Alessandro Portelli, Il furore della depressione

by gabriella
Columbine

Il commento di Alessandro Portelli sulla strage di Newtown (Connecticut).

Non mi viene in mente nessuna delle ricorrenti stragi americane che sia stata perpetrata da una donna. Al di là della modalità e degli strumenti, dunque, la dimensione di genere ci aiuta a collocare queste tragedia in un quadro un po’ meno esclusivamente americano: in fondo, anche in Italia è in corso da un pezzo una strage ininterrotta, solo che invece di un omicidio di massa tutto in una volta con armi convenzionali si tratta di uomini che uccidono le loro vittime una alla volta, usando una varietà di armi, domestiche e non.
Uomini cSI CHIAMA FEMMINICIDIOhe non sopportano di non dominare più le donne, uomini che non sopportano di non riuscire a orientarsi e trovare un senso di sé, che non sopportano di vedersi sfuggire di mano i ruoli e le prerogative patriarcali su cui hanno investito la propria presenza nel mondo. Da noi, è la sfera privata che ti va in pezzi, e uccidi chi ti è vicino; negli Stati uniti è la sensazione che sia il mondo intero che ti assedia, e allora forse è anche per questo che la violenza si scatena in spazi pubblici come vendetta sul mondo, e colpisce vittime sconosciute e senza nome nelle strade, nelle scuole o nelle università, che sono quasi l’unica istituzione residua di socialità, quindi il più immediato segno di presenza della sfera pubblica. 
Nell’ultima campagna elettorale si diceva che un candidato che avesse propugnato un qualche limite alla vendita e accessibilità indiscriminata delle armi avrebbe firmato il proprio Furoresuicidio politico. Ho amici in territori marginali e in sacche di povertà americane che vedono nel possesso delle armi l’unico segno di essere cittadini, il solo diritto di cittadinanza che sentono di esercitare in un luogo e un tempo in cui salute, casa, lavoro non sono neanche pensati come diritti, e gli altri diritti democratici, dal diritto di parola al diritto di voto, sembrano spesso puramente virtuali o relativamente insignificanti; dove la politica non ti conosce, i media ti ignorano, e il sacrosanto diritto di proprietà è esploso con la crisi dei mutui che ti cacciano di casa, con la polarizzazione del reddito fra ricchissimi e classe media impoverita, con la intrinseca precarietà del posto di lavoro.
«A chi possiamo sparare?» chiede un contadino sfrattato dalla terra, in Furore di Steinbeck, il romanzo dell’altra Depressione: come fai a sparare a una banca? Oggi il nemico è ancora più senza volto, ancora più inafferrabile, il nemico è il mondo intero, e se il cinismo mercantile dell’industria e la follia ideologica della destra ti mettono a disposizione armi letali tu non hai che da allungare le mani e sparare all’impazzata, contro bersagli che non sono nessuno perché rappresentano tutti.
http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/9003/

No Comments to “Alessandro Portelli, Il furore della depressione”

  1. Gabriella! Sei troppo stressata secondo me…
    Anche questo link non funziona: “strage di Newtown” (titolo iniziale…).

    Se mi assumi, ti faccio da controllore dei post… 🙂

  2. Confesso che la redifinizione dei ruoli tra donne e uomini, non è un passaggio facile da vivere…
    Non mi è piaciuto, dell’articolo che hai riportato, la generalizzazione un po’ troppo estrema… Adesso non andiamo a dire che se una generazione di uomini sta vivendo un’epoca complessa, dal punto di vista della propria identità in relazione a quella delle donne, allora bisogna comettere degli omicidi… Di individui che hanno seri problemi, senza saperlo, è pieno il mondo.

    Ho trovato invece interessante quanto pubblica La Stampa oggi sulle lobby delle armi negli States:

    http://www.lastampa.it/2012/12/18/esteri/nra-la-lobby-delle-armi-sfida-obama-900KSs4Jhxvzck0WM68eVN/pagina.html

    Sotto certi aspetti gli States sono davvero un altro mondo rispetto a noi… difficile da comprendere e anche un po’ speventevole.

    • Sincero, come sempre, Portelli però non generalizzava: dava soltanto (si fa per dire) una lettura sociologica di queste morti femminili. E’ ovvi oche questa interpretazine faccia male soprattutto agli uomini, in particolare ai migliori e ai più schietti tra questi.

  3. Secondo quanto va da tempo indagando Emanuele Severino, il disagio esistenziale nel mondo Occidentale( il pensiero Occidentale ormai ha colonizzato tutto il Pianeta) ha radici profonde e inevitabilmente i comportamenti individuali, collettivi e relazionali tra generi, sono contaminati
    da quel nichilismo che l’umanità deve in qualche modo scrollarsi di dosso, affinchè
    il “cerchio dell’apparire degli enti” possa riacquistare gioia e fascino pardisiaco.

    SEVERINO, QUANDO E’ IL MONDO A VENIRE ALL’UOMO

    Severino espone la visione del Tutto originata dalla metafisica greca: il mondo sensibile è come una scatola che contiene enti che nascono dal nulla e rientrano nel nulla.

    Con la comparsa della metafisica, i linguaggi storici si trovano per la prima volta a confronto con la testimonianza del senso dell’essere e del niente. Nel confronto, il senso di ogni parola premetafisica subisce una trasformazione essenziale. Alla luce dell’essere e del niente la vita, la nascita e la morte, il si e il no, il dolore, l’amore, la terra e il cielo vengono sotratti al loro senso primitivo e restano affidati ad un altro senso, inaudito. Con la metafisica non sopraggiunge semplicemente un mondo, ma il mondo. […] La metafisica greca ha portato alla luce la dimora in cui abita l’Occidente e questa dimora ha dato il proprio senso a tutto ciò che in essa si è andato compiendo. Il mondo è divenuto il pensiero e la forza dominante e un poco alla volta tutti gli aspetti fondamentali e derivati dell’esistenza e della civiltà sono stati pensati e vissuti nel mondo. […] Raccogliendosi nel mondo gli enti divengono: nascono, muiono, si trasformano. dal punto di vista della metafisica, ciò significa che gli enti del mondo (tutti o in parte, completamente o in qualche loro aspetto) escono e ritornano nel niente – passano dalla loro nientità all’essere un non-niente e viceversa – e, in quanto sono, sono essenzialmente esposti al rischio dell’annientamento. Se non ci fosse nulla, negli enti, che diventasse un niente, se tutto restassse ciò che è, come sarebbe possibile il divenire del mondo? […] Prima di acquistare l’essere, l’ente è un niente, e così dopo averlo perduto. L’evidenza di tutte le evidenze è costituita dalla alienazione più abissale e più pura: la persuasione che l’ente sia niente. Essa è il senso che vien respirato da ogni cosa e opera nella dimora in cui cresce la nostra civiltà. L’alienazione essenziale è divenuta la realtà più solida e indubitabile. Nulla è in noi più fermo della persuasione di ‘essere al mondo’. Eppure l’uomo incomincia ad esporsi al mondo – ad essere e a venire al mondo – solo ad un certo punto della sua storia, quando è il mondo a venire all’uomo.[…]
    Che significato ontologico possiede un linguaggio che – come ogni linguaggio premetafisico – non testimoni, ossia non parli esplicitamente intorno al senso dell’essere e del niente? Certe cose possono essere dette solo in quanto l’essere sia inteso in un certo modo; ma se il dire non esplicita il senso dell’essere, ci manca la chiave che consenta di scoprire, sulla base delle cose dette, le cose illuminate, ma non possiamo vedere quale sole le illumini. Vediamo le tracce di un sole che rimane sconosciuto. […] Con l’avvento del pensiero metafisico, anche ‘dio’ esce dall’ambiguità ed entra nel mondo: non nel senso che venga necessariamente inteso come uno degli enti sensibili e divenienti, ma in quanto è pensato come il fondamento stesso del mondo, ossia come ciò che fa sì che il mondo sia.

    (Emanuele Severino, “Sul significato della ‘morte di Dio’”, in “Essenza del Nichilismo”, edizione Adelphi, Milano, 1982, pag. 253-254).

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