Pier Cesare Rivoltella, La mente, l’occhio, il cuore. Jaime D’Alessandro, Il problema non è il device, ma il metodo

by gabriella

Una riflessione di Rivoltella su didattica e nuove tecnologie dallo slogan quasi zen. Il file audio contenente l’intera relazione è disponibile qui. In coda una breve nota di D’Alessandro ci rammenta che se le tecnologie non sostengono l’accantonamento della didattica frontale è meglio lasciarle a casa.

1. La mente

Il profilo cognitivo (il brainframe, per dirla con de Kerckhove) che le nuove tecnologie contribuiscono a costruire è quello di:
una mente incarnata (embodied cognition): il primato della dimensione tattile (nelle interfaccia) e l’esternalizzazione della scena cognitiva sugli schermi concorre a definire il lavoro cognitivo come lavoro sugli oggetti;
una mente distribuita: la policronia (cioè la possibilità di vivere più tempi nello stesso tempo) e un ordine dell’attenzione periferico (perché impegnato a non perdere d’occhio nessuno dei frame aperti sulla propria scrivania) eleggono la velocità a propria cifra distintiva. Ne consegue che il pensiero abilitato dalle tecnologie è un pensiero breve;
una mente multiliteracy. Le nuove tecnologie chiedono al soggetto la competenza di saper usare linguaggi diversi, propri dei singoli sistemi espressivi, e formati mediali diversi. Il risultato è quello che Jenkins chiama navigazione transmediale e che si traduce in un’estensione delle competenze alfabetiche (secondo l’indicazione del New London Group).

2. L’occhio

La cultura occidentale ha sempre evidenziato uno stretto rapporto tra il vedere e il sapere: per i Greci se ho visto, so. Quindi, riflettere sull’articolazione dello sguardo neomediale significa comprendere qualcosa in più su come con i nuovi media si pensa e si apprende. Lo sguardo neomediale è:
uno sguardo incorniciato. La metafora della finestra (del menu, del frame), come criterio di organizzazione di quanto è visibile sui nostri schermi suggerisce il significato di questa prima caratteristica dello sguardo neomediale. È uno sguardo parziale, che necessita sempre di essere contestualizzato, che vive spesso del rimando, che ha bisogno di essere collocato (come quando si naviga tra le pagine del Web);
uno sguardo iper-reale. La realtà che attraverso i nuovi media si può esperire è una realtà aumentata, una realtà spesso più reale di quella reale, nella misura in cui lo sguardo è più ravvicinato rispetto alle cose di quello che il nostro sguardo naturale potrebbe essere. Lo sperimentiamo con la funzione “zoom” di qualsiasi applicazione, o con le applicazioni di Augmented Reality disponibili ormai sui nostri telefonini;
uno sguardo mobile. Il nostro tempo, anche grazie ai media che lo caratterizzano, ha sostituito l’ordine della visione moderno con un altro ordine della visione. Quello era ben rappresentato dalla prospettiva: lo spazio prospettico assegnava un posto all’osservatore che vedeva quel che poteva vedere. Oggi la moltiplicazione degli schermi e delle cornici dentro gli schermi comporta che sia l’osservatore ad assegnare un posto a questi schermi e a queste cornici, con il risultato che si vede quel che si vuole vedere.

3. Il cuore

Quest’ultima istanza, quest’ultima dimensione, ha a che fare soprattutto con tutto ciò che rende i nuovi media non solo degli artefatti cognitivi, o dei dispositivi della visione, ma anche delle macchine sociali (Scanagatta, Segatto, 2009). Sono ancora una volta tre le dimensioni che meritano di essere evidenziate:
la relazionalità. I nuovi media sono un tessuto connettivo, sono la “pelle della cultura” (de Kerckhove), sono spazio e occasione di una scrittura emotiva, non esternalizzano soltanto la mente ma anche l’intimità. I nuovi media sono fatici, consentono il contatto, danno ragione a McLuhan quando scriveva che il medium è il massaggio. Richiedono una grammatica e una sintassi degli affetti;
la socialità. Bauman qualche anno fa scriveva un libro intitolato Voglia di comunità. La dimensione sociale della scena neomediale materializza questa istanza mettendo in relazione (spesso sovrapponendoli) il pubblico e il privato, l’interno e l’esterno;
la partecipazione. Consentendo di accedere al globale dal locale i nuovi media (in particolare i blog, Twitter, gli aggregatori di feed) estendono le possibilità partecipative delle persone, consentono di essere informati su ciò che accade anche molto lontano da noi “prendendo parte” alle vicende, alle cause umanitarie, ai movimenti politici. Anche se poi il rischio è che questa partecipazione rimanga a “bassa definizione”, prenda corpo esclusivamente nel tag: “Mi piace, non mi piace”.
Dal punto di vista dell’educazione sarebbe facile ripercorrere i punti che abbiamo sinteticamente fissato per far vedere di ciascuno opportunità e criticità. Cosa si chiede all’educatore, all’insegnante, per massimizzare le une e ridurre l’impatto delle altre? Sinteticamente, direi:
1) superare la tentazione dell’arrocco. Sentendosi sotto attacco, percependo che l’accettazione della sfida del nuovo gli comporterebbe troppa fatica, l’insegnante si mette spesso sulla difensiva, con due argomenti principalmente: “Sono diversi da noi, non sanno più ragionare, non sanno più leggere, non sanno più andare in profondità sulle cose!”; “La Cultura è altro rispetto alle futilità dei media e la scuola deve continuare ad essere lo spazio della Cultura!”. Si tratta di atteggiamenti che non pagano, perché non risolvono il problema ma lo cristallizzano;
2) cambiare la punteggiatura. Se nella situazione canonica dell’insegnamento tradizionalmente inteso quel che si percepisce è la difficoltà dei ragazzi ad apprendere, a sviluppare curiosità e interesse per l’acquisizione del dato culturale, questo può essere dovuto a loro (o ai media), ma anche alle pratiche dell’insegnante. In buona sostanza il problema potrebbe essere non che loro sono diversi, ma che noi siamo sempre gli stessi!
3) accettare il cambiamento. Lo sforzo che all’insegnante si richiede è di mediazione didattica, ovvero di trasposizione dei propri contenuti disciplinari nei nuovi alfabeti della cultura. Si tratta di un compito che da sempre qualifica il lavoro del docente: occorre non smettere di svolgerlo proprio nel momento in cui ce ne sarebbe maggior bisogno.

Jaime D’Alessandro, Il problema non è il device, ma il metodo

Non riempite le classi di tecnologia. È la cosa peggiore che si possa fare.
Parola di Dianora Bardi, professoressa di lettere al Liceo Scientifico Lussana di Bergamo. Ma anche vicepresidente di ImparaDigitale, centro studi appena presentato ufficialmente a Milano. Un network che raccoglie già trenta istituti sparsi in tutta Italia e che sta mettendo in pratica una didattica diversa usando come mezzo la tecnologia, adoperata però con molta attenzione. Poco importa poi che sia uno smartphone, un tablet o videoproiettore tascabile per lezioni in movimento. L’industria hi-tech propone dispositivi sempre più raffinati, fra gli ultimi il mouse della Lg dotato di scanner che ora viene impiegato anche per insegnare a leggere ai bambini affetti da dislessia, ma è un mondo pieno di opportunità che bisogna saper maneggiare.
Non basta mettere un iPad in classe se i docenti non sono preparati. È un mezzo, non una bandiera da mostrare per far vedere di esser al passo con i tempi.
La Bardi e i suoi colleghi ne sanno qualcosa. Hanno iniziato due anni fa, i primi nel nostro Paese, introducendo i tablet al Lussana e impostando contemporaneamente una didattica diversa. Via le “lezioni frontali”, quelle con il professore che spiega e gli alunni che ascoltano, a favore di una sorta di laboratorio. I libri vengono tenuti in un armadio e sono solo la base di partenza. Poi si passa al Web selezionando altre fonti, inclusi i video, perché gli studenti vengono spinti a produrre libri digitali, a elaborare le fonti sotto la guida dei professori, creando di fatto una biblioteca multimediale a disposizione di tutti.
È una scuola senza pareti”, aggiunge lei. “Ormai siamo in contatto con la classe sempre via Skype e condividiamo i lavori sul cloud con Dropbox”.
Ma per molti suoi colleghi tutto ciò è spaventoso: devono rimettersi in discussione, scendere nel territorio della collaborazione e della tecnologia dove i ragazzi si muovono di gran lunga meglio.“Il problema non è mai il device, ma il metodo”, conferma Roberto Vitali della cooperativa Anastasis, che dal 1985 lavora sui disturbi dell’apprendimento. Del resto grazie a loro quel mouse della Lg con lo scanner per digitalizzare biglietti da visita, si è trasformato in una aiuto formidabile per i dislessici che hanno bisogno di ascoltare le parole che stanno leggendo. Tutto grazie all’aggiunta di un software di lettura vocale. Questione di metodo, appunto, ma anche di idee innovative.http://www.repubblica.it/scuola/2012/03/24/news/professore_con_il_tablet-32135404/

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