La comunicazione dei mass media

by gabriella

Come si è visto, nell’articolo dedicato alla comunicazione interpersonale, la comunicazione tra individui, senza mediazione di strumenti è circolare (va dall’emittente al ricevente e viceversa), mentre la comunicazione mediale, cioè mediata da uno strumento di comunicazione (ad esempio, il telefono), può essere unidirezionale, cioè andare unicamente dall’emittente ai destinatari: è questo il caso della comunicazione dei mass media.

Olimpiadi di Pechino, 20

Nella Communication Research, il filone di studi sulla comunicazione nato negli Stati Uniti dopo la prima guerra mondiale, è stato usato il latino medium per indicare un mezzo attraverso cui è possibile comunicare, il suo plurale media, associato al termine inglese mass (massa) indica quindi i mezzi di comunicazione di massa.

Il Royal Wedding, 1981

Con strumenti come il giornale, la radio o la TV si può infatti raggiungere un vasto pubblico, potenzialmente coincidente con un’intera società o persino con il pianeta, come è accaduto con gli eventi (planetari, appunto) delle Olimpiadi di Pechino (4 miliardi e 700 milioni di spettatori ne hanno seguito almeno un evento), della finale dei mondiali di calcio 2014 tra Germania e Argentina con un miliardo di spettatori e del matrimonio del principe Carlo d’Inghilterra con 800 milioni di spettatori nel mondo.

 

I mass media

All’origine dei mass media c’è un’invenzione tecnologica piuttosto antica: la stampa (1455) a cui segue dopo un secolo e mezzo quella del giornale (1609). I successivi media, cinema, radio, televisione, sono invece figli della rivoluzione elettrica e nascono solo tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo. Nella seconda metà del ‘900, si colloca invece la rivoluzione digitale che si lega alla scoperta di Internet, il più grande bene pubblico creato dall’uomo .

 

I media “alfabetici”

La stampa

Johannes Gutemberg (1390-1403-1468)

L’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg si lega ad una rivoluzione culturale di enorme portata, uno strumento senza il quale la modernità resta impensabile. Con l’avvento della stampa cambia infatti il modo di produrre e far circolare il sapere e l’informazione, due elementi determinanti del cambiamento e dell’innovazione propri della modernizzazione. La stampa rende economico il libro e il giornale, democratizzando perciò la conoscenza e rendendola potenzialmente accessibile a un numero maggiore di individui che hanno bisogno solo di saper leggere.

Martin Luther fa circolare stampate all’Università, le sue 95 tesi; traduce la bibbia in tedesco e della sua diffusione popolare fa il fulcro di una nuova teologia

L’alfabetizzazione popolare avverrà però in Europa in tempi diversissimi: sarà rapida e tendenzialmente universale nel nord Europa, dove la riforma protestante ne fa lo strumento principale della salvezza dell’anima [secondo i principi del sacerdozio universale e del sola scriptura], è tardiva invece nei paesi dell’Europa meridionale, rimasti cattolici [in questo contesto, le “letture” sono fatte dal pulpito e persino la celebrazione della messa è stata a lungo fatta in una lingua non più parlata e compresa popolo: il latino], dove avviene solo nel Novecento.

L’invenzione della stampa ha portato il sapere fuori dei chiostri e dei conventi dove, nel Medioevo, i codici venivano copiati e miniati, e lo consegna a nuove figure di dotti e studiosi che popolano accademie e università (laicizzazione del sapere). L’editoria stampata produce effetti rivoluzionari, in quanto inaugura un sistema aperto di comunicazione. Circolando in ambienti aperti ed eterogenei, le opere a stampa imprimono infatti un impulso formidabile alla produzione di opere nuove e non ortodosse, alimentando fermento intellettuale e scatenando le rivoluzioni culturali della modernità, tra le quali le rivoluzioni astronomica e scientifica e (appunto) lo scisma protestante.

Per queste ragioni, la diffusione della stampa si lega alla crisi d’autorità della modernità, epoca nella quale dal potere temporale e spirituale dei papi (attaccato da Lutero), all’autorità del sovrano (dai calvinisti francesi), fino a quella di Aristotele (Galilei, Bacone), tutte le autorità riconosciute in epoca premoderna iniziano a declinare.

 

Il giornale

La stampa quotidiana in Francia tra 1785 e 1800. Tratto da Eric Wauters, “Une presse de province pendant la Révolution”, 1994

Fino al Novecento, il libro e, più tardi, il giornale costituiscono “consumi culturali” delle élite. È alle soglie della Rivoluzione francese che la borghesia colta delle professioni inizia a servirsi di un altro media, il giornale quotidiano o settimanale attraverso cui era possibile avere notizia di ciò che accadeva. Nel 1790, a Parigi, erano presenti 335 testate, tra i quali la celebre «L’Ami du peuple» di Marat.

Il giornale è, quindi, il medium della sfera pubblica borghese, il contesto comunicativo di quella parte della società, la «società civile», che ha mezzi culturali ed interessi economici e politici da proteggere. La stampa è appunto lo strumento dell’informazione e della pressione politica (cioè il strumento attraverso cui i gruppi di interesse esercitano pressioni sui decisori politici).

La società contemporanea post-alfabetica

In Storia e critica dell’opinione pubblica (1962) Habermas ha descritto la nascita dell’«opinione pubblica borghese» attraverso la stampa e definito, per opposizione, post-alfabetica una società contemporanea che non ha più al centro il dibattito razionale, colto e informato, delle élite liberali del XIX secolo, ma altre forme di comunicazione meno centrate sulla riflessione informata e più legate all’intrattenimento e a una comunicazione emotiva e irriflessa.

 

I media “elettrici”

Il cinema

Il cinema racconta storie

Narrazione in pietra a Notre Dame

Se la stampa è lo strumento, per eccellenza, dell’informazione e, per questo, il mezzo principale di costruzione dell’opinione pubblica nel XIX secolo, il cinema è la forma più diffusa di racconto ed è dunque veicolo di modelli culturali e luogo di creazione dell’immaginario sociale, con un’influenza ancora più profonda sui suoi pubblici.

Come mostrano le cattedrali gotiche, l’immagine è sempre stata il mezzo di comunicazione diretto al popolo analfabeta. Il suo potere comunicativo e seduttivo è quindi storicamente noto. Il cinema però unisce immagine e movimento, moltiplicando il potere seduttivo di questa forma di narrazione e facendone una forma di spettacolo.

Di questo “potere” si resero conto immediatamente i commentatori che assistettero alla nascita del cinema, alla fine dell’800, con le sperimentazioni di Thomas Edison (il suo primo film, Dickson greeting, una registrazione su pellicola in celluloide che ritrae il collega di Edison che saluta, è del 1891) e dei fratelli Lumière (i cui primi video sono del 1895). Primi tra questi il filosofo francese Henri Bergson a cui si devono i concetti di immagine-in-movimento e immagine-tempo (image mouvement, image-temps), e il tedesco Walter Benjamin che ha descritto l’impatto della visione delle immagini in movimento come uno choc, un’emozione provocata da un forte impatto sugli spettatori.

Waler Benjamin (1982 – 1940)

Qui sotto un brano tratto da Silvano Cacciari, Il potere dell’immagine in movimento (1994) sull’analisi di Benjamin.

Torniamo al XIX secolo, quello della metropoli dello choc dove convergono Benjamin, Engels, Poe, Baudelaire e un inedito Hegel innervosito dalla marea umana di Parigi. In Parco Centrale, Walter Benjamin sostiene che fin dal XIX secolo le forme di trasmissione di conoscenza metropolitana privilegiate, che hanno nell’informazione e nella réclame i propri elementi centrali, avvengono tramite choc.

Proprio commentando il Freud di Al di là del principio di Piacere, Benjamin definisce lo choc come un fenomeno provocato da «energie troppo grandi che operano all’esterno» dell’organismo e che irrompono verso l’interno dell’organismo stesso. E’ come se la trasmissione di conoscenza avvenisse tramite una frecciata che ha possibilità di arrivare a bersaglio in misura direttamente proporzionale alla propria velocità, che può restare a lungo sul bersaglio per quanto sia stato forte l’impatto dettato da quella velocità. Quest’impatto si chiama choc ed è una forma di trasmissione del sapere che toglie spazio alle figure sociali della trasmissione di conoscenza tramite narrazione. Queste figure erano l’agricoltore sedentario e il mercante navigatore che utilizzavano

«l’esperienza che passa di bocca in bocca che è la fonte cui hanno attinto tutti i narratori».

 

vincent_van_gogh, contadino_1888

Van Gogh, Contadino, 1888

marinaio

marinaio

A partire dalle metropoli dell’800, non si trasmette più esperienza ma si fa circolare informazione con le tecniche dello choc; l’agricoltore e il navigatore debbono cedere il posto alle accresciute competenze della carta stampata, che non serve più solo da bollettino commerciale e politico, ma riporta modi di vivere e di pensare da tutto il mondo. Questa competenza viene sottratta all’agricoltore, memoria del luogo, e al navigatore, memoria degli altri luoghi, fornendo a un pubblico amplissimo una variegata gamma di modi di pensare e vivere, e da una molteplicità di luoghi prima impensabile, trasmessi con la velocità e con l’effetto, dello choc prodotto su scala industriale.

Lo choc cattura, arpiona l’attenzione: questa è la legge aurea della trasmissione industriale di conoscenza nelle metropoli, a differenza della narrazione dell’agricoltore e del navigatore dove l’attenzione viene ottenuta attraverso il rituale dello scambio di esperienze e con abilità dell’artigiano [Silvano Cacciari, Gilles Deleuze e l’immagine politica, Paris VIII, 1996].

Paradossalmente, l’impatto spettacolare del cinema non fu notato dai primi sperimentatori. Pare, infatti che un famoso illusionista parigino che voleva utilizzare l’invenzione nei suoi spettacoli sia stato respinto da Antoine Lumière perché:

«(Giovanotto, non vi voglio rovinare) questo apparecchio ha valore soltanto scientifico, non avrà futuro nel mondo dello spettacolo» [voce “Cinema“, Wikipedia].

Se sfugge al padre dei fratelli Luimière, l’impatto spettacolare del cinema non sfugge agli ingegneri del consenso al lavoro nella Germania di Hitler e nell’Italia di Mussolini. Negli anni 20, in Italia, il cinema dei telefoni bianchi dipinge una società del benessere, spensierata e opulenta, mentre in Germania la scenografia nazionalpopolare del Trionfo della volontà di Leni Riefenstal, chiama le masse alla mobilitazione patriottica.


Nel video seguente, invece, realizzato per la discussione di una tesi di laurea, l’accento è posto sull’uso del cinema nella propaganda dei paesi liberali. Sotto, uno dei volti più importanti dell’autocelebrazione americana, quello di John Wayne.

 

La radio

La diffusione della radio come mezzo di comunicazione di massa avviene a partire dagli anni ’20 del Novecento, attraverso tecnologie di trasmissione a distanza con onde elettromagnetiche. Da subito si rivela come medium popolare e immediato dal grande potere informativo, come anche di intrattenimento. Attraverso la radio può essere infatti seguita la diretta di un evento pubblico, ma è possibile anche solo ascoltare musica.

18 giugno 1940: il generale De Gaulle pronuncia alla radio l’appello alla resistenza

Con la radio sono stati quindi coperti eventi diversi quali le battaglie dal fronte o le partite domenicali di calcio.

Nel 1935 fu trasmessa in diretta la cronaca dell’invasione italiana dell’Etiopia. Hitler fu ben consapevole delle potenzialità del medium radiofonico nella sua propaganda. Nel Mein Kampf osserva che la radio è:

un’arma terribile nelle mani di chi sa farne uso.

È, invece, Goebbels, suo ministro della propaganda, a dichiarare che:

La vera radio è propaganda. Propaganda significa combattere in ogni campo di battaglia dello spirito.

La radio diventava pertanto, nella volontà nazista, uno strumento di propaganda “intelligente” volto a creare e a mantenere negli ascoltatori uno specifico stato emozionale. Dal tenore delle trasmissioni era evidente che il pubblico era considerato nulla più che una folla da manipolare. La radio, con il nazismo, diventa così un potentissimo mezzo di diffusione di falsità e di bugie, che miravano a una conquista nel breve termine degli ascoltatori.

Per questa ragione, la propaganda doveva essere convalidata dai successi militari: la “confusione mentale, la contradditorietà dei sentimenti, l’esitazione, il panico” che – secondo Hitler – la radio doveva contribuire a creare, dovevano poi trovare soddisfazione quando la radio, annunciando le conquiste e le vittorie militari, dava agli ascoltatori l’impressione di unità, di forza, di sicura vittoria alla fine della lotta.

Quindi come mezzo di propaganda i nazisti preferiscono la voce alla carta stampata e fanno uso scientifico del potere della radio. Le trasmissioni radiofoniche sono più immediate, più vibranti, più personali e offrono le occasioni più idonee per creare emozioni. Per “ficcare il messaggio nazista nella testa della gente e, prima di tutto, nei cuori” la propaganda del regime usa una tecnica precisa, basata su teorie psicologiche. Gli strumenti di questo tipo cui si ricorreva maggiormente erano tre.

La riduzione e la semplificazione dell’ideologia nazista in alcuni stereotipi, che venivano in tale veste più facilmente acquisiti e introiettati dagli ascoltatori.

Era poi usata costantemente la tecnica della ripetizione. Gli ascoltatori erano bombardati con la stessa informazione, le stesse frasi ripetute senza fine.

Al rituale della tecnica ripetitiva si aggiunge lo slogan come strumento atto a facilitare la memorizzazione.

Questa è la prima volta nella storia della radio che gli elementi specifici del mezzo vengono presi in considerazione e si cerca di pianificarne l’uso per il conseguimento di un determinato scopo. La funzione propagandistica della radio ” inventata ” dai nazisti avrà larga diffusione in molti altri paesi, soprattutto in tempo di guerra.

A tal proposito il ministro della propaganda nazista Goebbels afferma:

“Le notizie sono un’arma della guerra. Il loro scopo è quello di vincere la guerra, non quello di dare informazioni” [Tratto da La radio nel nazismo].

Mussolini parla all’Eiar

Anche il fascismo seppe fare un abile uso di tutti i mezzi di propaganda a partire dalla radio. Dopo un’iniziale sottovalutazione della sua utilità – anche a causa della scarsa disponibilità di infrastrutture nel paese – durante il quale la radio si limitava a trasmettere Giovinezza, le trasmissioni radiofoniche cominciarono ad essere precedute da interpretazioni fasciste delle informazioni.

Da ricordare anche Radio Londra, il programma radiofonico della BBC, che durante la seconda guerra mondiale trasmetteva in italiano, dando notizie dell’avanzata degli alleati durante la seconda guerra mondiale.

Dopo la guerra, negli anni ’50, la radio trasmette il Festival di Sanremo, ma il suo ruolo informativo è già tanto evidente da spingere il legislatore italiano ad istituire la Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’imparzialità dei radio-giornali.

Negli anni ’70, il monopolio statale è infranto da migliaia di trasmissioni pirata, il cui diritto ad andare in onda verrà poi riconosciuto da una sentenza della Corte Costituzionale del 1976: si chiameranno allora radio libere, dapprima importante fenomeno di informazione alternativa e grassroot (cioè “dal basso”), poi soprattutto radio private commerciali create per pubblicizzare prodotti e servizi locali sfruttando la trasmissione gratuita di musica.

Dell’esperienza delle radio libere, non del tutto esaurita, si può ricordare Radio Aut, emittente fondata da Peppino Impastato nel 1977 a Terrasini, con la quale lui ed altri attivisti politici denunciavano la connivenza dei potei locali con la mafia di Tano Badalamenti.



 

La televisione

— continua —

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