Gaetano Barbella, Il rogo di Bruno

by gabriella

la salamandra, secondo il mito, capace di resistere alle fiamme

Il racconto dei maghi del rogo di Bruno, acceso probabilmente alle 11,35 del 17 febbraio 1600. Pubblicato dal Centro Studi di scienze antiche. Delegazione della Campania.

«[…] Chiunque abbia mai una volta edificato un “nuovo cielo”, trovò la potenza per questa impresa unicamente nel suo proprio inferno»,

Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, 1887

Così dovette essere per Giordano Bruno il nascere a Nola nel 1548, una certa porta di un inferno che gli si rivelò tale lungo il suo difficile percorso della sua vita, di girone in girone, sempre più verso il suo orrido centro. Viscere in cui si approssimò, prima in quelle del Palazzo del Sant’Uffizio di Venezia, nelle carceri dell’Inquisizione. Era la sera del 23 maggio del 1592. Ma fu solo un perverso “introibo ad altare dei” per essere estradato il 27 febbraio 1593 e rinchiuso definitivamente nelle carceri romane del Palazzo del Sant’Uffizio. Per Bruno fu un lungo calvario, lungo il quale dovette sopportare una croce che diveniva sempre più grave, come fu per il Cristo, in nome del quale, paradossalmente, venne torturato più volte.

Infine, sempre “in nome di Cristo”, l’8 febbraio 1600, fu costretto in ginocchio ad ascoltare la sentenza di condanna al rogo, terminata la quale Bruno riuscì a dire ai suoi giudici la storica:

«Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam» («Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell’ascoltarla»).

L’atto finale lo vede denudato e legato sulla sua croce, un palo con molte fascine intorno, preparate per lui e pronte per dissolverlo con le fiamme. Arse vivo, certo con sofferenze inaudite, ma il suo spirito era saldo come quello di una salamandra che, di lì a poco, si involava per un suo confacente “mondo parallelo”, uno dei tanti da lui preconizzato con la sua eterna filosofia.

Del suo corpo rimasero ceneri che furono gettate nel Tevere, per disperderle nella volontà dei carnefici, ma era proprio così che potevano, molecola per molecola, legarsi al tutto secondo il suo credo. E poi svanire nell’aria e di lì nello spazio, fino alla provvida Luna, giusto secondo il pensiero di Bruno, fisso nella sua mente, fino alla morte:

«Non più la luna è cielo a noi, che noi a la luna».

Un pensiero che gli si addice, riportato nel suo profetico libro “La cena de le ceneri ”, coincidente con il suo ultimo “cenacolo” con degli ideali apostoli in attesa su quella Luna dell’attimo fuggente del suo rogo.

È detto di Gesù nel Vangelo

«Quando sarò elevato da terra, attrarrò tutti a me» (Gv 12, 32),

e così dovette essere anche per Filippo Giordano Bruno. Quando spirò fra le fiamme attrasse a sé i suoi giusti apostoli da venire nel futuro e tanti saranno perché la sua filosofia degli “infiniti mondi” darà lo spunto alla scienza moderna di concepire gli “universi paralleli” della sua verità inoppugnabile.

Giordano Bruno chiama la Luna l’astro narrante , ecco un certo cambio di paradigma non ancora concepito in quest’era moderna che pur inneggia in molti bruniani, aderendo all’idea un universo infinito. Di infiniti mondi, ipoteticamente abitati, altra ipotesi fortemente sostenuta dagli astronomie astrofisici d’oggi.

Di qui l’idea, diffusa proprio attraverso quelle provvidenziali “ceneri” disperse nel Tevere, sulla centralità della narrazione selenica nella radicale proposta del filosofo nolano. La Terra è come la Luna e così gli altri pianeti, e ogni altra cosa dello spazio: «son dumque infiniti gl’innumerabili e principali membri de l’universo, di medesimo volto, faccia, prerogativa, virtù et effetto» [Del’infinito universo e mondi – Dialogo III – Filoteo].

 

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