Il gioco delle signorine Marx

by gabriella

Marx nel 1869Le tre figlie di Marx erano particolarmente appassionate di una sorta di gioco di società, pare molto diffuso nell’età vittoriana, che consisteva nella formulazione di alcune domande che avrebbero dovuto far emergere la personalità dell’interrogato. 

Tratto da U. Curi, Marx e la rivoluzione, 8. Capire la filosofia. La filosofia raccontata dai filosofi. La biblioteca di Repubblica, 2011.

Le domande che le figlie rivolgevano a Marx riguardano anche aspetti davvero minori, secondari nella vita dell’autore:

La virtù che preferisci? La semplicità
La qualità che preferisci in un uomo? La forza
La qualità che preferisci in una donna? La debolezza

La tua caratteristica principale? La determinazione
La tua idea della felicità? Lottare
La tua idea dell’infelicità? La sottomissione

Il difetto che scusi di più? La credulità
Il difetto che detesti di più? Il servilismo

La tua occupazione preferita? Razzolare tra i libri
Il tuo poeta preferito? Shakespeare, Eschilo, Goethe
Il tuo eroe preferito? Spartaco, Keplero
Il tuo piatto preferito? Il pesce

Il tuo motto preferito? De omnibus disputandum (occorre discutere e dubitare di tutto)
La tua massima preferita? Nihil humani a me alienum puto (Terenzio, Heautontimoroumenos “niente di ciò che è umano mi è estraneo”).

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One Comment to “Il gioco delle signorine Marx”

  1. “per la modernità il vero incontro mancato è quello con la rivoluzione”

    Filippo La Porta critico militante?
    di Romano Luperini

    Sull’«Immaginazione» (ottobre-novembre 2007, n° 234) Filippo La Porta biasima me e Giglioli perché abbiamo detto, parlando del mio libro L’incontro e il caso, che per la modernità il vero incontro mancato è quello con la rivoluzione. Non ha letto, confessa, il libro in questione, ma gli basta questa affermazione, staccata dal contesto, per irritarlo e indurlo a farci una lezioncina sulla nefandezza dell’idea e del concetto stesso di rivoluzione. Così dimentica, intanto, che la nostra è, prima ancora che un giudizio o una valutazione, una constatazione storica o, se si preferisce, una constatazione di fatto. In Occidente la modernità si sviluppa infatti negli anni fra la rivoluzione inglese, la rivoluzione americana e la rivoluzione francese da un lato e la rivoluzione russa dall’altro, per spingersi anche oltre, almeno sino al ’68; e si accompagna, come tutti sanno, a un radicale cambiamento nella concezione del tempo, vale a dire all’affermazione di una visione laica del tempo come riscatto e come redenzione terrena. In altri termini: il sogno di felicità (come si legge persino nei principi della costituzione americana) e di autorealizzazione dell’uomo si colloca in un ambito sociale e politico e in un futuro da realizzare a partire dall’oggi. Si tratta insomma di una aspirazione o di un’utopia, o meglio di un mito fondativo che ha percorso tutta la modernità senza trovare mai piena realizzazione. Questo mito spiace a La Porta, che lo considera come un’onta, o una sorta di cupa vergogna; ma non spiace, per esempio, al popolo inglese, americano e francese che continuano a ricordare e a onorare le rivoluzioni da cui trae origine la loro storia recente (e non solo la loro, a veder bene). A causa di questa sua centralità nella storia dell’Occidente, l’idea di rivoluzione ha assunto poi aspetti molto diversi: è stata la rivoluzione di Cromwell e di Robespierre ma anche quella di Lenin, la «rivoluzione liberale» di Gobetti ma anche quella del Gramsci carcerato, la rivoluzione «nonviolenta» di Martin Luther King e quella «federalista» di Altiero Spinelli, e così via; ma a La Porta ciò non interessa, si tratta pur sempre di rivoluzioni, e per lui la rivoluzione è solo una «mitologia logora e funesta», una «illusione micidiale», un «oppio dei popoli». Chi sa che ne direbbero Gobetti e Gramsci, Gandhi e Martin Luther King… Chi sa cosa penserebbero a sentirsi ricordare che «i veri problemi dell’esistenza in realtà non hanno soluzione» e che dobbiamo imparare a «convivere» con i traumi della modernità senza lamentarci?

    Però, forse, la vera questione è un’altra: perché La Porta ha sentito il bisogno di intervenire a proposito di un libro che non ha letto? Se a spingerlo è stata, come dice lui stesso, la parola “rivoluzione”, evidentemente ha sentito che gli si apriva una occasione e non ha voluto perderla.

    Quale occasione? Forse quella di mostrarsi “militante”, di andare controcorrente? Non sia mai detto. Nell’Italietta berlusconiana e poi berlusconizzata in cui viviamo i benpensanti di destra e di sinistra non fanno che sbeffeggiare l’idea e il concetto di rivoluzione. Dunque, gli si offriva l’occasione di affondare la lama nel burro, di sfondare porte già spalancate, di aggiungere la propria pietra a quella dell’esercito sterminato dei lapidatori. Senza rischio alcuno, anzi guadagnandosi l’universale consenso. Perché rinunciarvi? Anzi, per ottenere un effetto più sicuro, La Porta ha messo anche una ciliegina sulla torta: il proprio autoritratto di convertito, che, dopo aver creduto alla rivoluzione negli anni fra il ’68 e il 1975, ha messo la testa a posto, ed è diventato saggio e conformista, senza peraltro «smettere di fraternizzare (sic!) con i senza potere, i deboli e gli oppressi». Diavolo! Ai buoni sentimenti le anime belle mica possono rinunciare!

    Mi dicono che La Porta è uno dei maggiori critici militanti. Finalmente capisco perché la critica militante oggi è in crisi, anzi del tutto inesistente.

    Romano Luperini

    http://luperini.palumboeditore.it:8080/luperini_site/blog/archive/2008/01/02/filippo-la-porta-critico-militante
    http://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Luperini

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