Gilles Deleuze, I concetti di genealogia e di senso

by gabriella

Gilles Deleuze ritratto da Michel Tournier negli anni '50

Traggo da uno dei testi fondativi della Nietzsche renaissance e prima grande opera di Gilles Deleuze – Nietzsche et la philosophie (1962), trad. it. Nietzsche e la filosofia, Torino, Einaudi, 2002 – i due paragrafi iniziali dedicati ai concetti di genealogia e di senso [l’evidenziazione in grassetto è mia, quella in corsivo di Deleuze].

 

1. Il concetto di genealogia

Nel suo significato più ampio, il progetto di Nietzsche consiste nell’introduzione dei concetti di senso e di valore in filosofia. Non v’è dubbio che gran parte della filosofia contemporanea è vissuta e vive tutt’ora di Nietzsche; forse però non nel modo in cui egli avrebbe desiderato.

Nietzsche nonNietzsche nel 1875 all'epoca delle Considerazioni Inattuali ha mai tenuto nascosto il fatto che la filosofia del senso e dei valori dovesse essere una critica. Così Kant non ha condotto la vera critica perché non ha saputo porne il problema in termini di valori; e ciò costituisce uno dei spunti principali da cui muove l’opera nietzscheana.

Ora, nella filosofia contemporanea la teoria dei valori ha dato vita ad un nuovo conformismo e a nuove forme di sottomissione. La stessa fenomenologia ha contribuito, mediante il suo apparato, a far sì che quell’ispirazione nietzscheana in essa spesso presente, si assoggettasse al moderno conformismo. Nel caso di Nietzsche dobbiamo prendere le mosse dal fatto che la filosofia dei valori, com’è da lui istituita e intesa, è la vera realizzazione della critica, il solo modo di realizzare al critica totale, ossia di fare filosofia a “colpi di martello”. La nozione di valore implica infatti un sovvertimento critico. Da una parte i valori sembrano o si fanno passare per principi: una valutazione presuppone determinati valori sulla cui base stimare i fenomeni. D’altra parte, però, se si va più a fondo, sono i valori a presupporre valutazioni, “punti di vista di apprezzamento” da cui proviene il loro stesso valore. Il problema critico sta nel valore dei valori, nella valutazione dalla quale deriva il loro valore; è il problema della loro creazione.

La valutazione si profila quale elemento differenziale dei valori ad essa corrispondenti: elemento critico e creativo al tempo stesso. Le valutazioni, restituite al loro proprio elemento, non sono valori ma modi essere, di esistere, da parte di chi giudica e valuta; fungono così da principi a quei valori i base a cui si giudica. Questo spiega perché le convinzioni, i sentimenti, i pensieri che abbiamo, siano sempre frutto del nostro modo di essere o del nostro stile di vita. Vi sono cose che non si potrebbero mai dire, sentire o concepire, valori in cui non si potrebbe mai credere se non si valutasse “bassamente”, se non si vivesse o pensasse “bassamente”. Ecco l’essenziale: l’alto e il basso, il nobile e il vile non sono valori, ma rappresentano l’elemento differenziale da cui deriva il valore dei valori stessi.

La filosofia critica presenta due movimenti inseparabili: ricondurre ogni cosa e l’origine di qualunque valore a dei valori; ma anche ricondurre questi valori a qualcosa che ne sia l’origine, che decida il loro valore. E’ la duplice lotta di Nietzsche: sia contro coloro i quali sottraggono i valori alla critica, limitandosi a fare l’inventario dei valori esistenti o a criticare le cose in nome di valori già consolidati: gli “operai della filosofia”, Kant, Schopenhauer  [Al di là del bene e del male, § 2111] sia contro chi critica o rispetta i valori sostenendo che essi derivino da semplici fatti, da presunti fatti oggettivi: gli utilitaristi, i “dotti” [ Ibid., “Noi dotti”]. In entrambi i casi, la filosofia si ritrova a galleggiare nell’elemento indifferente di ciò che vale in sé o per tutti. Nietzsche si leva contemporaneamente tanto contro la suprema idea del fondamento, per la quale i valori rimangono indifferenti alla propria origine, quanto contro l’idea di semplice derivazione causale o di mero inizio, per cui l’origine rimane indifferente ai valori. Nietzsche formula il concetto nuovo di genealogia.

Il filosofo è un genealogista non un giudice di tribunale come Kant, né un meccanico come gli utilitaristi. Il filosofo é Esiodo. Nietzsche sostituisce la principio kantiano di universalità e al principio di somiglianza caro agli utilitaristi il sentimento di differenza o di distanza (elemento differenziale).

Prendendo le mosse da questo pathos della distanza [i nobili] si sono per primi arrogati il diritto di foggiare i valori, di coniare le designazioni dei valori: che cosa importava loro l’utilità [Genealogia della morale, I].

Genealogia vuol dire valore dell’origine e, al tempo stesso, origine dei valori. Genealogia si contrappone tanto al carattere assoluto dei valori quanto al loro carattere relativo o pratico. Genealogia significa elemento differenziale dei valori da cui deriva il loro stesso valore. Genealogia vuol dire dunque origine e nascita, ma anche differenza o distanza nell’origine. Genealogia vuol dire nobiltà e bassezza, nobiltà e viltà, nobiltà e decadenza nell’origine. Il nobile e il vile, l’alto e il basso: questo è propriamente l’elemento genealogico e critico. Ma così intesa la critica è, nel contempo, quanto di più positivo ci sia.

L’elemento differenziale non è mai critica del valore dei valori senza essere anche elemento positivo di una creazione. Perciò Nietzsche non considera mai la critica come reazione, ma come azione. Nietzsche contrappone l’attività della critica alla vendetta, al rancore e al risentimento. Zarathustra sarà seguito dalla sua “scimmia”, dal suo “pagliaccio”, dal suo “demone” da una parte al’altra del libro; ma la scimmia si distingue da Zarathustra allo stesso modo in cui la vendetta e il risentimento di distinguono dalla critica. Confondersi con la propria scimmia: ecco una delle raccapriccianti tentazioni di cui Zarathustra avverte l’insidia [Così parlò Zarathustra, Del passare oltre]. La critica non è una re-azione del risentimento, ma l’espressione attiva di un modo attivo di esistere: attacco e non vendetta, aggressività naturale di un modo di essere, malvagità divina senza la quale non si potrebbe immaginare la perfezione. E’ il modo di essere del filosofo, che si prefigge di usare l’elemento differenziale, appunto come critica e creazione, dunque come martello. Pensano “bassamente” afferma Nietzsche dei propri avversari. E molte sono le cose che si aspetta da questa concezione della genealogia: una nuova organizzazione delle scienze, una nuova organizzazione della filosofia, una determinazione di valori per il futuro.

 

2. Il senso

Non troveremo mai il senso di una cosa (fenomeno umano, biologico oppure fisico) se non sappiamo quale sia la forza che se ne appropria, che la governa, che se ne impadronisce o che in essa si esprime. Un fenomeno non è né un apparire né un manifestarsi, ma è un segno, un sintomo il cui senso è dato da una forza attuale. L’intera filosofia è sintomatologia e semeiotica. Le scienze sono un sistema sintomatologico e semeiotico. Al dualismo metafisico di apparenza ed essenza, così come alla relazione di causa ed effetto, Nietzsche sostituisce la correlazione di fenomeno e senso. Ogni forza è appropriazione, dominio, governo di una quantità di realtà. Anche la percezione, nei suoi vari aspetti è espressione di foze che si appropriano della natura. Il che equivale a dire che la natura stessa ha una storia.

In generale, la storia di una cosa è la successione delle forze che lottano per impadronirsene. Il senso di un medesimo oggetto, di un medesimo fenomeno, si modifica a seconda della forza che se ne appropria. La storia è la variazione dei sensi, ovvero

il susseguirsi di processi di assoggettamento […] più o meno spinti in profondità, più o meno indipendenti l’uno dall’altro [Genealogia della morale, II].

Il senso è quindi una nozione complessa: c’è sempre una pluralità di sensi, una costellazione, un complesso di successioni, ma anche di coesistenze, che fanno dell’interpretazione un’arte:

ogni soggiogamento ogni dominio equivale a una nuova interpretazione.

Non si può capire la filosofia di Nietzsche se non si tiene conto del suo essenziale pluralismo. E in fondo il pluralismo (detto anche empirismo) non è altro che la filosofia stessa. Il pluralismo è il modo di pensare propriamente filosofico, inventato dlala filosofia: unico garante della libertà dello spirito concreto, unico principio di un ateismo violento. Gli dèi sono morti, ma sono morti dal ridere, quando hanno sentito dire che un dio diceva di essere l’unico:

ma non è proprio questa la divinità, che vi siano dèi ma non un dio? [Così parlò Zarathustra, III, Degli apostati]

Ed è pluralistica la stessa morte di quel dio che si dichiarava unico: la morte di dio è un evento il cui senso è molteplice. Nietzsche non crede nei “grandi eventi” clamorosi, ma nella silenziosa pluralità dei sensi di ciascun evento [cfr. ibid. Di grandi eventi]: non c’è evento, fenomeno, parola, o pensiero il cui senso non sia molteplice. Una cosa è tanto questo che quello, quanto qualcosa di più complicato ancora, a seconda delle forze (gli dèi) che se ne impadroniscono.

Hegel volle ridicolizzare il pluralismo, paragonandolo alla coscienza ingenua che si limiterebbe a dire “questo, quello, qui, ora” – come un babino che balbetti i suoi più elementari bisogni. Nell’idea pluralistica di una cosa a più sensi, nell’idea di più cose, di “un questo e poi quello” per la medesima cosa, possiamo scorgere la più grande conquista per la filosofia : la conquista del vero concetto, la sua maturità, piuttosto che la sua rinuncia o la sua infanzia, proprio perché la valutazione di questo e quello, il delicato soppesare le cose e i sensi di ciascuna di esse, la stima delle forze che definiscono in ogni istante gli aspetti di una cosa e i suoi rapporti con le altre – insomma proprio perché tutto questo (o quello) proviene dall’arte più alta della filosofia, l’arte dell’interpretazione. Interpretare e valutare significa soppesare. Ma non per questo va perduta la nozione di essenza: essa assume un nuovo significato, dato che i sensi non si equivalgono. Una cosa ha tanti sensi quante sono le forze capaci di impadronirsene.

Di per sé però la cosa non è neutra, ma più o meno affine alla forza che se ne appropria. Vi sono cose che non possono impadronirsi di una cosa senza darne un senso restrittivo e un valore negativo. Per contro l’essenza sarà quel senso che fra tutti, è dato alla cosa dalla forza che presenta l’affinità maggiore. Così, per fare un esempio caro a Nietzsche, la religione non ha un senso unico perché di volta in volta è al servizio di forze molteplici. Ma qual è la forza più affine alla religione? Qual è la forza che non si sa bene se sia essa a dominare la religione o viceversa?

Cercate H [Al di là del bene e del male].

Questo per dire che ogni cosa presenta sempre il problema di un soppesare: arte delicata ma rigorosa della filosofia, interpretazione pluralistica. Quest’ultima si rivela in tutta la sua complessità allorché si prenda in considerazione il fatto che una nuova forza può comparire e appropriarsi di un oggetto solo se inizialmente si nasconde sotto la maschera delle forze che se ne erano impadronite in precedenza. Maschera, astuzia, sono leggi di natura: sono qualcosa di più che una maschera o un’astuzia.

Da principio, anche soltanto per essere possibile, la vita deve mimare la materia. Una forza non sopravviverebbe se prima non prendesse a prestito il volto delle forze che la precedono e contro cui si trova a lottare [Genealogia della morale, III, par. 8-10]. Perciò la filosofia non può nascere e crescere, non ha la possibilità di sopravvivere se non assume l’aria contemplativa del prete, dell’asceta e del religioso che dominava il mondo prima della sua comparsa.

E’ una necessità che grava su di lui. Non lo testimonia soltanto l’immagine ridicola che si si fa della filosofia: l’immagine del filosofo-saggio, amico della saggezza e dell’ascesi; ma ancor più il fatto che la filosofia stessa, pur crescendo, non getta la sua maschera ascetica: in certo qual modo deve crederci, deve farla propria per darle un nuovo senso in cui esprimere alfine la vera natura della sua forza antireligiosa [Genealogia della morale, III, § 10].

Possiamo così vedere come l’arte di interpretare dev’essere anche un’arte del guardare sotto le maschere, di scoprire chi si maschera e perché, a che scopo una maschera viene riplasmata e conservata. Ciò implica che la genealogia non compaia all’inizio: si incorrerebbe facilmente in un controsenso se si cercasse il padre del bambino al momento della nascita.  La differenza nell’origine non si manifesta all’origine, salvo forse a un occhio particolarmente esercitato, o la geche vede da lontano, l’occhio del presbite, del genealogista. Solo quando la filosofia si fa adulta se ne può cogliere l’essenza o la genealogia, in modo da poterla distinguere d tutto ciò con cui, all’inizio aveva sin troppo interesse a confondersi. Ed è così per tutte le cose:

in ogni campo hanno importanza soltanto gli stadi superiori [La filosofia nell’epoca tragica dei greci].

Non perché l’origine non faccia problema, ma perché l’origine intesa come genealogia può essere determinata solo in rapporto agli stadi superiori.

Nietzsche sostiene che non abbiamo da chiederci che cosa che cosa i Greci debbano all’Oriente [ibid.]. La filosofia è greca nella misura in cui proprio in Grecia essa raggiunge per la prima volta la sua forma più alta, rivelando la sua vera forza e i suoi scopi, che non possono essere confusi con quelli dell’Oriente sacerdotale, nemmeno quando essa li assume al proprio servizio. Philosophos non significa saggio, ma amico della saggezza. Ma com’è strano il modo in cui bisogna interpretare “amico”: l’amico, dice Zarathustra, è sempre quel terzo tra me e te che mi spinge a superarmi e ad essere superato per vivere [Così parlò Zarathustra, I, Dell’amico]. L’amico della saggezza è colui il quale ricorre alla saggezza come a una maschera in cui non potrebbe sopravvivere; colui il quale mette la saggezza al servizio di nuove finalità, bizzarre e pericolose, e in verità ben poco sagge. Questi vuole che essa si superi e venga superata. Certo, il popolo non ci casca sempre; fiuta l’essenza del filosofo, la sua anti-saggezza, il suo immoralismo, la sua concezione dell’amicizia. Umiltà, povertà, castità: possiamo indovinare il senso che assumono queste virtù sagge e ascetiche allorché vengano assunte dalla filosofia quale forza nuova [Genealogia della morale, III, § 8].

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