Jesse Owens e Tommie Smith

by gabriella

Owens

Jesse Owens

Originario dell’Alabama, a nove anni Owens si trasferì con la famiglia a Cleveland, nell’Ohio. Come milioni di ragazzi neri, crebbe nella miseria durante la Grande depressione. Il nome Jesse gli venne dato da un’insegnante di Cleveland che non comprendeva il suo slang con un forte accento del sud, quando il piccolo James Cleveland disse di chiamarsi J.C.[1] Studente delle scuole tecniche, dopo la scuola lavorava in un negozio di scarpe e a tempo perso si allenava nella corsa. Nel 1933, ai campionati nazionali studenteschi, catturò improvvisamente l’attenzione di tutto il mondo sportivo con grandi prestazioni nella velocità e nel salto in lungo; questo gli fece ottenere l’ammissione nell’Università statale dell’Ohio, che peraltro formalizzò solo dopo che il padre ebbe ottenuto un posto di lavoro sicuro. Poté allora cominciare a dedicarsi seriamente all’atletica.

Dopo aver conquistato alcuni record mondiali nei 200 metri e nella corsa ad ostacoli, partecipò alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove vinse la medaglia d’oro nei cento e nei duecento metri, nel salto in lungo e nella staffetta 4X100.

Nel pomeriggio del 4 agosto, giorno in cui vinse nel salto in lungo, allo stadio olimpico era presente anche Adolf Hitler che la stampa disse indispettito davanti alla vittoria di Owens contro il tedesco Luz Long. In realtà, scrisse Owens nella sua biografia, Hitler si alzò in piedi e gli fece un cenno con la mano. Fu invece il presidente Roosevelt, in campagna elettorale e preoccupato della reazione degli stati del sud, a cancellare un appuntamento alla Casa Bianca con il campione olimpico.

Tommie Smith

Dopo aver conquistato alcuni record del mondo ai campionati universitari di atletica, nel 1968 Tommie Smith vinse la medaglia d’oro nei 200 metri di Città del Messico, con un tempo che restò insuperato per 11 anni. Durante la cerimonia di premiazione, Smith e Carlos diedero vita alla protesta più famosa storia dei Giochi olimpici: salirono sul podio scalzi e ascoltarono il loro inno nazionale chinando il capo e sollevando un pugno con un guanto nero, simbolo delle Black Panthers, a sostegno del movimento denominato Olympic Project for Human Rights (Progetto olimpico per i diritti umani).

Smith e Carlos furono immediatamente sospesi dalla squadra statunitense ed espulsi dal Villaggio olimpico. Tornati in patria, subirono altre ritorsioni.

 

 

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