Archive for ‘Antropologia’

settembre 14th, 2016

Olmo Viola, Culture animali, da migliaia di anni

by gabriella
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Scimmia cappucino apre un anacardo

La nostra specie è la sola che possa dirsi “culturale”? Esistono forme di cultura in altre specie? La cultura, oltre a comporre l’identità di molte società e individui umani, è anche un insieme complesso di comportamenti a cui si ricorre per ricordare quanto la nostra specie sia distinta dal resto dei viventi. Ma a uno sguardo più attento la continuità evolutiva sembra prevalere sulla nostra discontinuità eccezionale. Questi ripensamenti sono motivati oggi da una serie di nuove scoperte e ricerche etologiche. La più recente riguarda le scimmie cappuccino. Tratto da La Mela di Newton.

Chi non conosce le scimmie cappuccino (sottofamiglia alla quale appartengono due generi e varie specie)? Un po’ perché famose grazie alle molte performance sul grande schermo televisivo, spesso presenti in film e serie tv, un po’ perché impiegate nell’aiuto di persone paraplegiche. La ragione per cui vengono addestrate per aiutare persone paraplegiche è che si tratta di scimmie estremamente socievoli e intelligenti, nonché capaci di utilizzare strumenti. È per questo che sono ben note tra gli etologi, in quanto fanno parte di quella élite di animali capaci di produrre e manipolare strumenti per determinati fini. Un mese fa si è aggiunto un ulteriore motivo per accrescere la fama di questi primati: su Current Biology [1] è stato pubblicato un articolo nel quale viene descritta una tradizione di uso di strumenti litici, da loro prodotti, antica di ben 700 anni.

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luglio 19th, 2016

Vittorio Girotto, Così è nato il timor di Dio

by gabriella
Vittorio Girotto (1956 - 2016)

Vittorio Girotto (1956 – 2016)

L’analisi antropologica di Vittorio Girotto sull’origine dei culti. L’articolo è uscito su Il Sole 24 Ore.

Chi non sa cos’è il «timor di Dio»? Dio, chiunque esso sia, vede tutto, giudica tutto e punisce ogni male. La grande maggioranza delle religioni professate ai nostri giorni si basa proprio su quest’idea.

Eppure non è sempre stato così. Per molto tempo i nostri progenitori hanno creduto in divinità che non si occupavano direttamente delle vicende umane né, tanto meno, le giudicavano e sanzionavano.

La distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia del 24 agosto 79

La distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia del 24 agosto 79

Secondo la testimonianza di Plinio il giovane, ad esempio, al momento dell’eruzione del Vesuvio i pompeiani credevano che gli Dei avessero lasciato il mondo, abbandonandoli al loro tragico destino.

È solo in tempi relativamente recenti che si sono sviluppate le credenze in quelli che lo psicologo canadese Ara Narenzayan definisce «Grandi Dei» (Grandi dei. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo, Cortina, 2014), cioè divinità che sorvegliano la nostra vita quotidiana e la regolano con promesse e minacce che si concretizzeranno nella vita ultraterrena.

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luglio 7th, 2016

Il Papalagi 

by gabriella

Discorsi del capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa secondo Eric Scheuermann (presunto traduttore tedesco, 1920). Qui il testo integrale.

 Il Papalagi è continuamente preoccupato di coprire ben bene la sua carne. […] Il corpo del Papalagi è ricoperto dalla testa ai piedi di panni, stuoie e pelli, in maniera così fitta e spessa che non un occhio umano vi può giungere, non un raggio di sole, così che il suo corpo diventa smorto, bianco e appassito come i fiori che crescono nel profondo della foresta vergine.

[…] I piedi infine vengono avvolti in una pelle morbida e in una molto rigida. Quella morbida è per lo più elastica e si adatta facilmente al piede, al contrario di quella rigida. Anche questa è fatta con la pelle di un robustissimo animale, la quale viene lasciata a bagno nell’acqua, poi raschiata con un coltello, battuta e stesa al suolo fino a che si è completamente indurita. Con questa il Papalagi si costruisce poi una sorta di canoa dal bordo molto alto, grande giusto quanto basta per farvi entrare il piede. Queste barche da piedi vengono poi legate e allacciate con cordoni e ganci intorno alla caviglia, così che il piede resta chiuso in un rigido guscio, come il corpo di una lumaca di mare. Queste pelli da piedi il Papalagi se le porta addosso dal levar del sole fino al tramonto, con esse fa i suoi viaggi, danza e le porta anche quando fa caldo come dopo la pioggia tropicale. Poiché tutto ciò è assai innaturale, come il bianco del resto ben comprende, e rende i piedi come morti, tanto che cominciano a puzzare, e poiché in effetti la maggiore parte dei piedi europei non sanno più afferrare una cosa o arrampicarsi su una palma, per tali ragioni il Papalagi cerca di nascondere la sua follia ricoprendo la pelle di questo animale, che al naturale sarebbe rossastra, con molto sudiciume, che poi rende lucido a furia di strofinare, così che gli occhi non possono sopportarne il luccichio e si volgono altrove. […]

Il Papalagi vive in un guscio solido come una conchiglia marina. Vive fra le pietre come la scolopendra fra le fessure della lava. Le pietre sono tutt’intorno a lui, accanto e sopra di lui. La sua capanna somiglia a un cassone di pietra messo in piedi. Una cassa che ha molti scomparti ed è tutta bucata. C’è un solo punto in cui si può entrare e uscire da questa cassa di pietra. Questa apertura il Papalagi la chiama ingresso quando entra nella capanna, uscita quando ne esce fuori, sebbene entrambe siano una sola e unica cosa. In questa apertura c’è una grande ala di legno che bisogna spingere con forza per poter entrare nella capanna. Ma anche così si è soltanto al principio e bisogna spingere ancora parecchie ali prima di essere veramente nella capanna. […] Se la famiglia sta in alto, proprio sotto il tetto della capanna, allora bisogna salire molti rami a zigzag o in tondo, fino a che si arriva al punto dove il nome della famiglia sta scritto sul muro. Lì ci si trova davanti un grazioso capezzolo femminile finto sul quale si preme fino a che risuona un grido che chiama la famiglia. La famiglia guarda attraverso un piccolo buco rotondo munito di piccoli ferri, per vedere se si tratta di un nemico. In tal caso non apre. Se invece riconosce l’amico, allora subito slega una grossa ala di legno, accuratamente serrata, e la tira verso di sé, in modo che l’ospite attraverso il passaggio possa entrare nella capanna vera e propria. Questa è a sua volta divisa da molte ripide pareti di pietra, e si passa di ala in ala, da un cassone a un altro cassone sempre più piccolo. Ogni cassone, che il Papalagi chiama stanza, ha un buco (quando è grande anche due o tre) attraverso il quale entra la luce. Questi buchi sono chiusi con un vetro, che si può togliere quando si vuole far entrare aria fresca nei cassoni, cosa quanto mai necessaria. Ci sono però anche molti cassoni senza buchi per l’aria e per la luce. Un samoano morirebbe ben presto soffocato in questi cassoni, perché qui non passa mai un soffio d’aria fresca come in qualsiasi capanna delle Samoa. E anche gli odori della cucina cercano una via d’uscita. Spesso però anche l’aria che viene da fuori non è migliore; e si fatica a capire come una creatura qui non debba morire, come per la nostalgia dell’aria non diventi un uccello, come non gli crescano le ali per potersi levare in volo e andarsene dove c’è aria e sole. […]

Fra questi cassoni il Papalagi trascorre dunque la sua vita. Sta ora in questo, ora in quel cassone, secondo l’ora e il momento. […] In questa maniera vivono in Europa tante creature quante sono le palme che crescono a Samoa, anzi, molte di più.

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marzo 11th, 2016

Yann Arthus Bertrand, Human

by gabriella

Tutto è cominciato da un’avaria all’elicottero, un giorno, nel Mali. Mentre aspettavamo il pilota, ho discusso con un uomo del villaggio durante l’intera giornata. Parlò del suo quotidiano, delle sue speranze e dei suoi timori: la sua sola ambizione era nutrire la sua famiglia, i suoi figli. Per me fu un tuffo nei bisogni più elementari. Mi guardava diritto negli occhi, senza lamentarsi, senza domande, senza risentimento. Ero partito per fotografare dei paesaggi e sono stato catturato da quel viso, da quelle parole”.

Da allora le testimonianze raccolte sono oltre 6.000, provenienti da 84 paesi. Dal sito di Mauro Poggi.

marzo 2nd, 2016

Claude Lévi-Strauss, La famiglia

by gabriella
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Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009)

The Family, in H. L. Shapiro, Man, Culture, and Society, [London, Oxford University Press, 1956] trad. it. in F. Remotti, I sistemi di parentela, Torino, Loescher, 1974, pp. 198-99, 201-206.

La famiglia coniugale monogamica è abbastanza frequente. Ogni volta che sembra essere sostituita da tipi diversi di organizzazione, ciò avviene generalmente in società molto specializzate e sofisticate, non già – come una volta ci si attendeva – nelle società più semplici e rozze. Inoltre, i pochi casi di famiglia non coniugale (anche nella sua forma poligamica) dimostrano, al di là di ogni dubbio, che l’elevata frequenza del tipo coniugale di raggruppamento sociale non deriva da una necessità universale. È almeno concepibile che una società durevole e perfettamente stabile possa esistere senza di esso. Di qui un difficile problema: se non esiste alcuna legge naturale che renda la famiglia universale, come possiamo spiegare che essa sia rintracciabile praticamente dappertutto?

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febbraio 19th, 2016

Umberto Eco, Industria e repressione sessuale in una società padana

by gabriella

Lo spassoso reportage antropologico di un ricercatore dell’Oceania sulle pratiche dei milanesi, in cui il migliore Eco smaschera l’etnocentrismo delle categorie disciplinari dall’apparenza più neutrale. Due dei quattro saggi, tratti da Diario Minimo, [Milano, Bompiani, 1992, pp. 81-92].

La presente inchiesta elegge come campo di indagine l’agglomerato di Milano alla propaggine nord della penisola italiana, un protettorato vaticano del Gruppo delle Mediterranee. Milano si trova circa a 45 gradi di latitudine nord dall’Arcipelago della Melanesia e a circa 35 gradi di latitudine sud dall’Arcipelago di Nansen nel Mar Glaciale Artico. Si trova quindi in una posizione pressoché mediana rispetto alle terre civili e se pure fosse più facilmente raggiungibile dalle popolazioni eschimesi tuttavia è rimasta al di fuori dei vari itinerari etnografici.

Debbo il consiglio di una indagine su Milano al Professor Korao Paliau dell’Anthropological Institute delle Isole dell’Ammiragliato e ho potuto condurre la mia inchiesta grazie al generoso aiuto della Aborigen Foundation of Tasmania che mi ha fornito un grant di ventiquattromila denti di cane per affrontare le spese di viaggio ed equipaggiamento. Non avrei peraltro potuto stendere queste note con la dovuta tranquillità, riesaminando il materiale raccolto al ritorno dal mio viaggio, se il Signore e la Signora Pokanau dell’Isola di Manus non mi avessero messo a disposizione una palafitta isolata dal consueto clangore dei pescatori di trepang e dei mercanti di copra che purtroppo hanno reso infrequentabili certe zone del nostro dolce arcipelago. Né avrei peraltro potuto correggere le bozze e riunire le note bibliografiche senza l’affettuosa assistenza di mia moglie Aloa che spesso ha saputo interrompere la confezione di collane di fiori del pua per correre all’arrivo del battello postale e trasportarmi alla palafitta [63] le enormi casse di documenti che via via richiedevo all’Anthropological Documentation Center di Samoa e che per me sarebbero state di troppo peso.

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febbraio 4th, 2016

Il dibattito sulla famiglia

by gabriella

Spunti di lettura per una riflessione in classe sulle trasformazioni della famiglia. Una panoramica didattica dei cambiamenti della convivenza in Occidente e delle diversità culturali in relazione alla parentela. A seguire una riflessione di Umberto Galimberti sulla possibilità dell’argomento “famiglia come istituzione naturale” e il dibattito sul tema allestito nell’ottobre scorso, con l’antropologo Marco Aime e il priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, dalla trasmissione di approfondimento religioso Uomini e profeti  in occasione del Sinodo dei vescovi dedicato alla “vocazione e missione della famiglia nel mondo contemporaneo”. Conclude la sintesi di Vincenzo Matera, che spiega perché, alla luce dei saperi antropologici, non esiste una famiglia naturale, né una natura che regoli stabilmente i comportamenti dell’uomo.

Il 4 ottobre 2015, Uomini e profeti ha dedicato la trasmissione al Sinodo dei vescovi, uno dei più importanti organi consultivi della chiesa cattolica, che aveva per tema la “vocazione e missione della famiglia nel mondo contemporaneo”. Dal suo sito, la trasmissione di approfondimento religioso si domanda:

Ma che cos’è una famiglia? Ogni società umana, fin dai tempi più antichi, ha conosciuto forme di aggregazioni familiari, ma con modelli e strutture infinitamente varie, come ci racconta l’antropologo Marco Aime. In una regione della Cina esiste, ad esempio, una forma di matriarcato che ignora il legame matrimoniale, ridimensiona la figura paterna, e vive in perfetta armonia. Ci si chiede allora perché tanto allarme sulla crisi della famiglia mononucleare e perché da parte della chiesa, visto che l’annuncio evangelico non pone affatto la famiglia come una priorità da salvaguardare. Se si ponesse l’amore e il rispetto al centro dei legami interpersonali non potrebbe essere risolta una gran parte dei problemi? Ne parliamo con Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose.

 Suggerimenti di lettura

AAVV, La famiglia tra sfide e prospettive, Postfazione di Enzo Bianchi, Qiqaion 2015
Marco Aime, Una bella differenza, Einaudi 2009
Marco Aime, Le radici nella sabbia, EDT 2013
Ricardo Coler, Il regno delle donne, Nottetempo 2013

Posizioni della Chiesa sulla famiglia

Vincenzo Matera, Perché la famiglia naturale non esiste

Antropologo, docente all’Università Milano Bicocca

Esiste la «famiglia naturale»? Pongo questa domanda perché mi pare che siano ancora moltissimi coloro che non hanno alcun dubbio sulla risposta. Per esempio, le «Sentinelle in piedi», che hanno organizzato veglie in molte città italiane sabato 23 gennaio, a mo’ di contrappunto dei cortei «svegliatitalia», sono persone che non dubitano minimamente del valore «naturale» della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Una famiglia, affermano convinti, è quella fatta da un uomo e una donna. I bambini hanno diritto a una famiglia in cui crescere.

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gennaio 28th, 2016

Australia

by gabriella

L’articolo che il giornalista John Pilger ha dedicato alla Giornata dell’Australia, la manifestazione commemorativa della colonizzazione dell’isola, Austriani 1iniziata il 26 gennaio 1788. Tratto dal blog di Mauro Poggi.

Il 26 gennaio in Australia si celebra uno dei più tristi giorni nella storia dell’umanità. È “un giorno per le famiglie”, dice il magnate dell’editoria Rupert Murdoch. Vengono distribuite bandiere nelle strade, si indossano buffi cappelli. La gente manifesta il proprio orgoglio di comunità, la propria gratitudine.

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dicembre 13th, 2015

Valeriu Nicolae, E’ magnifico essere zingari

by gabriella

craiova romLeggendo i suoi racconti d’infanzia si apprende che Valeriu è un meticcio, uno di quegli individui cresciuti a metà tra due identità. Quando queste identità sono in conflitto secolare tra loro, come sono nel suo caso, la rom e la romena, la loro narrazione non può che essere ironica e illuminante. Tratto da Internazionale dell’11 dicembre 2015.

Per i primi sette anni della mia vita ho avuto una sola identità: ero semplicemente un bambino. Poi, quando sono andato a vivere a Craiova, in Romania, sono diventato uno zingaro. E zingaro sono rimasto per molto tempo. Ma mi sono dato da fare e sono stato promosso a zingaro onesto, signor zingaro, signor zingaro rom, e qualche tempo fa ho ricevuto il titolo di romeno perfino da un canale tv: ormai è ufficiale.

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settembre 15th, 2015

15 settembre 1835, il Beagle raggiunge le Galapagos

by gabriella
Isola Bartolomé, Galapagos

Isola Bartolomé, Galapagos

Tratto da Senzasoste.it.

Il 15 settembre 1835, il brigantino Hms Beagle raggiunse le isole Galápagos. Era partito da Plymouth il 27 dicembre 1831 con il compito di effettuare rilevazioni idrografiche in Sudamerica. Tra gli 80 uomini a bordo c’era il giovane naturalista Charles Darwin, che il capitano Robert Fitzroy aveva voluto con sé come antidoto per la depressione, visto che il suo predecessore si era suicidato nello Stretto di Magellano.

L’arcipelago delle Galápagos (in spagnolo le tartarughe giganti) è situato sull’Equatore, ed è formato da 13 isole maggiori e altre più piccole, di origine vulcanica. Gli spagnoli le scoprirono per caso il 10 marzo del 1535, si rifornirono di cibo e acqua e proseguirono per il Perù. Le trovarono disabitate, in quanto non hanno mai avuto una popolazione indigena. In seguito vi si stabilirono pirati, balenieri e detenuti.

Le Galápagos sono interessate da tre correnti oceaniche che hanno portato numerosissime specie marine a ritrovarsi qui, e la lontananza dal continente ha permesso la formazione di un ecosistema unico, con una ricchissima biodiversità. Per un naturalista erano un paradiso: ogni isola aveva specie sue proprie di tartarughe e uccelli e Darwin, esaminando i fossili raccolti, osservò che le differenze si erano prodotte nel tempo a partire da un’unica specie originaria.

Il Beagle ripartì dalle Galápagos il 20 ottobre e fece ritorno in patria un anno dopo.

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