Hans-Jürgen Schlamp, Il culto di Mussolini in Italia

by gabriella

culto del duceBanalizzazione e ignoranza sono, secondo lo Spiegel, i due ingredienti della rimozione collettiva dei crimini fascisti e del conseguente culto di Mussolini. L’articolo seguente, tradotto da italiadallestero.info, fa luce sull’incredibile persistenza delle falsità sul fascismo davanti a un popolo, quello tedesco, che a differenza del nostro non ha mancato di fare i conti con la storia.

In uniforme di guerra o con la mano tesa nel saluto fascista, è in bella mostra in edicola, in libreria e su Internet: il Duce Benito Mussolini, fondatore e “capo del fascismo”, gode di grande popolarità sui calendari italiani. Un mese è raffigurato con l’elmetto e il mento sollevato, e un altro sfoggia una daga romana, sempre con l’immancabile mento volitivo. Anche i suoi prodi soldati con l’elmetto marciano baldanzosi tutti gli anni, a colori o in bianco e nero, affiancati dai simboli dell’immaginario fascista come la svastica.
I turisti stranieri, soprattutto tedeschi, restano allibiti davanti a questa esibizione così esplicita e verificano furtivamente la data dei calendari. Ebbene sì, l’ex dittatore italiano vanta anche nel 2013 una fedele comunità di ammiratori che non si limita solo a comprare calendari.

“Sei l’unico Dio”

Questo culto del Duce, così incomprensibile agli stranieri, si manifesta in tutta la sua portata a Predappio, un paesino dell’Emilia Romagna di poco meno di settemila abitanti, che nemmeno varrebbe la pena visitare. Ma è qui che il 29 luglio 1883 nacque Benito Amilcare Andrea Mussolini, figlio di un fabbro e di una maestra elementare, il “Duce”, precursore e per molti versi modello ispiratore del “Führer” Adolf Hitler.
All’epoca questo desolato paese si chiamava ancora Dovia. Ma il suo figlio più famoso decise di trasformarlo in un fulgido esempio di architettura fascista, ribattezzandolo Predappio. Più tardi, nel 1945, dopo la sua fucilazione da parte dei partigiani e l’esposizione del cadavere appeso a testa in giù a un distributore di benzina di Milano, l’ex dittatore fu tumulato a Predappio insieme alla madre, al padre, alla moglie, alla figlia, alla nuora e al fratello.
Oggi la cappella di famiglia è abituale meta di giovani visitatori con teste rasate e lunghi impermeabili neri, che si mettono in posa per farsi fotografare. Nei libri di condoglianze si leggono frasi come “sei l’unico Dio”, e qualcuno solleva il braccio destro. Il cosiddetto “saluto romano” dei fascisti italiani sarà anche meno marziale della versione dei nazisti tedeschi, ma non per questo è più simpatico.

“Mussolini era un galantuomo”

Ogni anno centinaia di migliaia di visitatori si recano a Predappio, riempiendo bar, ristoranti e soprattutto i negozi di souvenir dedicati al Duce sul corso principale. Qui si possono acquistare tagliacarte, portacenere, monete, camicie, pantaloni, barattoli del caffè, vino, boccali di birra che sfoggiano frasi come “credere, obbedire, combattere”, o “boia chi molla”. Ovviamente Mussolini troneggia ovunque, con il suo mento marcato e il saluto fascista. Ci sono anche bandiere con la svastica, rune delle SS e busti del Duce color bronzo di 38 centimetri, al prezzo di 45 euro.
E non manca nemmeno il busto di Hitler, naturalmente molto più piccolo con i suoi 16 centimetri, in compenso però al prezzo stracciato di soli 15 euro. Questi articoli attirano di tanto in tanto anche qualche neonazista tedesco che così può farsi una bella bevuta con un boccale per le grandi occasioni: birra dentro e fuori la foto di Adolf con la scritta sottostante “Der Kamerad”, a soli tre euro.
Però gli italiani in genere snobbano i gadget nostalgici nazisti. Perché stonano con la versione storica largamente diffusa nel loro paese. Il più affermato negoziante locale di “souvenir del Duce”, Pierluigi Pompignoli, l’ha sintetizzata così: “Hitler era un criminale, invece Mussolini era un galantuomo”.

Rimozione collettiva del passato

Ciò non significa affatto che un gran numero di italiani abbia aderito di nuovo al fascismo. La maggior parte di loro, anche gli ammiratori del Duce che si recano a Predappio, o comprano il calendario di Mussolini, non vota per partiti di estrema destra. Mette la crocetta sul simbolo del “Popolo della libertà” di Silvio Berlusconi, oppure vota per i cristiano-democratici, o il centrosinistra. Ad esempio, i sindaci di Predappio sono da molti anni di sinistra.
Molti italiani ammirano Mussolini perché sotto la sua egida furono aperti uffici postali in ogni città e  furono prosciugate le paludi della Maremma sulle quali furono poi costruite comode strade diritte. E anche perché, come si tramanda, ai suoi tempi i treni erano puntuali.
L’esaltazione del Duce è basata soprattutto su una cosa: un mare di chiacchiere. Le conoscenze di questo capitolo di storia d’Italia sono scarse e di conseguenza si sono diffusi miti e mezze verità. Un confronto autentico con il fascismo non c’è mai stato: poco dopo la guerra i fascisti erano di nuovo ben visti. C’era bisogno di loro nella lotta, globale e nazionale, tra capitalismo e comunismo. Del resto, agli inizi della sua ascesa, lo stesso Mussolini aveva ottenuto finanziamenti dalla Francia e dai servizi segreti britannici.

Gli italiani non hanno elaborato il loro passato, bensì lo hanno rimosso collettivamente. Gli attacchi con il gas in Etiopia contro i civili? Mai sentiti o dimenticati. L’aggressione all’Albania e alla Grecia? Sconosciuta. Solo così è stato possibile creare “il mito del buon soldato italiano”, ha dedotto già qualche anno fa Lutz Klinkhammer, dell’istituto storico tedesco di Roma.

Le leggi razziali di Mussolini del 1938, l’intervento italiano nella guerra civile spagnola a fianco di Francisco Franco e Hitler, deportazioni, fucilazioni di ostaggi? No, non può essere. Noi eravamo brava gente. I cattivi erano i tedeschi. E le poche colpe di cui ci siamo macchiati in fondo sono abbastanza veniali. Come ad esempio l’esilio forzato degli intellettuali dissidenti in contrade remote che, come ha affermato Berlusconi quando era ancora a Palazzo Chigi, erano tutt’al più delle “vacanze al confino”.

Un paese più sano grazie alla destra

Berlusconi ha proseguito con successo il processo di rimozione iniziato nel dopoguerra. Quando all’inizio degli anni ’90 scese in politica, aveva bisogno dei postfascisti per ottenere la maggioranza dei voti. Quindi li sdoganò, si alleò con loro e li accolse nel suo governo.
Mirko Tremaglia, già ministro per gli Italiani nel mondo, si vantava di essere stato un combattente della Repubblica di Salò fedele ai nazisti (1943-1945). L’allora ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri annunciò di voler “promuovere talenti culturali di destra” per porre fine all’egemonia della sinistra nelle scuole e nei canali RAI. Su sua iniziativa il catalogo della mostra “Roma dal 1948 al 1959″ si fregia di frasi come: “Grazie alla cultura della destra, che ha continuato a svolgere un’azione di resistenza, l’Italia è ancora oggi un paese più sano delle democrazie che vanno verso il nichilismo”.

Eppure Berlusconi & C. non hanno fatto dell’Italia un paese di destra. L’allora partito postfascista “Alleanza Nazionale” si è frammentato e oggi è politicamente quasi irrilevante. Anche i micropartiti collocati più a destra riscuotono pochi consensi. Tuttavia, il retaggio lasciato all’Italia dagli anni di Berlusconi è una banalizzazione del fascismo gravida di conseguenze, che ha incoraggiato gruppuscoli di estrema destra a esporsi più apertamente, anche con l’uso della violenza. Se oggi sedicenti fascisti picchiano a sangue un gruppo di tifosi inglesi prima della partita di Europa League Lazio – Tottenham e poi, dagli spalti, li insultano con cori antisemiti, oppure se neofascisti fanno irruzione nelle scuole per protestare contro i tagli all’istruzione al grido di “Viva il Duce”, ciò è frutto dell’era Berlusconi.

È stato innanzi tutto lui a sdoganare l’estrema destra.

 

La storia di Faccetta Nera

Uno stralcio dell’articolo di Igiaba Scego, dedicato alla sopravvivenza di Faccetta nera tema da Internazionale del 6 agosto 2015.

Faccetta nera [è] un paradosso italiano. Ogni anno, quasi sempre d’estate o all’inizio dell’autunno, scoppia una polemica che la riguarda. O perché la cantano o perché qualche professore (di recente è successo con delle suore) la fa ascoltare in classe ai ragazzi. E giù fiumi di inchiostro che oscillano dall’aperta condanna all’ammiccamento solidale. E tutto si perde in un bla bla che spesso ci lascia indifferenti.

Il video della canzone è disponibile in rete in varie versioni e basta fare un giro turistico tra i commenti su YouTube per capire che chi la canta non sa la sua storia. Si sprecano infatti i vari “Orgoglioso di essere fascista” e “Viva il Duce”. Ma queste persone sanno che Benito Mussolini odiava Faccetta nera? Aveva addirittura tentato di farla bandire. Per lui era troppo meticcia: inneggiava all’unione tra “razze” e questo non era concepibile nella sua Italia imperiale, che presto avrebbe varato le leggi razziali che toglievano diritti e vita a ebrei e africani. Oggi però, ed è qui il paradosso, il regime fascista è ricordato proprio attraverso questa canzone che detestava.

Ma facciamo un passo indietro. Faccetta nera, non molti lo sanno, nasce in dialetto, in romanesco. La scrive Renato Micheli per poterla portare nel 1935 al festival della canzone romana. Il testo assorbe tutta la propaganda coloniale dell’epoca. Di Africa si parla tanto nei giornali e nei cinegiornali. Gli italiani sono bombardati letteralmente di immagini africane dalla mattina alla sera. I bambini nelle loro tenute balilla conoscono a menadito le città che il fascismo vuole conquistare. E così nomi come Makallè, Dire Daua, Addis Abeba diventano familiari a grandi e piccini. Il colonialismo italiano non nasce con il fascismo, ma con l’Italia liberale postunitaria, tuttavia negli anni trenta del secolo scorso si assiste a un’accelerazione del progetto di conquista. Mussolini vuole l’Africa, il suo posto al sole, e per ottenerlo deve conquistare gli italiani alla causa dell’impero. Dai giornali satirici come Il travaso delle idee al Corriere della sera sono tutti mobilitati. Uno degli argomenti preferiti dalla propaganda era la schiavitù. I giornali erano pieni di immagini di donne e uomini etiopi schiavi:

“È il loro governo a ridurli così”, spiegavano, “è il perfido negus, andiamo a liberarli”.

La guerra non viene quasi mai presentata agli italiani come una guerra di conquista, ma come una di liberazione. Il meccanismo non è molto diverso da quello a cui abbiamo assistito nel ventesimo secolo e a cui assistiamo ancora oggi. Andiamo a liberare i vietnamiti! Andiamo a liberare gli iracheni! Andiamo a liberare gli afgani! Per poi in realtà, lo sappiamo bene, a sfruttare le loro terre.

Faccetta nera nasce in quel contesto come una canzone di liberazione. Una canzone, nell’intenzione dell’autore, un po’ spiritosa che inneggiava a una sorta di “unione” tra italiani ed etiopi. Però, dal testo, si nota subito che l’italiano non vuole andare a liberare i maschi etiopi, bensì le donne (un po’ come è successo di recente in Afghanistan, dove si è partiti in guerra per liberare le donne dal burqa). E l’unione vuole farla con l’africana e solo con lei. Un’unione sessuale e carnale.

Per i colonizzatori l’Africa era una terra vergine e disponibile e questa disponibilità si traduceva nel possesso fisico delle donne del posto.

Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito, Al mercato, 1930 ca

D’altronde lo stereotipo circolava da un po’ nella penisola. Il mito della Venere nera è precedente al fascismo. L’Africa è sempre stata vista dai colonizzatori (non solo dagli italiani) come una terra vergine da penetrare, letteralmente. O come diceva nel 1934 lo scrittore coloniale Mitrano Sani in Femina somala, riferendosi alla sua amante del Corno d’Africa:

“Elo non è un essere, è una cosa […] che deve dare il suo corpo quando il maschio bianco ha voglia carnale”.

Una terra disponibile, quindi. E questa disponibilità si traduceva spesso nel possesso fisico delle donne del posto, attraverso il concubinaggio, i matrimoni di comodo e spesso veri e propri stupri.

Basta farsi un giro su internet o al mercato di Porta Portese a Roma o in qualsiasi altro mercatino delle pulci per ritrovare le foto di questo sopruso. Di recente ne ho vista una nel libro di David Forgacs Margini d’Italia (Laterza), dove una donna eritrea viene tenuta ferma in posizione da “crocifissa” da alcuni marinai italiani sorridenti che probabilmente l’hanno stuprata o si stanno accingendo a farlo.

Faccetta nera in questo senso è una canzone sessista, oltre che razzista. Una canzonetta che nasconde dietro la finzione della liberazione una violenza sessuale. Non a caso il suo testo a un certo punto dice: “La legge nostra è schiavitù d’amore”Temi che si ritrovano in altre canzonette dell’epoca come Africanella o Pupetta mora. Ma anche nella più colta (e precedente) Aida di Verdi: anche lei, come faccetta nera, è schiava e solo diventare l’oggetto del desiderio di un uomo la può redimere dalla sua condizione.

Armamenti, 1930 circa. - Enrico De Seta, Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell'Esercito

Faccetta Nera, una volta scritta, non ha pace. Micheli non riesce a portarla al festival della canzone romana. Viene musicata più tardi da Mario Ruccione e cantata da Carlo Buti, che la porterà al successo. La prima apparizione però è al teatro (oggi cinema) Quattro Fontane a Roma. Lì una giovane nera viene portata sul palco in catene e Anna Fougez, una diva della rivista di allora, pugliese con nome d’arte francese, avvolta da un tricolore, la libera a colpi di spada.

La canzone da quel momento in poi decolla. La cantano i legionari diretti in Africa per la guerra di Mussolini e diventa uno dei successi del Ventennio insieme a Giovinezza e Topolino va in Abissinia. Ma il testo iniziale di Micheli non piace al regime, che vi rimette mano più volte. Viene subito cancellato il riferimento alla battaglia di Adua. Per il regime era intollerabile ricordare quella disfatta italiana, che fu la prima battaglia vinta da un paese africano contro l’imperialismo europeo. Saltò anche un’intera strofa che definiva faccetta nera “sorella a noi” e “bella italiana”. Una nera, per il regime, non poteva essere italiana. Sottointendeva dei diritti di cittadinanza che il fascismo era lontano dal riconoscere agli africani conquistati. Diritti di cittadinanza che, per perfida ironia della storia, latitano pure oggi.

Nonostante i rimaneggiamenti, la canzone continua a non piacere al regime, ma è troppo popolare per poterne impedire la circolazione. Il fascismo provò a farla sparire e in un goffo tentativo si inventò una Faccetta bianca scritta e musicata dal duo Nicola Macedonio ed Eugenio Grio. Una canzone dove una ragazza saluta sul molo il fidanzato legionario in partenza per l’Africa. Una faccetta da focolare domestico, sottomessa e virginale:

Faccetta bianca quando ti lasciai
quel giorno al molo, là presso il vapore
e insieme ai legionari m’imbarcai,
l’occhio tuo nero mi svelò che il core
s’era commosso al par del core mio,
mentre la mano mi diceva l’addio!

Chiaramente il paragone non reggeva. Gli italiani erano attratti dalla disponibilità sessuale che l’altra canzone prometteva. La libertà e la rigenerazione del maschio attraverso l’abuso di un corpo nero passivo. Faccetta nera fu anche al centro di un’accusa di plagio. La faccenda finì persino in tribunale.

Ma questa canzone ci dice molto anche dell’Italia di oggi. Il corpo nero è ancora al centro della scena. Un corpo vilipeso, spesso presentato come fantasma e cadavere invisibile dei mari nei telegiornali della sera. Ma è anche un corpo desiderato, inafferrabile. Un corpo che vediamo nelle bustine dello zucchero e che ammicca da uno studio televisivo fasciato in una tutina in lattice nero. Un corpo usato e abusato. Un corpo che deve essere sempre bello. L’abissina non può essere altro che la bella abissina. Non può essere brutta, menomata, malata, non disponibile. Il suo corpo vive più paradossi. È da una parte desiderato, dall’altro oltraggiato, negato, imprigionato. Le faccette nere oggi in Italia non hanno solo la pelle nera: basta discostarsi da quello che la società considera “normale” per venire considerati facili, accessibili, stuprabili. Sei bissessuale, transessuale, sei punk, sei vintage, sei fuori dai codici? Allora il tuo corpo diventa di tutti. Corpo da liberare con lo stupro, con la sottomissione.

Ed è forse in questo sottotesto la chiave del continuo successo di questa canzone. La società italiana si porta dietro vecchi retaggi maschilisti di cui non è riuscita a liberarsi, e di cui spesso non riesce nemmeno a parlare.

E invece dovremmo parlarne, soprattutto a scuola.

Discuto spesso dell’opportunità di far ascoltare ai ragazzi questa e altre canzoni fasciste. Sono sempre più convinta che solo lo studio approfondito del fascismo, con tutto il suo carico di miserie, stereotipi, propaganda e sessismo, vada affrontato perché non si ripeta. Il pericolo vero è l’oblio. Attraverso una serrata analisi di Faccetta nera si potrebbe destrutturare il testo, decolonizzare le menti, defascistizzare la società, educare la nostra politica che ormai ha fatto dell’altro il capo espiatorio per eccellenza, lo sfogatoio di tutti i mali. Sarebbe davvero un grande passo in avanti riuscirne a parlarne con serenità. Un passo in avanti per questa Italia che raramente affronta se stessa.


3 Comments to “Hans-Jürgen Schlamp, Il culto di Mussolini in Italia”

  1. le pantegane che abitano quei tubi neri posti sotto le città
    riemergono dai tombini con i loro musi baffuti.
    peccato che gli anticorpi “invecchino”

  2. Molto interessante. Non sapevo che Predappio era diventata meta di pellegrinaggio di poveretti…

    Non sapevo nulla di ‘sta storia.

    Pensando ai tedeschi, sai quanto sono rimasto sorpreso di scoprire che una coppia di escursionisti ha scritto un libro in tedesco per raccontarci delle vicende partigiane sulle Alpi Occidentali:

    http://camoscibianchi.wordpress.com/2012/12/10/wolfram-e-sabine-sui-sentieri-partigiani-in-piemonte/

    Pensa che roba… tedeschi che vengono da noi a scoprire luoghi meravigliosi dal punto di vista naturalistico ma anche importantissimi dal punto di vista storico.

    La nostra memoria scritta in tedesco.

    Beh, fa effetto.

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