambiare: vaste estensioni di verdi pascoli coprirono le pianure dell’Inghilterra; scomparvero i campicelli dei piccoli proprietari, scomparvero anche le capanne dei poveri. La popolazione delle campagne cominciò a calare. Chi per deva la possibilità di ricorrere alle terre comuni e agli usi collettivi finiva spesso col vendere anche il suo campicello, ormai insufficiente, al grande proprietario confinante; diventava bracciante oppure – se aveva mezzi adeguati –  poteva prendere in affitto altri terreni e avviare anche lui uno sfruttamento commerciale dei prodotti della terra. Si calcola che in Inghilterra, già nel 1500, quasi la metà del­le terre fosse già stata investita dal processo di recinzione.

Diego de Covarrubias y Leiva (Scuola di Salamanca): la proprietà privata ha effetti benefici sull’attività economica, quindi sul benessere generale. Può essere considerato un antesignano della trikle-down economics e del liberismo laissez-faire

Altrove, i tempi furono diversi. Fu soprattutto nel tardo Seicento e nel corso del Settecento che il processo si af­fermò nel continente, in particolare in Francia. Gli effetti furono più modesti nel mondo mediterraneo, che rimase caratterizzato dalla dispersione della proprietà terriera. Ma non conobbe soste il mutamento culturale che sottostava al processo: l’idea che la terra fosse stata creata per essere posseduta e che il diritto di proprietà avesse un fondamento naturale ebbe un riconoscimento solenne dalle maggiori au­torità in campo filosofico e teologico.

La scuola teologica domenicana, che trionfò nelle università spagnole del Cinquecento e mise i fondamenti della dottrina della sovranità – la «seconda scolastica» -, affermò il principio del carat­tere naturale, voluto da Dio, della proprietà individuale della terra. L’abolizione degli ordini religiosi e la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, che erano o dovevano essere gestiti come patrimonio da destinare almeno in parte ai bisogni dei meno abbienti, dettero il colpo decisivo al processo di appropriazione privata della terra.

L’idea che l’uomo fosse sulla terra per dominarla e per farla rendere, in modo da celebrare con la sua opera la gloria di Dio si tradusse nella pratica di un dominio assoluto sulla terra del proprietario terriero o del fittavolo. La povertà fu considerata come condanna divina, come frutto dell’ozio, padre dei vizi.

L’avanzata dei processo di privatizzazione della terra, avviato nell’Inghilterra del Cinquecento per effetto dell’aumentata importanza dell’allevamento ovino, trovò in­cremento anche sul continente per effetto dell’introduzione di colture intensive e, in generale, per il diffondersi di una mentalità imprenditoriale in agricoltura: la disponibilità in­dividuale della terra era il mezzo indispensabile per la speri­mentazione di tecniche produttive nuove – tecniche che portarono alla «rivoluzione agraria» del Settecento.

Ma le con­seguenze furono vastissime e toccarono la mentalità e la vita politica: l’assemblea dei capifamiglia del villaggio contadino perse ogni significato, non dovendo più regolare le colture e l’uso dei beni comuni. Al posto del villaggio e degli ordinamenti amministrativi del contado, rimase il proprietario terriero o il grande fittavolo, come singolo e isolato protagonista. Al posto della concezione della terra come un bene d’uso comunitario, dove si dovevano contemperare i diritti dei poveri; della Chiesa, del sovrano, si accampò il potere assoluto di una sola persona: il proprietario, il diritto di proprietà «diritto terribile», com’è stato definito – si affermò come un dato eterno, immutabile, di natura. Al posto dei diritti comunitari, era sorto un nuovo protagonista: l’individualismo agrario

 

Esercitazione

In gruppi di 3 o 4

Leggere e discutere insieme il senso del testo. Successivamente, ogni componente del gruppo stenda in venti righe un testo in cui illustra l’organizzazione premoderna della vita del villaggio (colture, manutenzioni, gerarchie sociali) e la sua trasformazione con le enclosures. Precisare anche il ruolo di legittimazione della nuova visione della terra da parte della «scuola di Salamanca» e della «Seconda scolastica».

Nell’ora successiva, (15′) leggere e correggere il compito di un compagno.

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