Pietro Alotto, Povertà logica e povertà linguistica

by gabriella

Poiché insegna filosofia, un collega chiede ad Alotto un manuale per insegnare la logica ai propri studenti: è l’occasione per osservare che competenze linguistiche e competenze logiche sono la stessa competenza osservata da punti di vista diverso. Tratto da La scuola che non c’è .. e altre storie.

Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».
«Tanti: e mi pesano» convenne il professore.
«Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».
«Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.
«Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».
«Come allora» disse il professore.
«Ma ormai…».
«No».
«Ma si ricorda di me?».
«Certo che mi ricordo».
«Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altra natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passò a un duro interrogatorio.

(Leonardo Sciasca, Una storia semplice, Adelphi 1989, pagg. 43–44)


Stamattina, un mio collega d’Italiano mi ha avvicinato e, come presunto esperto di Logica, mi ha chiesto: “Potresti consigliarmi un manualetto di logica, qualcosa di semplice per i miei studenti, che non sanno ragionare e argomentare?” Io gli ho risposto che non esistono manuali di logica che possono insegnare a ragionare ai suoi studenti. Mi ha guardato interdetto, pensando che volessi insultare l’intelligenza dei suoi studenti (di Scienze umane, n.d.r.). Dopodiché, ho spiegato…

Parlare una lingua naturale e ragionare sono dotazioni di base di un essere umano. E le due competenze sono strettamente correlate.

Nella scuola per lo più gli studenti sono impegnati in performance che necessitano di competenze linguistiche di buon livello. Comprendere una spiegazione, così come comprendere un passo di un manuale, un brano letterario o filosofico ecc., presuppone una buona padronanza dell’Italiano che non possiamo dare per scontata.

Ipotizzo che la buona o cattiva padronanza dell’Italiano possa essere un ottimo indice per fare una previsione ragionevolmente accurata degli esiti scolastici. Naturalmente, la competenza linguistica da sola non basta a prefigurare esiti buoni o di eccellenza, in quanto questa deve essere unita ad altri fattori come le buone strategie di studio, la costanza, l’impegno, le attitudini personali, ecc.; tuttavia, ipotizzo che una insoddisfacente o inadeguata competenza linguistica di partenza possa essere un sufficiente indizio di difficoltà o insuccessi scolastici futuri.

Comprendere e produrre ragionamenti articolati linguisticamente ha un prerequisito fondamentale, banale forse, ma che è il fondamento per ogni possibile discorso: per poter ragionare e comprendere ragionamenti dobbiamo essere parlanti esperti di una lingua, posto che quando ragioniamo traffichiamo con enunciati linguistici.

Le abilità linguistiche e le abilità di pensiero logico-analitico sono fortemente correlate, per la semplice ragione che le regole inferenziali non formali (cioè non create all’interno di modelli di ragionamento formale) sono interne al linguaggio parlato da una comunità linguistica. Le intenzioni comunicative sotto forma di enunciati intorno al mondo devono esplicitarsi linguisticamente secondo le regole di una determinata lingua naturale, regole che devono essere conosciute e padroneggiate perché si possa intendere il messaggio. Questo non ha niente a che vedere, sia chiaro, con la conoscenza teorica della grammatica. Anche se la conoscenza della grammatica ci aiuta a formulare linguisticamente pensieri in modo appropriato.

Non è un caso che le prove di logica nei test d’ingresso pre-universitari prevedano quesiti che hanno a che fare con la comprensione del testo. Comprendere è afferrare il senso di qualche cosa, stabilire una relazione tra più idee o fatti, spiegare. Comprendere un testo significa andare, perciò, oltre la lettera del testo, ricostruire le implicazioni intra-testuali e le implicazioni con ciò che il testo non dice, ma è in qualche modo correlato con ciò che è esplicitamente detto: implicazioni semantiche, implicazioni contestuali, conoscenze presupposte.

Insomma, la risposta che avrei voluto dare al collega è che prima che la Logica gli studenti devono imparare l’Italiano. Studiare logica senza adeguata competenza linguistica serve a poco. Così come insegnare l’Italiano senza la dovuta attenzione agli aspetti “logici” della lingua (la coerenza testuale non è solo questione di “forma”, come tutti gli insegnanti di Italiano sanno, ma di “sostanza”: indizio di pensieri confusi o non ben articolati nelle loro connessioni logiche), non sviluppa le abilità logico-analitiche.

 

Ciò detto, mentre a scuola si studia l’Italiano (se nel modo giusto è un’altra questione), non ci si cura invece di sostenere la nostra dotazione naturale di competenze logico-argomentative con un insegnamento dedicato. Come si spiega questa “in-consapevolezza” del problema?

Spesso nelle classi ci ritroviamo studenti capaci di svolgere ragionamenti complessi o di argomentare in modo efficace senza avere studiato Logica o Retorica. Spesso questi studenti sono anche quelli che parlano un, e scrivono in un italiano corretto, senza necessariamente avere consapevolezza delle regole sintattiche e grammaticali che stanno applicando.

Da adulti, poi, inseriti in un settore professionale, possiamo essere o diventare abili pensatori e svolgere ragionamenti, argomentare le nostre posizioni, risolvere problemi speciali, utilizzando strategie efficaci (anche se settoriali), senza avere studiato Logica, Problem solving o Retorica: impariamo per tentativi ed errori, cosa funziona e cosa no; impariamo per imitazione da altri che lo fanno, o con la pratica e l’interazione con chi già lo fa.

Questo ci rende, spesso, poco sensibili al problema dell’importanza dello studio della Logica, del Problem solving e della Retorica: pensiamo che saper ragionare, saper affrontare e risolvere problemi, saper argomentare facciano parte di una dotazione naturale che ciascuno di noi possiede o non possiede (“è stupido!”); oppure dal momento che pensiamo di essere (o di esserlo diventati) pensatori competenti senza aver fatto uno studio specifico di logica e/o retorica o problem solving, concludiamo che di questo non ci sia bisogno. Ma si tratta di una mis-concenzione.

Il fatto è che spesso le abilità cognitive sviluppate professionalmente sono settoriali, cioè non le applichiamo o non riusciamo a trasferirle al di fuori dei confini dei nostri settori professionali. Il fatto di essere abili matematici non comporta che siamo anche abili e competenti decisori politici, o capaci di sostenere un dibattito e di insegnare ad altri, o di saper gestire le finanze familiari! Spesso fuori dai nostri campi professionali, in cui possiamo anche essere bravi “pensatori”, ritorniamo a bassi livelli di pensiero critico. Chiunque di noi, se ci pensa un attimo, conosce qualcuno con queste caratteristiche (abile professionista; pessimo pensatore critico)

Non va poi dimenticato che quelle persone che ben ragionano e argomentano possiedono oltre a doti naturali, come ipotizzavamo sopra, anche una dotazione linguistica di base che permette loro di produrre e comprendere ragionamenti e argomentazioni complessi.

Ed è qui che le due cose si tengono. Emergenza logica ed emergenza linguistica si accompagnano, interagiscono e si sostengono a vicenda.

Nei vari gradi scolastici arrivano sempre più ragazzi con competenze linguistiche di base inadeguate, e questo per le ragioni più varie. L’estrazione socio-culturale è determinante, come tutti sappiamo, per i buoni o i cattivi livelli di partenza nelle competenze linguistiche di base. A questo, ipotizzo, si deve aggiungere l’impoverimento linguistico più generale nella società. Diminuiscono gli spazi di socialità (non virtuale): si parla di meno; si svolgono meno attività comuni (Tv, smartphone, pc); si legge di meno e si condividono meno storie: si usa sempre meno il linguaggio in modo esperto per comunicare, ragionare, passare informazioni… .

Ultima, ma non per importanza, la iper-semplificazione della nostra comunicazione sui Social (pensiamo a Twitter, ma anche Facebook), che porta con sé una dis-educazione all’articolazione del pensiero: il periodare complesso ipotattico è quasi sconosciuto alla comunicazione social e, quando presente, viene vissuto con un certo fastidio, o bypassato per andare all’ “opinione”.

La colpa dell’impoverimento linguistico, si badi bene, non è dei Social, che non sono nati per dotte dissertazioni saggistiche, ma dell’egemonia che essi hanno acquisito nelle nostre interazioni comunicative e, soprattutto, e questo è ancora più grave, in quello delle nuove generazioni. Ora, l’impoverimento linguistico è deleterio per lo sviluppo cognitivo generale dei ragazzi (ma, in generale, di tutti quelli che li usano in maniera esclusiva). Povertà linguistica e povertà “cognitiva”, per quanto riguarda il pensiero logico-analitico, si accompagnano, interagiscono causalmente e si autosostengono.

È forse un caso che chi parla e scrive male in italiano, ha anche difficoltà di comprensione e di ragionamento analitico?

L’ipotesi della connessione tra competenza linguistica e competenze logico-analitiche non viene confutata, del resto, dal fatto che ci sono studenti che pur con difficoltà di comprensione del testo, con difficoltà espressive e difficoltà nel risolvere problemi logico-linguistici, riescono a superare i test pre-universitari nelle facoltà tecnico-scientifiche; in quanto questi studenti possono non avere problemi nell’affrontare e risolvere problemi che non coinvolgono direttamente il pensiero logico-analitico: problemi che hanno a che fare con il pensiero visivo; il ragionare per modelli, ecc.

Questo porta un ulteriore argomento a sostegno del fatto che l’insegnamento del Critical Thinking deve coinvolgere non solo la Filosofia o la matematica (a cui spesso si assegna la responsabilità di sviluppare le capacità di ragionamento), ma anche le altre discipline: prima di tutte l’Italiano.

Insomma, la questione non è solo che i nostri studenti non sanno più ragionare, la questione è che sono anche sempre meno competenti in “Italiano”: e non per tutti loro c’è una carriera aperta nell’Ammisitrazione pubblica!

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2 Comments to “Pietro Alotto, Povertà logica e povertà linguistica”

  1. Gentile Collega,
    a quando la rinuncia a definire il sapere competenza? Per quanto concerne in particolare la lingua, la competenza oggi si esprime attraverso il suo contrario. Adottare quindi un vocabolario da ministero della verità, i nostri sono specializzati in quest’opera selvaggia e devastatrice, fomenta e alimenta la perversione che vorrebbe sanare. È tutto, Cordialità D’Ascola

    • Capisco e condivido l’obiezione, Pasquale: ma tu come chiameresti (se non competenza o capacità) la scoperta dei sofisti che trasmettendo un patrimonio culturale (enkyklios paideia) si diventa capaci di retorica e dialettica?

      Per ora, il fronte di guerra si distribuisce tra chi usa il termine al singolare (come me) per contestare l’impoverimento culturale che il Ministero promuove con la didattica “per competenze” e chi lo usa al plurale per utilità, conformità o adesione esplicita al programma europeo di demolizione della scuola.

      Ciao

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