Bertold Brecht, Fulgenzio e Galilei

by gabriella
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Bertold Brecht (1898 – 1956)

Galileo Galilei

Galileo Galilei (1564 – 1642)

Nell’VIII scena di Vita di Galilei, Brecht colloca il colloquio tra il vecchio scienziato e il discepolo, l’ecclesiastico Fulgenzio che difende l’idea dell’utilità compassionevole della credenza e dell’ignoranza.

Fulgenzio ricorda i propri genitori, poveri contadini che avevano nel ciclo della semina l’unica sicurezza di una vita di sofferenze e nella certezza del Paradiso la ricompensa per le rinunce e i dolori terreni. In ciò si comporta come il discepolo migliore dello scienziato, capace di trarre tutte conseguenze culturali, sociali e politiche della nuova astronomia che il Galilei storico non vide mai.

Il frate


VIII.

Palazzo dell’ambasciata fiorentina a Roma.
Galileo sta parlando con frate Fulgenzio.

GALILEO Parlate pure: il vostro abito vi dà diritto di dire tutto quel che volete.
FULGENZIO  Ho studiato matematica, signor Galilei.
GALILEO Questo può tornarci utile, se vi induce ad ammettere che due e due possono anche fare quattro.
FULGENZIO Signor Galilei, non ho chiuso occhio da tre notti per tentar di conciliare il decreto, che ho letto, con le lune di Giove, che ho viste. Stamattina ho deciso di dire la messa e poi di venirvi a trovare.
GALILEO Per dirmi che le lune di Giove non esistono?
FULGENZIO No. Sono riuscito a convincermi che il decreto è stato saggio. È servito a rivelarmi quanto possa essere rischiosa per l’umanità un’indagine libera da ogni freno: tanto, che ho preso la decisione di abbandonare l’astronomia. Ma ho pure sentito il bisogno di esporvi alcuni motivi che possono spingere anche un astronomo, quale ero io, a interrompere lo studio delle scienze esatte.

GALILEO So benissimo quali sono questi motivi.
FULGENZIO Capisco la vostra amarezza.  Alludete a certi poteri straordinari di cui dispone la Chiesa.
GALILEO Chiamateli pure strumenti di tortura.
FULGENZIO Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell’ulivo, ma del resto ben poco istruita. Quando osservo le fasi di Venere, ho sempre loro dinanzi agli occhi. Li vedo seduti, insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro magro pasto. Sopra le loro teste stanno le travi del soffitto, annerite  dal fumo dei secoli, e le loro mani spossate dal  lavoro reggono un coltelluccio. Certo, non vivono bene; ma nella loro miseria esiste una sorta di ordine riposto,  una serie  di  scadenze:  il  pavimento  della  casa  da lavare,  le  stagioni  che variano nell’uliveto,  le decime da pagare…  Le sventure  piovono loro addosso con regolarità, quasi seguendo un ciclo. La schiena di mio padre non s’è incurvata tutta in una volta, ma un poco più ogni primavera, lavorando nell’uliveto: allo stesso modo che i parti, succedendosi a intervalli sempre uguali, sempre più facevano di mia madre una creatura senza sesso. Donde traggono la forza necessaria per la loro faticosa esistenza? per salire i sentieri petrosi con le gerle colme sul dorso, per far figli, per mangiare perfino? Dal senso di continuità, di necessità, che infonde in loro lo spettacolo degli alberi  che  rinverdiscono  ogni  anno,  la  vista  del  campicello  e  della  chiesetta,  la spiegazione del Vangelo che ascoltano la domenica. Si son sentiti dire e ripetere che l’occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi  ansioso; che intorno a loro è stato costruito  il  grande  teatro  del  mondo  perché  vi  facciano  buona  prova  recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è assegnata… Come la prenderebbero ora, se andassi  a dirgli  che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti,  e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza,  la loro sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura,  che tutto spiega e di tutto mostra  la necessità:  il sudore,  la  pazienza,  la  fame,  l’oppressione,  a  che  potrebbe  ancora  servire  se scoprissero che è piena di errori? No: vedo i  loro sguardi velarsi  di sgomento, e il coltelluccio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati. Dunque,  dicono,  non  c’è  nessun  occhio  sopra  di  noi?  Siamo  noi  che  dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere cosi,  da miserabili  abitanti  di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose? Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza,  è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo.

GALILEI: O Bontà d’animo! Forse intendete dire che, dal momento che non c’è più niente, che tutto il vino è bevuto e che le loro labbra sono secche, non gli resta che baciare la tonaca! Ma perché non c’è più niente? Perché mai l’ordine che regna in questo paese è l’ordine che esiste in un magazzino vuoto? Perché non v’è altra necessità che quella di lavorare fino a crepare? In mezzo a vigneti carichi di grappoli, ai campi folti di grano! Sono i vostri parenti contadini quelli che pagano le guerre scatenate dal vicario del pio Gesù in Spagna e in Germania! Perché Gesù ha posto la terra al centro dell’universo? Ma perché la cattedra di Pietro possa essere il centro della terra! È solo di questo che si tratta. Avete ragione voi: non si tratta dei pianeti, ma dei contadini dell’Agro Romano. E non venite a parlarmi dell’alone di bellezza che emana dalla vecchiaia! Sapete come si sviluppa la perla nell’ostrica? Un corpo estraneo insopportabile, per esempio un granello di sabbia, penetra dentro al guscio, e l’ostrica, per seppellire quel granello, secerne calce; e in questo processo rischia la morte. Allora, dico io, al diavolo la perla, purché l’ostrica resti sana! Le virtù non sono appannaggio unicamente della miseria, caro mio. Se i vostri genitori vivessero prosperi e felici, potrebbero sviluppare le virtù della prosperità e della felicità. Oggi, invece, i campi esausti producono coteste virtù di esaurimento, ed io le rifiuto. Amico, le mie nuove pompe idrauliche potrebbero operare miracoli ben maggiori di tutto quel grottesco affaccendarsi oltre l’umana capacità…  Crescete e moltiplicatevi! perché le guerre spopolano i territori e i nostri campi sono sterili. Bisogna dunque proprio mentire alla tua gente?

FULGENZIO: (con grande agitazione) Dobbiamo tacere per il più nobile dei motivi: la pace spirituale dei diseredati!
GALILEO:
 Vuoi che ti mostri una pendola del Cellini? Me l’ha portata stamane il cocchiere del cardinale Bellarmino. Caro mio, come contentino per non turbare la pace spirituale dei tuoi genitori, le autorità mi offrono la mia porzione del vino che hanno vendemmiato dal sudore dei loro volti, i quali, come tu ben sai, sono fatti a immagine e somiglianza di Dio. Se mi adattassi a tacere, potrei anche ricavarne qualche utilità: vita facile, niente persecuzioni e via dicendo.

FULGENZIO:  Signor Galilei, io sono un ecclesiastico.
GALILEI:  Sei anche un fisico. E che le fasi di Venere esistono, lo vedi. Guarda! (Indica oltre la finestra) Vedi là il piccolo Priapo, alla fonte vicino al lauro? Il dio degli orti, degli uccelli e dei ladri, l’osceno idolo contadino, vecchio di duemil’anni? Ha detto meno bugie di loro! Va bene, non ne parliamo, anch’io sono un figlio della Chiesa. Ma non avete mai letto l’ottava satira di Orazio? Proprio in questi giorni me la sto rileggendo, per ritrovare un po’ d’equilibrio.  (Afferra un libriccino)  Sentite come fa parlare una statuetta di Priapo che si trovava negli orti Esquilini. Comincia cosi:

Ero un ceppo di fico, un legno poco servibile
quando il mio falegname, incerto se fare di me
Priapo od uno sgabello, finì col scegliere il dio…

Credete  che  Orazio,  se  per  esempio  gli  avessero  imposto  di  non  parlare  di  uno sgabello, ma di mettere nella poesia un tavolo, lo avrebbe tollerato? Messere, il pretendere che, nel mio quadro dell’universo, Venere debba essere senza fasi, è recare offesa al mio senso estetico! Come possiamo scoprire le macchine che regolano il corso dei fiumi, se ci si fa divieto di studiare la più grande macchina che sta innanzi ai nostri occhi, quella del firmamento! E La somma degli angoli di un triangolo non può variare a seconda degli  interessi  della Curia. E non posso calcolare  le traiettorie dei  corpi volanti in maniera da spiegare anche i voli delle streghe sui manici di scopa!

FULGENZIO Ma non credete che la verità – se verità è – si farà strada anche senza di noi?
GALILEI No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano. Tu parli dei contadini dell’Agro come se fossero il muschio che alligna sulle loro capanne! A chi mai può passare per la mente che ciò che a loro interessa, non vada d’accordo con la somma degli angoli di un triangolo? Certo che, se non si agitano, se non imparano a pensare, poco può aiutarli anche il più efficace sistema d’irrigazione. Per tutti i diavoli, vedo bene che sono ricchi di divina pazienza; ma la loro divina furia, dov’è?
FULGENZIO  Sono stanchi.
GALILEI (gettandogli un fascio di manoscritti) Sei o non sei un fisico, figlio mio? Qui sta scritto com’è che negli oceani avvengono le alte e le basse maree. Non lo puoi leggere, hai capito? To’, e invece lo leggi?  Sei  un  fisico, allora? (Frate  Fulgenzio è sprofondato nella lettura). Il frutto dell’albero della conoscenza! Ecco, lo azzanna subito. Sarà dannato in eterno, ma  non può far  a meno di  azzannarlo, sciagurato ghiottone! A volte penso che mi lascerei rinchiudere in una prigione dieci tese sotterra, dove non penetrasse un filo di luce, purché in cambio potessi scoprire di che cosa la luce è fatta. E il peggio è che, tutto quello che scopro, devo gridarlo intorno: come un amante, come un ubriaco, come un traditore. È un vizio maledetto, mi trascinerà alla rovina. Quanto potrò resistere a parlare solo coi muri? Questo è il problema.

 

Esercitazione

1. Perché frate Fulgenzio ha deciso di abbandonare l’astronomia?

2. Perché sarebbe una sciagura per i poveri genitori di Fulgenzio se venisse loro spiegata la vera configurazione del cielo?

3. Cosa ribatte Galilei?

4. Quali sono, infine, le concezioni della verità che si scontrano nel dialogo tra Fulgenzio e Galilei?


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