Cronache dalla Buona scuola

by gabriella

Andrea ha sette anni e un disturbo di lettoscrittura. Frequenta una scuola privata che deve formare «i migliori», dalle competenze di base al bilinguismo. Ci mette un anno a capire che gli si chiede di «produrre» gli stessi risultati degli altri: quando se ne rende conto lo rifiuta, la scuola lo espelle.

Un raccontino esemplare del percorso di involuzione (da “dolce e vivace” a protagonista di “comportamenti esplosivi, oppositivo-provocatori”) intrapreso da un bambino con disturbo d’apprendimento nella scuola decostituzionalizzata, oggi detta «Buona», una scuola che insegna a stare al passo senza capire davvero, che assume la conformità a valore, che carica di odio chi non ce la fa (patologizzandone, poi, ipocritamente il disagio). Tratto da La Repubblica.it.

Alla fine, dopo troppi libri dei compagni buttati a terra, diverse matite spezzate e le fughe del bambino lungo le scale, il preside ha scritto alla famiglia di Andrea, 7 anni, appellandosi a un regio decreto del 1928:

“I comportamenti di vostro figlio, ripetuti, costanti ed ingravescenti, esplosivi, oppositivo-provocatori, sono patologici, da gestire in adeguata sede di cura e non in contesto scolastico”.

Nove giorni di sospensione, a sette anni. Dopo due giorni precedentemente comunicati a voce. Undici in tutto. “Curatelo, non può restare in classe”, era il verdetto grossolano. L’ultima mattina a casa è scaduta martedì scorso, ma Andrea nella seconda elementare dell’istituto da cui era stato allontanato, scuola parificata a reggenza religiosa nel cuore di Parioli, Roma borghese, non è tornato. È già in una pubblica del centro. I suoi vecchi compagni non riescono a capire perché non sta più con loro.

L’ultimo fallimento di un progetto scolastico avviene in una scuola nata come una piccola privata di quartiere e nel tempo, prendendo le certificazioni Cambridge, puntando sul bilinguismo, cresciuta fino ad ottenere la parificazione a una pubblica: stessi obblighi, stessi standard educativi da realizzare. Oggi portano i loro figli in quell’istituto, che offre accoglienza e didattica dall’asilo nido al liceo linguistico, medici e avvocati, giocatori della Nazionale di calcio e attrici aristocratiche. La retta, extra esclusi, è sui cinquemila euro l’anno. Nelle recenti stagioni la madre superiora dell’istituto ha ottenuto promozioni in Vaticano e ha dovuto allentare il controllo sulla scuola: a guidare infanzia e primaria, così, è stato chiamato il professore di musica.

Al suo esordio in prima, l’anno scorso, il piccolo Andrea è accolto bene. Vivace, una dolcezza spontanea. È portato ad abbracciare maestre e compagni, ma con l’incontro dell’alfabeto nascono i primi dispiaceri: una sorpresa per la famiglia. Il bambino fatica a riconoscere le lettere, inciampa sulle consonanti e presto si trova indietro rispetto ai compagni. La scuola non ha personale specializzato nel recupero della lettoscrittura, i genitori – che hanno una figlia al liceo interno e due in altri istituti romani – provvedono a una logopedista privata e si rivolgono a una psicologa. Racconta la madre: “Dopo alcune settimane in classe è arrivata una terapista di sostegno, giovane, poco adatta”. Due ore al giorno. Anche questa viene inizialmente pagata dalla famiglia, ma non può rilasciare ricevuta: “Non ho l’abilitazione”.

Il rapporto con la “docente in più” si logora presto, quello con la maestra di riferimento s’incaglia sul fatto che ci sono altri diciannove alunni da seguire. La tensione cresce: “Se continui così perdi l’anno”, sente dire in classe Andrea. E quella frase ripetuta più volte – “non stai al passo” – gli rimbomba dentro tornando indietro sotto forma di aggressività.

Il piccolo trascorre l’ultima estate facendo i compiti assegnati e molta logopedia. L’inizio della seconda, a metà settembre, segnala un recupero, ma nell’ultimo mese le cose precipitano. Ogni nuova lezione è uno scalino più alto, e Andrea alza il livello delle sue intemperanze. La logopedista privata ribadisce:

“Non ha problemi cognitivi, solo un ritardo nella lettoscrittura”.

Ad ogni fastidio, però, finisce in corridoio.

“Un giorno”, racconta adesso il preside, “mentre la sua compagna di banco festeggiava il compleanno in classe l’alunno ha staccato un fermafogli di alluminio e glielo ha puntato in un occhio. Cercava attenzione, siamo sbiancati”.

Arriva la sospensione monstre e Andrea a casa s’incupisce, gli cresce un herpes sul viso. Alcune madri raccontano:

“La scuola ha finito per isolare una famiglia, come già aveva fatto in passato quando una maestra era stata contestata per i metodi aggressivi “. Ancora il preside: “La sospensione è stata chiesta dall’insegnante di Andrea, ma in questa storia abbiamo perso tutti. La verità è che non sapevamo più che cosa fare”.

Ora all’istituto parificato di Roma Parioli arriveranno gli ispettori del ministero dell’Istruzione [che non potranno che constatare come tutto sia fatto a regola d’arte, dal RAV al PTOF al rapportino sul benchmark della scuola secondo la Fondazione Agnelli, nota mia].


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