Dalla pedagogia antica alla pedagogia moderna

by gabriella

Dalla fondazione greca della filosofia dell’educazione ai nuovi fini della pedagogia moderna: una lezione introduttiva agli aspetti chiave della transizione.

Il mondo antico scopre che l’eccellenza umana (areté) non è iscritta nel sangue nobile (aristoi) ma può essere allevata con l’educazione. Sono i sofisti a formare i cittadini non nobili che ambiscono al protagonismo politico nell’Atene del V secolo.

Due millenni dopo, il cristianesimo protestante estende a tutti gli uomini il diritto all’educazione come via a Dio attraverso la lettura delle Sacre Scritture. Comincia così la modernità pedagogica che inizia con Lutero la grande impresa dell’alfabetizzazione popolare e culmina con la rivendicazione illuminista che

«la scuola deve al popolo un’istruzione pubblica come mezzo per rendere effettiva l’eguaglianza dei diritti» [Condorcet, Cinq mémoire sur l’instruction publique, 1791].

Dopo la fiammata rivoluzionaria, la pedagogia ottocentesca ripiega sulla filantropia sostituendo l’obiettivo dell’inclusione sociale e dell’avviamento al lavoro dei poveri al protagonismo attivo del popolo.

Indice

1. La paideia: virtù e cittadinanza

1.1 La virtù
1.2 Il sapere e l’educabilità dell’eccellenza umana
1.3 Sapere e cittadinanza
1.4 L’eccellenza umana non è un fatto di natura, ma di cultura
1.5 L’umanità è una possibilità universale concessa (solo) all’uomo libero

 

2. Il ruolo del cristianesimo nella genesi della modernità

2.1 L’educazione universale dei protestanti
2.2 L’alfabetizzazione popolare

 

3. Dalla pedagogia emancipativa alla filantropia compassionevole

 

La playlist di pedagogia moderna

1. L’ideale educativo antico: virtù e cittadinanza

1.1 La virtù

Nel mondo antico, la riflessione sull’educazione ruota intorno al concetto di virtù (areté), cioè sull’attività volta a sviluppare il potenziale umano. L’educazione è per Aristotele ciò che permette a un uomo di diventare ciò che propriamente può essere, cioè un soggetto capace di conoscenza e scelta etica.

 

1.2 Il sapere e l’educabilità dell’eccellenza umana

A partire dalla riflessione dei sofisti è chiaro che lo strumento per coltivare la virtù è il sapere perché, come mostrano questi maestri antichi, la capacità di comprendere e parlare in modo persuasivo non è innata ma, proprio come quella di vincere una corsa o tirare un giavellotto si allena, si può educare.

Sono loro a scoprire che l’insegnamento come trasmissione di saperi (istruzione) è capace di sviluppare capacità (competenza) in chi apprende.

 

1.3 Sapere e cittadinanza

Nell’Atene del V secolo, la rigida divisione di classe per la quale la formazione consisteva nella trasmissione di saperi nella famiglia aristocratica attraverso la poesia e l’esempio (areté, aristos), si spezza con l’irruzione sulla scena pubblica del demos, nuovo soggetto sociale costituito da ricchi non nobili il cui protagonismo economico ambisce a trasferirsi sul piano politico, cioè nella vita democratica della polis.

A questi nuovi cittadini, cioè protagonisti attivi della vita della polis, si deve appunto insegnare a scuola ciò che non hanno appreso per via diretta (educazione informale) in una famiglia aristocratica: l’esprimersi in pubblico, proporre scelte e decisioni, votare, eleggere ed essere eletti.

 

Aristotele

Quintiliano

1.4 L’eccellenza umana non è un fatto di natura, ma di cultura

Nel mondo latino, è soprattutto Quintiliano ad avere presente che l’educazione è la coltivazione di qualità che senza formazione non emergono. Se la scuola è, aristotelicamente, il dono a un figlio non della sola vita, ma della vita buona (libera e felice attraverso la padronanza di sé e il successo nella vita pubblica) con questo retore del I secolo il genitore deve concepire fin dall’inizio per il figlio la più grande speranza perché non debba accorgersi, quando questa con l’età svanisca che

è venuta a mancare non la natura, ma la cultura [Institutio oratoria].

 

1.5 La virtù è una possibilità universale concessa (solo) all’uomo libero

La filosofia dell’educazione del mondo antico ci consegna la consapevolezza che tutti nascono con la capacità di diventare uomini, esseri umani completi capaci di virtù e giustizia, ma solo ad alcuni è concesso di svilupparla. Si tratta degli individui che hanno diritto, per nascita, alla scholé, il tempo libero da dedicare alla cura di sé, vale a dire all’istruzione.

Chi lavora e chi non ha diritti di cittadinanza, come gli schiavi e le donne, non può avere vita activa, non può essere incluso nella vita della polis, non avrà quindi dominio sulla parola e sul comportamento, non conoscerà areté, eccellenza; non sarà uomo nel senso pieno della parola.

 

2. Il ruolo del cristianesimo nella genesi della modernità

la salvezza passa per la lettura delle Sacre Scritture: alfabetizzazione universale

2.1 L’educazione universale dei protestanti

Il contributo del cristianesimo al punto di vista moderno è l’introduzione nell’idea di educazione di una nuova universalità che si afferma soprattutto con la pedagogia protestante.

Nell’Europa di Lutero e Comenio, il fine dell’educazione non è più la formazione dell’uomo pubblico ma quello ultramondano della salvezza dell’anima e poiché nessuno è escluso dalla comunità dei fedeli, l’azione educativa deve estendersi a tutti senza distinzioni di genere e di censo.

Mentre l’Europa cattolica continua a pensare la salvezza come appartenenza alla Chiesa, in quella protestante si fa largo una visione che prescrive il sacerdozio universale e la coltivazione del rapporto di ognuno e di tutti con Dio attraverso le Scritture.

 

 

2.2 L’alfabetizzazione popolare

In questo contesto, occorre dunque saper leggere e farlo in comunità e in famiglia per ottenere la salvezza.

L’inclusione delle donne e dei poveri attraverso l’istruzione e la formazione della competenza, cioè attraverso un’alfabetizzazione, per la prima volta universale, è dunque un effetto indiretto della teologia protestante, non il fine esplicito e consapevole della paideia come presso i greci.

 

3. Dalla pedagogia emancipativa alla filantropia compassionevole

Pestalozzi

Condorcet

Due secoli dopo Lutero, il fine educativo si laicizza e secolarizza e l’emancipazione popolare attraverso l’educazione torna ad essere obiettivo esplicito degli illuministi e di Condorcet.

L’ideale emancipativo dei Lumi che coincide con una nuova idea di cittadinanza e di protagonismo popolare, ripiega poi nell’800 sulla filantropia compassionevole della pedagogia borghese e sull’educazione dei poveri al lavoro.

Con la pedagogia ottocentesca, il fine dell’educazione popolare non è più la cittadinanza o la rimozione degli ostacoli che si frappongono allo sviluppo della personalità umana, ma l’inclusione sociale, l’inserimento in un complesso meccanismo sociale in cui giocare una parte subalterna ma economicamente autosufficiente.

 

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