Archive for ‘Storia’

aprile 15th, 2018

L’Ospedale partigiano Franja

by gabriella

Costruito su un forra inaccessibile e mai trovato dai nazifascisti che lo cercavano battendo la foresta slovena palmo a palmo, l’Ospedale partigiano Franja [Partizanska Bolnica Franja] è un miracolo di intelligenza organizzativa e un esempio di determinazione e coraggio della guerra partigiana.

Ci siamo stati venerdì scorso 13 aprile, con gli studenti di tre nostre quinte, nel penultimo giorno di un viaggio di istruzione sui luoghi delle guerre del secolo scorso che ha toccato Redipuglia e il Museo della Grande Guerra di Gorizia, la Risiera di San Sabba e il Magazzino 18.

L’ospedale Franja (Bolnica Franja, leggi Balniza Frania) era un ospedale segreto costruito nel dicembre 1943 dai partigiani sloveni nella gola della forra Pasica, a circa 500 mt. di altitudine presso il bosco di Dolenji Novaki – una frazione del villaggio di Cerkno (leggi Zrkno) – sovrastato da uno sperone di roccia che arriva ai 900 metri.

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aprile 14th, 2018

Magazzino 18

by gabriella

Piero Delbello, direttore dell’IRCI

Piero Delbello ha accolto tre classi della nostra scuola in viaggio d’istruzione sui luoghi delle guerre del secolo scorso, per raccontarci lo sradicamento degli sfollati istriani e giuliano dalmati tra le cose abbandonate al Magazzino 18 del Porto vecchio di Trieste.

«È un posto strano, questo. Il tempo si è fermato qui. È come una Pompei contemporanea. 2000 metri cubi di cose di chi se n’è andato, è passato, è emigrato e non è tornato a riprendersele. Una storia difficile, controversa, che puzza di silenzi e di morte …»

 

che, infine, nemmeno il direttore dell’Istituto Regionale per la Civiltà Istriano-Fiumano-Dalmata può raccontare fluidamente, ma gli esce a frammenti, per immagini, come quella del nonno contadino dallo sguardo fisso fuori dalla finestra, ammutolito dallo spaesamento che saluta il nipote cinquenne a grugniti e cenni del capo.

Sotto il racconto di Simone Cristicchi, qui un documentato resoconto di quelle che l’istituzione del giorno del ricordo derubrica a «complesse vicende» del confine italo-jugoslavo, ad indicare la convivenza delle differenze etniche, religiose e politiche prima della destabilizzazione fascista, dell’assimilazione forzata degli slavi di Trieste e dei massacri dell’esercito italiano in Slovenia, il campo di concentramento italiano di Rab, le foibe, la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia e l’esodo di chi scelse di andarsene.

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aprile 14th, 2018

La Risiera di San Sabba

by gabriella

La Risiera di San Sabba è stato l’unico campo di concentramento con forno crematorio costruito in Italia, adibito agli interrogatori di polizia e allo smistamento dei prigionieri ebrei verso i campi di sterminio dell’Est. Nel reportage seguente, la storia del luogo e di Pino Robusti, una delle vittime politiche del campo [uno dei documenti video si apre automaticamente: disattivare l’audio dal browser durante la lettura].

 

Indice

1. La Risiera di San Sabba
2. La lettera di Pino Robusti alla fidanzata

 

1. La Risiera di San Sabba

una stellina rossa nascosta da un partigiano in una cella

La risiera costruita nel 1913 nel quartiere di San Sabba a Trieste per la pilatura del riso proveniente dall’Asia, divenne dapprima il Stalag 339 campo di prigionia per i militari italiani dopo l’8 settembre 1943, poi il Polizeihaftlager, il campo di detenzione di polizia, usato sia come campo di passaggio per gli ebrei da inviare poi allo sterminio in Germania e in Polonia (a Dachau, Auschwitz, Mauthausen) sia alla detenzione e eliminazione di ostaggi, militari, oppositori, politici partigiani, antifascisti, esponenti della resistenza italiana, slovena e croata.

Il campo di San Sabba è un campo di sterminio del dissenso, non necessariamente legato alla dottrina razziale nazista. Nelle celle si sono trovate migliaia di documenti d’identità, prelevati dall’esercito jugoslavo che entrò per primo nella Risiera e portate a Lubiana, dove sono conservate ancora oggi presso l’Archivio della Repubblica di Slovenia.

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marzo 24th, 2018

24 marzo 1944. La strage delle Fosse Ardeatine

by gabriella

La lapide che commemora l’eccidio delle Fosse Ardeatine invita gli italiani a non piangere e non imprecare, se la morte dei 335 innocenti sarà servita a condannare per sempre il crimine degli assassini nazisti.

Rosario Bentivegna, eroe della Resistenza di Roma, è morto il 2 aprile 2012, dopo una vita dedicata a difendere la verità storica di quei fatti.

La sua storia, ricostruita a partire da documenti di contropiano.org e di RaiStoria.

 

 

Per Rosario Bentivegna

Il giorno stesso e quello successivo, tutti i media hanno riportato alcuni degli elementi della sua esemplare biografia: partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica, eroe della Resistenza di Roma, partecipò all’azione più esemplare della resistenza antifascista e antinazista realizzata sul fronte urbano in un momento in cui decine di migliaia di giovani combattevano sulle montagne.

Prese, infatti, parte all’attacco contro una colonna di SS altoatesine in via Rasella, nel centro di Roma, il 23 Marzo 1944. Nell’azione i partigiani uccisero 33 militari occupanti e due civili italiani che passavano per caso al momento dell’esplosione di un ordigno nascosto in un carretto da netturbino.

A quell’azione di guerra contro gli invasori l’esercito nazista, con l’attivo sostegno dei fascisti italiani, rispose con un una criminale rappresaglia: la strage delle Fosse Ardeatine.

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marzo 23rd, 2018

L’attacco di Via Rasella e il massacro delle Fosse Ardeatine

by gabriella

Nel settantaquattresimo anniversario della strage delle Fosse Ardeatine.

 

il rastrellamento

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marzo 22nd, 2018

Guantanamo. Un dibattito

by gabriella

In preparazione dell’incontro-dibattito con l’insegnante e delegata ai servizi culturali del municipio di Caimanera Adriana Silvente e la sua collega Ofelia Garcia, abbiamo dedicato una settimana di studio alla reclusione senza diritto e senza diritti dei prigionieri di Guantanamo, attraverso un libro e un film: Prigionieri di Guantanamo dell’avvocato dei diritti umani Michael Ratner e della giornalista Ellen Ray [Guantànamo. What the World Schould Know, 2004; trad. it. Nuovi mondi media, 2005] e Camp X Ray.

Dopo aver visto Camp X Ray, la 5E ha così affrontato i temi della violazione dei diritti umani, della tortura, della legalità [americana e internazionale] e della legittimità calpestate, nel «buco nero giuridico» edificato dagli USA dopo 9 11.

 

Il film

Camp X Ray è il nome di uno dei tre campi di detenzione della base extraterritoriale [base militare situata fuori del suolo statunitense] di Guantanamo. È qui che si svolge l’incontro tra la soldatessa americana Amy Cole e «il detenuto 4.7.1», un tunisino emigrato in Germania catturato in un luogo imprecisato in un’azione di extraordinary rendition – cioè di cattura illegale, o rapimento, di un sospettato di terrorismo da parte dei servizi di intelligence.

La storia ruota intorno al graduale cambiamento del punto di vista della soldatessa sul prigioniero durante la permanenza nel campo, nella quale alla sistematica violazione della dignità dei detenuti fa eco la desolata esistenza delle guardie, specialmente se donne, in un ambiente sessista e prevaricatore.

In un anno di lavoro Amy – che il prigioniero chiama Blondie in mancanza dell’adesivo con il nome che le guardie devono rimuovere dalla divisa entrando nel campo – apprende che la difesa della libertà che giura ogni mattina all’alzabandiera ha contenuti diversi da quelli immaginati, che i «detenuti» non sono trattati secondo giustizia e norme di regolamento ma esposti all’arbitrio di ordini brutali e che «4.7.1» è un uomo in cui sopravvivono intelligenza e talento artistico: la curiosità per il finale della saga di Harry Potter, il sudoku, il disegno.

Nel deserto relazionale in cui è immersa, la soldatessa accetta così uno scambio comunicativo con il detenuto che disabilita i dispositivi ideologici attivati dal campo, permettendo il reciproco riconoscimento e la nascita di un delicato rapporto di amicizia.

In questo percorso, il più anziano ed esperto Alì accompagna il doloroso apprendimento della ragazza che, dopo aver restituito al prigioniero un nome e dei diritti [denuncerà un superiore per averle comandato di assistere alla doccia del detenuto, accampando carenza di personale] e aver compreso la natura di Guantanamo, si congeda da lui con il dono del libro mancante alla biblioteca del campo.

 

Il campo di prigionia

Il campo di prigionia di Guantanamo è stato aperto l’11 gennaio 2002 sotto la presidenza Bush jr. per la detenzione di sospettati di terrorismo catturati in Afghanistan o Pakistan anche attraverso extraordinary rendition, ai quali l’amministrazione si riferiva come a «nemici combattenti» invece che prigionieri.

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febbraio 18th, 2018

«Ha fatto anche cose buone»: il culto di Mussolini e le bufale sul fascismo in Italia

by gabriella

culto del duce

Banalizzazione e ignoranza sono, secondo lo Spiegel, i due ingredienti della rimozione collettiva dei crimini fascisti e del conseguente culto di Mussolini.

L’articolo seguente, tradotto da italiadallestero.info, fa luce sull’incredibile persistenza delle falsità sul fascismo davanti a un popolo, quello tedesco, che a differenza del nostro non ha mancato di fare i conti con la storia. In coda l’elenco delle bufale fasciste e la storia di Faccetta nera.

 

Hans-Jürgen Schlamp, Il culto di Mussolini in Italia

In uniforme di guerra o con la mano tesa nel saluto fascista, è in bella mostra in edicola, in libreria e su Internet: il Duce Benito Mussolini, fondatore e “capo del fascismo”, gode di grande popolarità sui calendari italiani. Un mese è raffigurato con l’elmetto e il mento sollevato, e un altro sfoggia una daga romana, sempre con l’immancabile mento volitivo. Anche i suoi prodi soldati con l’elmetto marciano baldanzosi tutti gli anni, a colori o in bianco e nero, affiancati dai simboli dell’immaginario fascista come la svastica.

I turisti stranieri, soprattutto tedeschi, restano allibiti davanti a questa esibizione così esplicita e verificano furtivamente la data dei calendari. Ebbene sì, l’ex dittatore italiano vanta anche nel 2013 una fedele comunità di ammiratori che non si limita solo a comprare calendari.

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febbraio 10th, 2018

10 febbraio, il giorno di quale ricordo?

by gabriella

giornodelricordomanifestoDue lavori storici sui fatti commemorati dal “giorno del ricordo”, il primo è del triestino Lorenzo Filipaz che decostruisce ventiquattro concetti chiave l’altro, curato dal blog didattico avanguardiedellastoria, raccoglie documenti testuali e audiovisivi per una lezione sui fatti di guerra del confine orientale.

 

Indice

1. Lorenzo Filipaz, L’esodo istriano e le foibe

1.1 Cosa si commemora veramente nel «Giorno del Ricordo»?
1.2 L’irredentismo non è forse solo un ideale o un’innocua nostalgia?
1.3 Perché la «Giornata della memoria» va bene e il «Giorno del ricordo» no?
1.4 Dovremmo ritornare a non parlarne, continuando il “silenzio assordante”?
1.12 E’ vero che furono epurati anche antifascisti italiani?
1.13 Che senso ha distinguere gli infoibati dai morti nei campi di prigionia jugoslavi?
1.14 Non fu espansionismo slavo? E l’annessione dell’Istria e la «corsa per Trieste» come si spiegano?
1.15 Ma il regime Jugoslavo non voleva «sbarazzarsi degli italiani»? L’ha ammesso anche Gilas!
1.16 Per quale ragione il regime jugoslavo avrebbe voluto trattenere gli italiani?
1.17 Ma l’Italia non aveva interesse a mantenere gli italiani nella Zona B?
1.18 E quanti furono gli esuli?
1.19 Perché si sente ripetere la cifra di 350.000?
1.20 Ma che siano stati 250.000 o 350.000 cosa cambia?
1.21
 Perché le associazioni degli esuli sarebbero così nazionaliste?
1.22 Quindi gli esuli furono obbligati ad essere nazionalisti?
1.23 Ma gli esuli esistono ancora? Quali e quanti soci ormai contano le loro associazioni?
1.24 Cosa leggere per capire l’esodo?

2. AVANGUARDIEDELLASTORIA.wordpress.com, Il giorno di quale ricordo?

 

1. Lorenzo Filipaz, L’esodo istriano, le foibe

«Il vero guaio è che gli sciocchi la violentano, la vita, specie quella altrui, illusi di togliere la complicazione.»
Giulio Angioni, Gabbiani sul Carso

Febbraio: Come ogni anno mi preparo alla valanga di imposture che si accompagna al cosiddetto Giorno del Ricordo. Capi di stato, di governo e di partito di qualsivoglia colore faranno a gara a chi la spara più grossa o a chi intona più forte la solita solfa. Vediamo quest’anno a che altezza arriva l’asta degli infoibati, e se è un’annata buona possiamo contare su un bell’incidente diplomatico.

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febbraio 2nd, 2018

La paura. Storia di un’idea politica

by gabriella

Le note seguenti sono tratte dalle lezioni tenute da alcuni storici svizzeri al seminario sulla Storia politica e sociale della paura e del suo  sfruttamento organizzato a Losanna dal Groupe d’étude des didactiques de l’histoire de la Suisse romande et italienne (GDH) e dall’Università di Losanna (UNIL) dal 9 all’11 maggio 2012. L’idea che emerge da queste giornate di studio è che la paura è motore di coesione sociale e di rappresentazione del mondo (Heimberg). Le pagine degli storici illustrano le formazioni dossastiche dell’angoscia istillate da politici (Jost) o religiosi (Ostorero, Bugnard) in una costruzione sociale dell’altro – streghe, eretici, ebrei, comunisti, mendicanti – (Tabin) funzionale alla costruzione della propria identità – di dominanti, borghesi, onest’uomini.

Il programma del seminario, a cui ho partecipato nel contesto del Programma Pestalozzi per la formazione dei docenti, è in coda al post, insieme alla webquest pensata per un terzo liceo. Le traduzioni sono mie.

 

Indice

1. Julien Wicki, Si può insegnare la storia di un’emozione?
2. Charles Heimberg, La paura nella storia
3. Martine Ostorero, La caccia alle streghe: stigmatizzazione dell’Altro e paura del diavolo

3.1 Processo per stregoneria contro Cathérien Quicquat

4. Hans Ulrich Jost, Disegnami un bolscevico! Ovvero, come fare paura alle pecore

4.1 La paura come strumento della politica
4.2 La demonizzazione dei bolscevichi in Svizzera

5. Jean-Pierre Tabin, La stigmatizzazione dei poveri e dei mendicanti
6. Pierre-Philippe Bugnard, Apocalipse Now. Le grandi paure escatologiche

6.1 Le paure escatologiche
6.2 Il paziente lavoro degli studiosi dell’Histoire nouvelle
6.3 L’attesa di Dio. Paure escatologiche e nascita del mondo moderno
6.4 Una storia culturale del peccato
6.5 Lo specchio delle nostre paure: due catene causali contemporanee

6.5.1 La narrazione di una rivolta operaia (Friburgo, Svizzera – 1890)
6.5.2 Sull’espiazione dell’errore (d’ortografia) e sul dispiacere del brutto voto

6.6 Dalla paura escatologica alle paure moderne

 

Pharmakoi: i capri espiatori delle paure collettive

Pharmakói per le strade d’Argo e d’Atene, streghe ed eretici nelle cristianissime piazze d’Europa, ebrei e zingari nei campi di sterminio […]: è questo il prezzo della paura che non si paga, ma viene fatto pagare. Affinché la peste sia una volta ancora arginata, affinché il diabolico sia una volta ancora localizzato e (provvisoriamente) trasfigurato in simbolico, infelici creature – quasi-uomini, sotto-uomini, non-uomini – sono negate, massacrate, bruciate.

[…] Se, per un caso improbabile, i cittadini rinserrati nelle loro mura non disponessero di vittime, non faticherebbero a trovare un numero congruo di semplificatori, ben decisi a produrne di nuove e d’antiche. Sono, questi semplificatori, coloro che producono e dispensano “senso” e “sicurezza” trovando colpevoli.

Sono coloro che, ancora oggi, ponendo mano al loro mai terminato Malleus maleficarum – controllando gli strumenti di persuasione mediante la drammatizzazione o rappresentazione dell’immaginario -, rafforzano e amministrano il sistema sociale d’illusione vittimaria. Sono coloro che amministrano il complesso coerente e autoriproducentesi dei “ segni” [con] titoli di giornale, notizie accortamente date o taciute alla radio e in televisione, parole d’ordine, slogan che diventano terribile, inappellabile vox dei  [Roberto Escobar, Metamorfosi della paura, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 204-205].

 

1. Si può insegnare la storia di un’emozione?

Julien Wicki

«Siccome la paura è il principale strumento umano di sopravvivenza,
si prendono più bastoni per serpenti che l’inverso»

Nel simpatico intervento in stile “decostruzionista” che ha aperto i lavori, l’ideatore del seminario, Julien Wicki, (Univ. Lausanne) ha posto la domanda cruciale se la paura, nella sua natura di strumento biologico al servizio della sopravvivenza, possa assumere forme storiche. Il ricercatore si è soffermato sul funzionamento del “circuito della paura” talamo-amigdale-corteccia sensoriale, osservando che all’istantanea reazione fobica davanti all’oggetto temuto, risponde successivamente la corteccia sensoriale che “dà senso alla paura”. L’ipotesi che permette di passare dal punto di vista biologico-individuale all’osservazione di dinamiche collettive è che, al di là di questo meccanismo, l’oggetto delle paure sia socialmente costruito e che nel momento in cui una società vive un’angoscia, tende a liberarsene fabbricando paure particolari. Il brano seguente, tratto dall’introduzione di Robin Corey al suo La peur, histoire d’une idée politique, è stato quindi scelto come filo conduttore del seminario.

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febbraio 2nd, 2018

Pankaj Mishra, La violenza coloniale

by gabriella

Quella tratteggiata da Pankaj Mishra per Internazionale del 26 gennaio, è una storia novecentesca della violenza coloniale. Negli anni della Grande Guerra, asiatici e africani vennero arruolati in massa per essere inviati sui sanguinosi fronti di guerra, mentre le potenze europee «difendevano una gerarchia razziale costruita intorno a un progetto comune di espansione coloniale».

L’articolo di Pankaj Mishra spiega il legame tra il delirio imperialista e colonialista che ha caratterizzato la fine dell’ottocento e lo scoppio del primo conflitto mondiale, subito seguito dal secondo. In quest’ottica, le guerre e gli estremismi che hanno insanguinato l’occidente durante la prima metà del novecento appaiono come rigurgiti della sconfinata violenza razzista con cui lo stesso occidente aveva umiliato il resto del mondo, nel tentativo vano di esternalizzare le pressioni socioeconomiche interne, ristabilendo un ordine politico irrimediabilmente compromesso dai rapidi cambiamenti sociali ed economici.

Tirando le fila di questo excursus storico, l’autore lancia un monito sulla attuale situazione internazionale, caratterizzata da un risorgere di quegli stessi istinti razzisti e suprematisti e dalla relativizzazione dei diritti civili che già in passato hanno portato all’autodistruzione del mondo occidentale [introduzione di Maria Laura Macchini].

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