Giulio Giorello sul copyleft: meglio hacker e pirati che burocrati e censori

by gabriella

«Le idee degli altri si intrecciano sin dall’origine alle nostre: le destano, le guidano, le precedono, le impongono», scriveva a metà del secolo XIX Carlo Cattaneo, e proprio questa è la «potenza delle menti associate»: nella scienza, ma anche nell’arte e nella tecnologia. Chi è mai l’autore del calcolo infinitesimale o del principio di conservazione dell’energia? E, come sottolineano Michele Boldrin e David Levine (Against Intellectual Monopoly, n.d.r.), lo stesso vale per le varie «tele-cose» (per esempio, il telegrafo, il telefono, «il telegrafo senza filo», cioè la radio, e la televisione) che hanno profondamente cambiato il nostro modo di vivere: quando si è poi dato a qualche conquista un nome, si è trattato spesso non di colui che aveva fornito il contributo maggiore, «ma di chi aveva l’istinto più acuto per il gioco del monopolio».

Un’ostinata difesa del controllo del «consumo» di una qualche idea non va necessariamente nella direzione della crescita scientifica ed economica. Anzi, è stata spesso la pirateria delle idee, sorella di quella delle navi, ad abbattere la vecchia censura statale ed ecclesiastica e ad aprire la strada all’innovazione. Le colonie del Nord America, e poi i neonati Stati Uniti, potevano riprodurre i libri editi nella madrepatria senza tener conto delle pretese di autori e stampatori, per non dire della libera traduzione di opere pubblicate in lingue diverse dall’inglese: un’assenza di vincoli che Benjamin Franklin, politico e inventore, definiva «una virtù inestimabile» per la nascente nazione americana. Oggi sarebbe considerato un hacker, se non pericoloso come Assange.

La tendenza, oggi globale, a rinforzare il copyright si basa su un equivoco di fondo, come ha scritto John Perry Barlow (autodefinitosi «seccatore elettronico ed ex allevatore di bestiame»): «Se rubo il vostro cavallo, non potete più cavalcare; ma se rubo la vostra informazione, voi ce l’avrete ancora». Farebbe sorridere chi rivendicasse in nome di Einstein la proprietà intellettuale di qualche formula della relatività.

Per farmaci, musica e film le cose vanno però diversamente. Se compro un cd e poi lo riproduco, magari per il piacere degli amici, sono già un fuorilegge — e negli Usa rischio di trovarmi i federali in casa! Come ha scritto Lawrence Lessig, è un’ossessione «tanto squilibrata da motivare misure drastiche anche quando il bene su cui viene assegnato un diritto di proprietà è qualcosa che nessuno ha individualmente creato». E siamo poi così convinti che la fatica e l’interesse economico degli autori siano efficacemente «tutelati» da formule burocratiche? Il primo emendamento della Costituzione Usa dichiara che «il Congresso non farà mai alcuna legge che limiti la libertà d’espressione». Le legislazioni europee non sono sempre altrettanto nette; ma non dovremmo esigere, come voleva Spinoza, che uno Stato sia innanzitutto il garante della libertà dei singoli individui? O con Milton, che le buone idee possano essere legalmente vendute senza che nessuna burocrazia le tormenti «con dazi e gabelle»?

Non si tratta, ovviamente, di abolire con un colpo di spugna la proprietà intellettuale (il titolo del libro di Boldrin e Levine non inganni; tra l’altro l’editore in quarta pagina esibisce il suo copyright), ma di proporre modalità che garantiscano chi lavora nella stampa o nella rete e al tempo stesso impediscano che, sotto il pretesto della proprietà intellettuale, si favoriscano monopoli che inevitabilmente bloccherebbero lo stesso dibattito delle idee.

Anzitutto il proprietario di un qualsiasi copyright non dovrebbe usare gli strumenti di protezione dei suoi legittimi interessi per controllare gli impieghi del suo «prodotto» una volta che sia stato legalmente comprato da altri. Certo, è materia che va regolata caso per caso con sobrio empirismo, secondo la logica del contratto privato e non secondo quella di un pervasivo controllo dello Stato. E in un momento come questo, in cui è forte la tentazione di «normalizzare» la rete trasformandola da forum aperto di discussione a succursale «ad alta velocità» della ormai «vecchia» televisione, e spesso si confondono il ruolo del politico con quello del manager privato di una grande compagnia (il nostro Paese lo sa bene), mi sembra più interessante rischiare l’accusa di pirateria, mettendosi dalla parte di Franklin, che finire come quei monopolisti cinesi che sotto la dinastia Ming vedevano nelle esplorazioni condotte dai loro più audaci navigatori una minaccia alla «società» (ovvero alla brama di controllare il commercio), fino a ottenere che l’autorità imperiale le vietasse del tutto. Il motto dei Ming pare fosse «mantenere la rotta». Il nostro, invece, è: meglio pirati o hacker che questo o quel Grande Timoniere.

http://lettura.corriere.it/copyright-e-copyleft/

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