Ferruccio Gambino, Devi Sacchetto, Storia del lavoro in Cina

by gabriella

Pun-Ngai-Cina-la-società-armoniosa-300x225L’introduzione di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto a Pun Ngai, Cina, la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti (Milano, Jaca Book, 2012). Qui, l’indice del volume.

Questo libro è un esercizio di avvicinamento a una condizione umana che in occidente è più rimossa che sconosciuta. In particolare, la discussione delle tendenze in atto nella Cina attuale sembra una foglia composta, della quale si fatica a leggere la nervatura che l’alimenta, ossia il sistema cinese della residenza. Dai primi anni 1950 tale sistema (hukou) ha separato la popolazione rurale da quella urbana in termini economici e politici dividendola orizzontalmente in due classi di cittadinanza, di cui quella inferiore era in larga misura, anche se non completamente, bloccata nelle campagne. Con la svolta del 1978, l’esodo di giovani dalle campagne verso le città ha assunto proporzioni bibliche, ma lo statuto di quanti hanno lasciato e lasciano i villaggi è rimasto perlopiù quello del “lavoro migrante rurale”. È questo flusso verso le periferie industriali che ha innervato la trasformazione cinese degli scorsi trent’anni. Tuttavia in occidente esso è stato sovente considerato come uno – e talvolta ovvio e secondario – tra i tanti ed eterogenei fattori del megatrend. È così capitato durante il trentennio scorso di dover ascoltare il ritornello della classe operaia come una specie in via di globale estinzione, mentre era snobbata la maggiore migrazione non coatta della storia umana e il principale fenomeno sociale di questi tempi, ossia lo spostamento dalle campagne alle città di circa 200 milioni di cinesi che si avviavano al lavoro salariato.

Su un miliardo e 300 milioni di abitanti, i 200 milioni di lavoratori migranti rappresentano un gruppo politicamente minoritario e tuttavia essi detengono una posizione economicamente strategica. Dalle file di questi migranti proviene la gran parte dei 16-17 milioni di occupati/e da capitale straniero, che costituiscono la punta di diamante dei profitti che le imprese d’oltremare estraggono non solo in Cina ma nel mondo. Gli scritti qui raccolti intendono esporre la situazione di gran parte di questi migranti che sono trattati come cittadini di seconda classe, pur vivendo e lavorando di fatto accanto a coloro che godono della residenza legale nelle città e dei servizi pubblici che ne derivano. Troppo spesso il lavoro dei discriminati è liquido ma le spine da cui zampilla restano invisibili. È su questo lavoro vivo che l’economia mondiale continua a battere il suo ritmo profondo.

Dopo la svolta del governo cinese a favore degli investimenti diretti dall’estero del 1978 non è mancata la contrapposizione tra quanti inneggiavano all’irruzione del capitalismo in Cina e alla sepoltura del “socialismo maoista” e quanti per contro denunciavano il tradimento antisocialista e la prossima “corsa verso il fondo” delle condizioni globali di vita e di lavoro che ne sarebbero conseguite a danno di gran parte della popolazione. Gli scritti qui raccolti prendono un’ampia distanza critica da entrambe tali posizioni, considerando le condizioni di classe con strumenti analitici che combinano la ricca tradizione cinese degli studi sul campo con l’indirizzo di storia sociale aperto nei primi anni Sessanta da Edward P. Thompson. Inoltre questi scritti si situano su di un piano diverso da quello del pur importante libro di Giovanni Arrighi (2007), che, tralasciando le ricadute dello sviluppo economico cinese, pone in penombra le lotte operaie, viste come mero stimolo ai cambiamenti politici.

Meritevolmente nei saggi che seguono, Pun Ngai, e con lei gli altri ricercatori e ricercatrici, oltre a sondare l’oggettività di una situazione lavorativa densa di sfruttamento e di precarietà nella Cina attuale, portano alla luce l’attività soggettivamente determinante di lavoratrici e lavoratori, in particolare di quegli stranieri in patria che sono i migranti provenienti dalle campagne dell’interno. Gli autori non interpellano “il morto linguaggio” dell’“analisi di classe” d’altri tempi ma riarticolano la soggettività degli operai migranti situati all’intersezione tra il capitalismo globale e la modernizzazione della Repubblica popolare.

L’approccio etnografico messo in campo da ricercatrici e ricercatori è sorretto da una tensione socio-politica che è figlia di uno scontro in atto di cui la Cina è l’alta scena, illuminata altrove e ancora in penombra in occidente. Interviste in profondità per mesi sul campo, lunga consuetudine e costruzione di un linguaggio comune con lavoratrici e lavoratori nei cantieri edili così come nelle fabbriche della Foxconn, sono l’ordito e la trama di cui questa conoscenza è intessuta. Mentre parecchi intellettuali in occidente cercavano la via per la post-modernità, ricercatrici e ricercatori cinesi si impegnavano a fondo per riportare in superficie l’alterità rispetto al potere di chi viene cronometrato sui decimi di secondo nella produzione come di chi lavora nel subappalto a cascata, a salario spesso aleatorio.

Giovani e fluttuanti

La crisi economica esplosa in occidente nel 2008 ha elevato la Cina al ruolo di Paese che meglio degli altri ha saputo affrontare la congiuntura, anche se non mancano nubi all’orizzonte [La crisi economica del 2008-2009 ha colpito anche la Cina, dove circa 23 milioni di migranti hanno perso il lavoro; molte fabbriche hanno chiuso senza preavviso e senza pagare i salari provocando forti proteste tra i lavoratori (Chan Kam Wing 2010, p. 665)]. In realtà, il crescente disimpegno dello stato dai processi di riproduzione sociale e di protezione previdenziale contrasta con l’immagine di efficienza titanica che viene diffusa dai mezzi di comunicazione in occidente. Su quali vite si regge il titanismo? La seconda generazione di operai/e venuti/e dalle campagne è quella che, dopo le loro madri e i loro padri sradicati dalla terra negli anni Ottanta e Novanta, ha dato un secondo e decisivo contributo alla trasformazione della Cina. Sono quanti rimangono inchiodati alla condizione sociale e giuridica del migrante che lavora sotto padrone nelle città e nelle megalopoli [Secondo Chan Kam Wing (2010, p. 359), il «lavoro migrante rurale (nongmingong)» in Cina si riferisce a «operai dell’industria e dei servizi» che hanno una residenza legale (hukou) in campagna, anche se lavorano e risiedono in città. Essi non sono considerati legalmente come lavoratori urbani. Degli otto milioni di abitanti di Shenzen circa sette milioni sono migranti interni che non hanno accesso al welfare locale].

Questa nuova generazione, più giovane e istruita di quella precedente, è cresciuta all’interno di una società nella quale la migrazione era considerata uno degli strumenti per migliorare la propria vita. Si tratta di giovani che maturano scarse esperienze di lavoro agricolo e che sono proiettati alla ricerca delle opportunità offerte dallo stile di vita urbano. Così, nel caso in cui essi tornino nei loro villaggi dopo qualche anno passato in fabbrica, mostrano una certa intraprendenza, come raccontano Pun Ngai e Lu Huilin nel terzo saggio, «La proletarizzazione incompiuta», tradotto in questo volume. Ma la loro dinamicità è spesso priva di competenze tecniche legate alle attività agricole e non sempre il loro ritorno è ben accetto dalle famiglie che intendono costruire avamposti nelle città dove occorre rendere meno difficile il trasferimento di altri parenti. Fra la campagna e la città sono le famiglie e in particolare le donne a essere sovente poste sull’altare sacrificale per un più ampio accesso patriarcale alle risorse economiche [Nel suo prezioso volume Angela Pascucci (2008) mette in luce come le trasformazioni in Cina stiano producendo un ordine sociale in cui i divari di ricchezza e di opportunità vanno ampliandosi].

La continuità delle dure esperienze migratorie interne che lega genitori e figli non esclude il risentimento e il rovello crescenti della nuova generazione che cominciano a sfociare in azioni collettive, soprattutto nella Cina meridionale, anche se gli esiti sono controversi. Nel “regime dei dormitori” come nell’edilizia serpeggia una coazione più o meno larvata ma certamente retta dall’oculata distribuzione di timore a dosi di ammonizioni, minacce, decurtazioni salariali, licenziamenti tra le decine di milioni di facilmente assunti e più ancora facilmente licenziabili e poi sostituibili con altre forze di lavoro che sono pronte a lasciare le campagne. Questa disponibilità ha percorso la storia della Cina moderna e abbraccia non soltanto le campagne ma anche le città e si proietta sull’Asia sud-orientale e poi sugli altri continenti. Sono le città portuali della costa meridionale ad aver fornito il maggiore contributo all’emigrazione cinese d’oltremare nell’epoca moderna, un’emigrazione che si apre al mondo quando ancora le migrazioni interne al di fuori delle aree portuali sono limitate dalle consuetudini e dalla pietà filiale, ben più che dalla legge scritta.

In tema di migrazioni, non si insisterà mai abbastanza sul fatto che l’emigrazione cinese all’estero nell’epoca moderna e contemporanea ha costituito la forma peculiare sia dell’irraggiamento proletario sia dell’espansione capitalista dei cinesi nel mondo. Mentre le potenze europee e gli Stati Uniti hanno costruito imperi coloniali d’oltremare, la Cina vi ha rinunciato nei secoli (Arrighi 2007). L’emigrazione cinese fino al 1945 non segue né bandiera nazionale né cannoniere, ma è affidata alla capacità di resistenza di chi parte, spesso prevedendo che sarà discriminato in aree dominate dagli europei e dai loro discendenti. Questa assenza della protezione degli organi statali apparenta l’esperienza migratoria cinese a quella dei colonizzati, in primis dgli indiani, ma anche di quella parte di migranti europei, quali irlandesi ed europei meridionali, che ben poco si aspettavano da governi ostili, i quali di fatto avevano contribuito a provocare il loro esodo. Va tuttavia sottolineato che le migrazioni cinesi dopo il 1945 seguono solo parzialmente il solco delle migrazioni della modernità, poiché, tra l’altro, hanno subìto ripetuti spostamenti in varie fasi successive alla fine della Guerra di resistenza contro il Giappone (1937-1945).

cooliesDal diciassettesimo al diciannovesimo secolo le migrazioni cinesi, in gran parte maschili, sono comprese in uno spettro che va dalla dura servitù debitoria (indentured labour), di solito per cinque o più anni, al sistema coolie, alla forma meno pesante del debito del biglietto marittimo (credit-ticket) fino all’emigrazione libera coolie è il prestatore d’opera che è stato privato della libertà di cambiare padrone per almeno una stagione e molto più spesso per un certo numero di anni in base a tre vincoli principali: la condizione debitoria, il sottosalario e l’ostilità della forza-lavoro bianca salariata. Il termine coolie deriva da un sostantivo che assume significati diversi in aree diverse; nell’area di Shanghai significa “forza amara”, in urdu significa “schiavo”. Si tratta di un lavoratore trasportato con la forza o con un contratto per debiti verso piantagioni, miniere e grandi opere, a mano a mano che la schiavitù legale entra in crisi nel corso del diciannovesimo secolo. La Cina e l’India sono i due principali Paesi dai quali i colonialisti traggono i coolies avviandoli al lavoro in 42 colonie e in almeno 9 Paesi di tutti i continenti. Il verbo “to shanghai” indica il rapimento dei giovani cinesi e la loro riduzione a coolies nei porti della Cina meridionale. V. Moulier-Boutang 2002; Northrup 1995; Potts 1990].

Nel diciannovesimo secolo, il sistema regionale di lavoro servile sperimentato dall’impero olandese nelle Indie orientali si dispiega globalmente nell’impero britannico. Con la penetrazione commerciale inglese nei porti cinesi, le migrazioni d’oltremare seguono diverse destinazioni: nell’Asia sudorientale e nelle Americhe (ma non in Europa, fino al 1916-1917), distendendosi su di un lungo arco temporale [La prima immigrazione massiccia di cinesi in Europa è semi-coatta. Nel 1916 il governo francese ingaggia circa 50 mila giovani cinesi e nel 1917 il governo britannico ne assolda 100 mila che vengono impiegati come ausiliari a lavorare nell’industria bellica e a scavare trincee su vari fronti di guerra. Cfr. Xu Guoqi 2011].

Nel caso della Cina, una stima prudente del totale dell’esodo giunge a 2,5 milioni di migranti in Asia e a 700 mila in altri continenti tra il 1800 e il 1914. Altre stime contano poco meno di 7 milioni nel solo periodo 1876-1907 (Hoerder 2002, p. 366). Dalla seconda metà dell’Ottocento le misure razziste per fermare l’immigrazione asiatica colpiscono soprattutto i cinesi là dove essi possono sostituire l’immigrazione europea, in particolare in Oceania e nell’America settentrionale [Reiterati provvedimenti contro l’immigrazione cinese vengono presi nella Nuova Zelanda dagli anni 1860, in Australia dal 1861, in Canada dal 1885 e negli Stati Uniti dal 1882 (Chinese Exclusion Act). Nell’America settentrionale i migranti cinesi erano stati impiegati fino allo stremo nelle costruzioni delle ferrovie e poi emarginati all’arrivo dei nuovi immigrati europei negli anni 1880, in una storia di discriminazione che si prolunga di fatto fino al 1965]. Tali misure verranno attenuate soltanto nella seconda metà del ventesimo secolo].

L’aggressione giapponese alla Cina (1937) sconvolge le principali rotte migratorie e blocca gran parte dei contatti con la diaspora cinese nelle Americhe e nell’Asia orientale. Dopo il 1945 le migrazioni cinesi seguono tre modelli principali. La prima emigrazione sotto l’egida della bandiera e delle cannoniere è la conquista di Taiwan da parte delle truppe del Kuo-min-Tang che abbandonano la Cina continentale (1949); all’esodo massiccio verso Taiwan (circa due milioni) si affiancano sia quello verso Hong Kong, la cui popolazione giunge a 3,2 milioni nel 1961, raddoppiando rispetto al 1941, sia l’approdo in fasi successive in altri Paesi, per un totale che nel 1953 è di 13,4 milioni di cinesi nell’Asia sud-orientale e di altri 300 mila in altri continenti (Hoerder 2002, p. 486). Dalle file di questi emigrati – e in particolare da quelli di Hong Kong e di Taiwan – emergeranno all’inizio degli anni 1980 gli investitori industriali più aggressivi e determinati a trarre profitti dalla Repubblica popolare cinese. La seconda emigrazione comincia dopo l’allentamento delle forti restrizioni alle migrazioni internazionali e interne del governo della Repubblica popolare cinese negli anni 1980 [7 Le forti restrizioni alle migrazioni internazionali e interne imposte dal governo della Repubblica popolare cinese sfociano in migrazioni intermittenti verso Hong Kong, tanto quanto le migrazioni interne dalla campagna verso la città vengono regolate e limitate fin dal 1952, secondo una politica ribadita nella codificazione del sistema di registrazione residenziale del 1958 e a più riprese in seguito. Un alleviamento al blocco migratorio nei confronti dei non-europei, e quindi anche dei cinesi d’oltremare, viene dagli Stati uniti con l’Immigration Act del 1965 che stabilisce quote per nazionalità, abolendo in particolare lo sbarramento storico nei confronti degli africani e degli asiatici]. Una terza migrazione è quella temporanea di tecnici e operai cinesi al seguito di imprese cinesi che operano a livello internazionale, in particolare in Asia e nell’Africa postcoloniale [Alla fine del primo decennio del ventunesimo secolo la diaspora cinese nel mondo è di 50 milioni circa di cinesi d’oltremare (a parte Taiwan), ossia di persone di discendenza cinese nate all’estero (circa 42 milioni) e di migranti che hanno lasciato la Repubblica popolare cinese da non più di una generazione (circa 8 milioni). Questo secondo gruppo contribuisce in misura preponderante alle rimesse a favore delle famiglie rimaste, avendo mandato più di 62 miliardi di dollari nel solo 2011. Si tratta delle rimesse più alte a livello mondiale dopo quelle dei migranti indiani; cfr. World Bank 2012; Bellman 2012, p. 13]. (p. XIV)

La borghesia cinese nel mondo – e in particolare in tre delle quattro Tigri asiatiche (Taiwan, Singapore e Hong Kong) – è andata affermandosi economicamente nel corso della seconda metà del Novecento. Ai primi segni di apertura del governo cinese ai capitali stranieri verso la fine degli anni 1970, l’imprenditorialità cinese d’oltremare è pronta al suo ritorno (e ai suoi ricavi), mettendo al lavoro una parte della generazione di giovani che cominciano ad abbandonare la campagna. È la generazione obbligata ad affidarsi all’esile appoggio dei permessi temporanei. Questo è l’avvio dell’esperimento della “popolazione fluttuante” che ufficialmente risiede ancora nelle campagne e che quindi gode di minori diritti rispetto alla popolazione residente nelle città.

Nelle aree delle coste meridionali, alla combinazione di lavoro migrante con lavoro di strati qualificati e inurbati da più generazioni corrisponde a combinazione di investimenti diretti d’oltremare – in particolare da Taiwan e Hong Kong e poi dall’America del nord e da altri continenti – con investimenti pubblici e privati autoctoni. Si potrebbe considerare questo processo di investimenti diretti come un momento dell’internazionalizzazione del capitale oligopolistico. Non ne mancherebbero gli elementi tipici: la collusione internazionale nelle decisioni sui prezzi del prodotto finale, la corsa all’abbattimento dei costi della manodopera e delle materie prime, la concorrenza oligopolistica limitata al marketing. Tuttavia fin dagli anni Sessanta del ventesimo secolo l’espansione globale degli investimenti diretti all’estero ha puntato in modo preponderante alla riduzione dei salari attraverso la conquista di bacini di nuova forza-lavoro e il suo avviamento al lavoro subordinato, in particolare in Asia. Ne è derivata una marcata torsione che ha posto in primo piano i vantaggi della gerarchia internazionale dei salari e che ha lasciato in penombra la pur accanita corsa alle materie prime, oltre che il marketing.

Diventare adulte alla catena

In gran parte delle aree agricole a livello mondiale, durante e dopo le guerre della fine degli anni Trenta e dei primi anni Quaranta lo sradicamento dalla terra è avvenuto principalmente con l’inesorabilità di una manovra a tenaglia: l’espulsione dei contadini per mezzo della meccanizzazione e della crisi dell’agricoltura povera e il reclutamento selettivo nell’economia globale di una forza-lavoro giovane e istruita nei Paesi del “socialismo reale”. Globalmente l’occupazione industriale dei Paesi in via di sviluppo è passata dal 51% nel 1980 al 73%  del totale globale nel 2008 (Ilo 2009).
La Cina è parte essenziale di questo processo, benché apparentemente con un certo ritardo, ma solo se si trascura la prima fase dell’industrializzazione negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Negli anni Settanta del ventesimo secolo la gerarchia internazionale dei salari scopre la Cina come il suo punto di minimo, dopo un lungo e tortuoso processo di crisi e trasformazione delle campagne. In realtà, si tratta di una riscoperta. Già verso la fine del diciannovesimo secolo non mancavano i capitali occidentali pronti a investire nelle città portuali della Cina meridionale. Dopo le prime Concessioni territoriali alla corona britannica seguirono i trattati con potenze occidentali e con il Giappone per un totale che giunse a 80 Concessioni in seguito al Trattato di Shimonoseki tra Cina e Giappone (1895). I capitali britannici, tedeschi, statunitensi e poi soprattutto giapponesi giunsero a dominare l’industria tessile di Shanghai e di altre città portuali. Nel 1906, circa 7 milioni di cinesi lavoravano nelle aree delle Concessioni.

Nel 1896-1897 il Rapporto Blackburn dell’omonima missione inglese magnificava il potenziale dell’industria cinese, insistendo sia sulla docilità della manodopera (in confronto all’exciting forza-lavoro inglese), sia sui compatti turni cinesi di dodici ore sia sulle meraviglie del lavoro infantile (a partire dagli otto anni), a costi irrisori sia infine sulla mancanza di pause nel turno di notte, «nutrendosi le maestranze di una piccola quantità di cibo assunta in fretta a seconda delle contingenze ». Uno dei rari motivi di preoccupazione per il relatore era una certa “rilassatezza” delle maestranze nel tornare al lavoro dopo la settimana di pausa per la festività del Nuovo Anno:

«È difficile far loro capire che alla fine […] devono rientrare puntualmente, e, a quanto pare, pensano che un giorno o due sia una questione di cui non vale lapena di preoccuparsi» (Bourne 1898, p. 227).

La guerra del 1914-1918, la Grande depressione e ancor più la Guerra di resistenza contro il Giappone (1937-1945) riducono e poi bloccano gli investimenti stranieri e peggiorano le condizioni di vita e di lavoro, mentre l’orario rimane inesorabilmente di dodici ore (Honig 1986). Le istanze di liberazione nazionale e di emancipazione di contadini poveri e di proletari convergono in una lunga opera di organizzazione di cui la proclamazione della Repubblica popolare cinese è lo sbocco (1949). La secolare separazione della città dalla campagna, aggravata dalla Guerra di resistenza, persiste negli anni 1950 ma comincia poi a mostrare segni di cedimento quando la produttività del lavoro contadino prende ad aumentare, permettendo l’intensificazione di rapporti tra industria e agricoltura e riducendo così il differenziale del reddito tra aree rurali e urbane, almeno per un breve periodo. La nuova linea segnata dalla svolta del 1978 impone la privatizzazione di fatto della terra e lo smantellamento delle comuni agricole a cui viene affiancato lo sviluppo di piccole e medie aziende manifatturiere. Tuttavia né la nuova politica demografica del figlio unico né l’occupazione nelle aree agricole periferiche da sviluppare riescono a neutralizzare la spinta verso le città [La popolazione cinese complessiva nel decennio 2000-2010 è diminuita dello 0,57%; i giovani con meno di 14 anni sono passati dal 23 al 17% dell’intera popolazione (Anonimo 2011)].

Mentre i controlli della mobilità interna vengono attenuati, il governo centrale e le amministrazioni locali cominciano a incoraggiare gli investimenti dall’estero. Le Zone economiche speciali – e per prima Shenzhen, a pochi passi da Hong Kong – costituiscono allora un laboratorio dove gli investitori stranieri possono contare sull’afflusso regolato di giovani – soprattutto donne – il cui lavoro viene disciplinato da bassi salari e dalla discriminazione tra lavoratrici temporanee e lavoratrici dotate di contratto, sulla base di accordi negoziati con il padronato da un’agenzia governativa finanziata con le trattenute sulla busta paga (Andors 1988). Sulla base di questi primi e incerti esperimenti, verso la fine degli anni Ottanta il successo della Zona di esportazione di Shenzhen è tutt’altro che sicuro (Pepper 1988). Nei primi 12 anni dopo la svolta (1979-1991), gli investimenti diretti stranieri in Cina appaiono infatti modesti e quasi esclusivamente provenienti dai capitali di cinesi che risiedono a Hong Kong, Macao, Taiwan. È il periodo della cautela, quando la dirigenza cinese prova ad «attraversare il fiume sentendo le pietre sotto l’acqua». Vengono aperte 19 Zone speciali agli investimenti stranieri che assumono la forma principale di joint venture.

In Cina, verso la fine del primo decennio del ventunesimo secolo si profilano cinque principali tipi di imprese a partecipazione straniera: imprese in compartecipazione azionaria (Equity Joint Ventures), imprese a compartecipazione contrattuale (Contractual Joint Venture), imprese a totale capitale straniero (Wholly Foreign-owned Enterprise), imprese a capitale azionario con investimento straniero (Share Company with Foreign Investment) e imprese di esplorazione mineraria in compartecipazione azionaria (Joint Exploration Companies). Nel 2010 gli investimenti diretti stranieri occupavano circa 16 milioni di lavoratori cinesi, il 14% dei 112 milioni di occupati nell’industria manifatturiera secondo i dati della fine del 2006 (Anonimo 2010, pp.48-50). Il medesimo articolo dà la cifra di 500 miliardi di dollari di capitali stranieri in Cina, ma il dato va preso con cautela (v. Unctad 2007)]. Poi la prima impennata avviene nel 1992, quando le imprese a investimento straniero superano il 7% della produzione industriale cinese, progredendo quindi esponenzialmente e raggiungendo il 31,5% nel 2006. Come già alla fine dell’Ottocento, Shanghai si conferma come il fulcro industriale e finanziario dei capitali cinesi, questa volta grazie al nuovo esperimento promosso dal governo cinese nel 1978, mentre Hong Kong rimane il centro finanziario che presiede all’entrata in Cina dei capitali stranieri. [Già nel 2007 la borsa di Shanghai ha superato quella di Hong Kong in termini di capitalizzazione. In migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione di borsa, New York vale 13; Londra 3,3; Shanghai 2,4; Hong Kong 2,4; Shenzhen (2a borsa della Cina) 1,1 e Singapore 0,7 (Davies 2012).

Le componenti degli investimenti mutano drasticamente nei 14 anni tra il 1992 e il 2006. Al primo posto figura sempre Hong Kong, ma seguono capitali finanziari e industriali di provenienza apparentemente eterogenea, nell’ordine: dal Giappone, dalle isole Vergini, dagli Usa e da Taiwan. Mentre i capitali della diaspora cinese puntano prevalentemente sulle esportazioni, quelli provenienti dagli Usa (e a seguire dall’Europa) intendono più spesso guardare al potenziale del mercato interno cinese, entrambi convergendo con il governo centrale e con i poteri locali nel sacrificare grandi aree all’inquinamento industriale.

Le condizioni di lavoro e di vita nelle imprese a capitale privato sono più severe rispetto a quelle a capitale statale e collettivo. All’interno di ciascuna di queste due grandi categorie vanno compiute poi ulteriori specificazioni. Di gran lunga le aziende più esigenti sul piano dei ritmi di lavoro, dell’obbligo del lavoro straordinario, della disciplina delle funzioni corporali, delle multe sono quelle private con maggioritaria partecipazione straniera che operano per le esportazioni. All’altro estremo dello spettro vi sono le imprese relativamente piccole a capitale collettivo in città minori o in villaggi, dove i ritmi sono più miti e dove l’eredità del maoismo ha posto un freno all’inasprimento punitivo dei regimi lavorativi. Nei grandi complessi industriali a capitale statale le condizioni lavorative tendono ad avvicinarsi a quelle delle imprese orientate all’esportazione e quindi ad abbassare i diritti delle maestranze dotate di residenza urbana comprimendoli ai livelli prevalenti nei confronti dei lavoratori migranti (Chan, Xiaoyang 2003).

Le esigenze del governo cinese di una ridefinizione dei rapporti sociali – giudicati eccessivamente egualitari dalla dirigenza del partito comunista – si incontrano con la tendenza di lungo periodo del capitalismo delle Quattro tigri asiatiche; ma anche il capitalismo occidentale è proteso a emanciparsi dai tassi di sviluppo che vanno contraendosi e dai cosiddetti gravami del lavoro vivo, considerato in larga parte troppo costoso e smodatamente protetto. La sostituzione di forza lavoro d’oltremare con manodopera mobile all’interno della Cina permette agli investitori stranieri di rendersi indipendenti da sezioni cruciali di classe operaia nei rispettivi Paesi. Il cosmopolitismo della produzione, per quanto limitato dalle gerarchie salariali, sposa il patriottismo dei consumi. Sulla base di questa unione d’interesse, le esportazioni cinesi vengono sostenute dalla mancata rivalutazione del renminbi (yuan) e dal patto informale sino-statunitense che prevede l’acquisto di buoni del tesoro Usa da parte della Cina contro le importazioni a basso costo dalla Cina da parte degli Usa. L’architettura di tale patto per l’esportazione dalla Cina e per il sostegno del debito sovrano degli Usa si regge sulla prevalenza di forza-lavoro femminile giovanissima o giovane (16-24 anni) e sulla sua rotazione, in particolare negli stabilimenti orientati all’esportazione verso l’America settentrionale e l’Europa, nella prospettiva di programmare un ricambio di una manodopera che si annuncia tutt’altro che stabile nel corso del prossimo ventennio.

Cancelli chiusi, tendine aperte

Pun Ngai e con lei gli altri ricercatori e ricercatrici nei saggi qui proposti mettono sotto la lente di ingrandimento le tensioni inerenti alla vita e al lavoro dei migranti e delle migranti nella sunbelt, cioè nell’industria manifatturiera, nell’elettronica e nell’edilizia, in gran parte privata, presente prevalentemente nelle regioni meridionali e costiere. Essi costituiscono la parte emergente e socialmente più dinamica della classe operaia cinese che si scontra con uno sfruttamento fondato su interessi a livello nazionale e internazionale; ed essi sono capaci di mettere in campo «proteste contro la discriminazione» [Ching Kwan Lee (2007) contrappone i lavoratori urbani nella cosiddetta rustbelt, cioè dell’industria pesante nelle zone del nordest e del centro-nord del Paese ai lavoratori migranti che lavorano nella sunbelt. I lavoratori urbani secondo Lee si affidano a forme di resistenza che si basano sulla loro memoria collettiva delle campagne politiche maoiste e mettono in campo “proteste per disperazione”].

Nell’industria manifatturiera delle zone di esportazione così come nell’edilizia metropolitana e nel settore minerario i regimi salariali incerti e la pesantezza delle mansioni provocano costi sociali occulti e difficilmente misurabili nel breve periodo, oltre che un turnover lavorativo che si affida a un’offerta di forza-lavoro attraverso catene di reclutamento dai lunghi tentacoli che arrivano alle campagne più isolate [Secondo il censimento nazionale della Repubblica popolare cinese del 2000, il flusso all’interno di ciascuna delle province cinesi costituisce il 65% del totale, mentre quello interprovinciale ne rappresenta il 35%. Il 70% dei migranti interni è in età compresa tra i 15 e i 35 anni (si veda il sito dell’Istituto nazionale di statistica cinese: http://www.stats.gov.cn/english/, aggiornato al 31 luglio 2012)]. Si tratta di un apparato di collocamento che può appoggiarsi a strutture familiari ma anche a una diffusa vigilanza nei confronti dei lavoratori migranti, effettuata grazie a un continuo scambio di informazioni tra le autorità delle aree urbane e quelle delle aree rurali. La valutazione delle condotte delle famiglie di campagna da parte delle autorità tiene conto infatti dello stile di vita e di lavoro dei loro membri emigrati nelle fabbriche della Cina meridionale (Murphy 2002, p. 198). Come sul finire dell’Ottocento, rimane centrale, quanto temuto dalle imprese, il capodanno cinese, quando si ritorna a casa e poi spesso si cambia fabbrica.

La popolazione rurale è priva della libertà di residenza e di mobilità all’interno del proprio Paese ed è sottoposta a un controllo che la esclude dall’accesso ai molti beni e servizi a disposizione dei residenti in città, tra cui l’istruzione superiore e universitaria, sicché i neo-inurbati devono perlopiù limitarsi a corsi di apprendimento di un mestiere [Negli anni più recenti questo sistema è stato in parte ammorbidito; così ai migranti che arrivano da aree limitrofe ai grandi centri industriali viene talvolta data la possibilità di convertire il loro hukou da rurale a urbano, a patto che rinuncino ai diritti sull’uso della terra al fine di permettere l’espansione urbana (Chan Kam Wing 2010, p. 361). Per la sola città di Shanghai sarebbero 570 mila i figli/e di migranti, in età compresa tra i 15 e i 19 anni, che non hanno diritto di frequentare le scuole superiori ma solo quelle di mestiere (vocational) (Anonimo 2012)]. Essi continuano a essere ristretti tra due mondi, apparentemente separati che costituiscono due società molto differenti: quello della campagna che ai loro occhi appare in tendenziale dissolvenza e quello ruvido e immediato delle fabbriche. Come afferma un detto popolare, essi si sentono in trappola: «non c’è futuro come lavoratore in città, non ha alcun senso ritornare al villaggio» (dagong wu qiantu, huixiang wu yisi; Chan Kam Wing 2010, p. 672).

Le aree rurali continuano non solo a sostenere i migranti nei momenti di difficoltà e ad accoglierli quando decidono di ritornarvi, ma anche a costituire dei siti di riproduzione sociale della forza-lavoro. La migrazione libera i giovani e in particolare le donne dagli obblighi dati dalla vita comunitaria rurale. A loro volta i manager sovente costruiscono i reparti sulla base della provincia di provenienza per fornire un senso di prossimità a questa forza-lavoro e per mantenere un controllo comunitario (Chang L.T. 2010, p. 104). Per contro, ad esempio nel caso della Foxconn, la direzione provvede a separare le operaie e gli operai che provengono dalle stesse aree, esasperando il senso di solitudine di chi lavora alla catena. In ogni caso, i vincoli delle relazioni personali tipici delle campagne finiscono per allentarsi lungo le catene produttive dove tutti si ritrovano nella medesima posizione. Qui i lavoratori migranti vivono un tempo non più scandito dal sistema rurale e dalla produzione agricola, bensì dalle commesse che fluiscono in tempo reale dai quattro angoli della Terra. Le pressioni degli ordini di produzione sempre più frazionati e a tempi ravvicinati imprimono una forte imprevedibilità alla vita quotidiana, e la riversano nell’allungamento dell’orario di lavoro e negli infortuni: nelle sole fabbriche del delta del Fiume delle perle vanno perse circa 40 mila dita ogni anno (Chan K.W. 2010, p. 664) [Il numero di morti annuali sul lavoro è incerto: si va dai circa 80 mila ai 150 mila (si veda il sito dell’Istituto nazionale di statistica cinese: http://www.stats.gov.cn/english/, aggiornato al 31 luglio 2012)].

A fronte di tali processi la polarizzazione è largamente praticata dall’industria: da un lato, la rara attrattiva di più alti salari, dall’altro, più spesso, l’ampliamento del bacino di reclutamento. Ma per i lavoratori migranti il turnover lavorativo costituisce anche la possibilità di sperimentare diverse modalità di comando e controllo sul posto di lavoro. Al contempo, gli spostamenti da stabilimento a stabilimento diventano una scuola di comparazione delle condizioni di lavoro, di salario, di orario e in generale di rapporti con la gerarchia che si presenta come una fantasmagoria di capitali internazionali. Le pratiche manageriali messe in campo in Cina sembrano in grado di amalgamare le più diverse esperienze del capitalismo occidentale.

Le capacità dei lavoratori migranti di organizzarsi stabilmente sul posto di lavoro vengono disperse alla fine di ogni protesta, ma questo impulso organizzativo si ritrova in sempre più numerosi stabilimenti. Il sistema dei dormitori, così come le mense e gli altri luoghi pubblici nei pressi dei principali distretti industriali sono fucine di dibattito politico di una generazione di giovani e giovanissimi. Con l’inurbamento cresce infatti la socialità e la capacità di mobilitazione per ottenere una cittadinanza effettiva sia nella società sia nei luoghi di lavoro (Gambino 2003, p. 140). Siderale è per questa classe operaia l’indifferenza rispetto alla merce prodotta: più nessuna rivendicazione di mestiere, di abilità personale, di dominio sulla materia. Il lavoro perde ogni riferimento valoriale che non sia quello prettamente economico (Chan, Madsen, Unger 2009). Quando poi lavoratrici e lavoratori non votano più con i piedi e si organizzano sul posto di lavoro, i capitali industriali sono solitamente pronti ad andarsene (Gambino, Sacchetto 2009; Silver 2008).

Il disagio manageriale che traspare in queste scelte è dovuto in parte alla sempre più difficile gestione di concentrazioni di forza-lavoro nell’ordine delle centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, in contrasto con la tendenza occidentale dello scorso mezzo secolo di diradare e disperdere spazialmente le maestranze. Nei dormitori, poi, la riproduzione della vita umana è ridotta all’Existenzminimum. Il sistema della fabbrica-dormitorio in Cina è unico. Si tratta di un risultato straordinario, come sottolineano Pun Ngai e Chris Smith, poiché neppure nei cotonifici inglesi del XIX secolo – per non dire del paternalismo occidentale o del familismo manageriale giapponese – ebbero mai successo i tentativi di creare un proletariato giovanile separato e contrapposto alla generazione degli operai più anziani. Qui, una maternità comporta l’immediato licenziamento, la sfera personale è difesa da una tendina mobile, mentre i tentativi di suicidio sono sventati dalle gabbie architettoniche e l’isolamento delle operaie dal mondo circostante è assicurato da un apparato di controllo che induce un interlocutore di Pun Ngai a evocare i campi di concentramento. In queste fabbriche le donne migranti subiscono una doppia svalutazione del loro lavoro e delle loro capacità sia per le loro origini rurali sia per il loro genere (Murphy 2002, p. 172). Da questo punto di vista Shenzhen, dove ogni anno muoiono una dozzina di lavoratori e lavoratrici per spossatezza, rimane la frontiera della legislazione sul lavoro, così come delle vertenze messe in campo dalla base: un quinto di tutte le dispute lavorative cinesi avvengono proprio in questa metropoli (Lee 2007, pp. 162-163). Gli scioperi, che sul piano giuridico rimangono in una zona grigia non essendo né legali  né illegali, sono esplosi nel corso del XXI secolo, in particolare nelle imprese multinazionali occidentali e asiatiche che temono come la peste concessioni salariali e miglioramenti nelle condizioni di vita anche modesti. Le proteste spontanee sono un chiaro indicatore della fragilità delle relazioni lavorative e si esprimono sovente in forme radicali (Chan Chris King-Chi 2010). Nelle loro rivendicazioni, i lavoratori, oltre che con la dirigenza di fabbrica, si devono confrontare anche con gli apparati dello stato. D’altra parte, occorre considerare che nella maggior parte dei 180 mila episodi occorsi solo nel 2010 le richieste operaie sono relative al rispetto del salario minimo e dei diritti dei lavoratori [Lo sciopero in uno stabilimento produttivo della Honda nel 2010 sembra invece essere il primo che rivendica un miglioramento delle condizioni di lavoro e non soltanto di salario. V. anche infra, nota 20 sul plauso dell’Afl-Cio].

Va tuttavia aggiunto che Chan Chris King-Chi e Pun Ngai intravedono nella progressione della lotta operaia un’apertura verso una prospettiva di classe [V. infra, il capitolo 2.]. Tale prospettiva sembra affiorare là dove le petizioni e i ricorsi giudiziari vengono posti in secondo piano rispetto alla mobilitazione e alla solidarietà. I forti legami economici e politici tra manager, dirigenti del partito comunista, burocrati sindacali e talvolta anche governi locali costituiscono uno dei principali freni alla costruzione di relazioni sindacali nelle fabbriche cinesi, nonostante la recente legislazione sul lavoro del 2008 abbia posto qualche restrizione al diritto degli imprenditori di assumere e licenziare i lavoratori senza giusta causa. Ma i rappresentanti sindacali nei posti di lavoro fanno sovente parte integrante della dirigenza e sono sostanzialmente ignorati dai lavoratori. Nel 2006 Chen Weiguang, vicedirettore dell’Assemblea nazionale del popolo di Guangzhou e presidente dell’Acftu locale, l’unico sindacato ufficialmente riconosciuto, ha dichiarato che i due terzi dei dirigenti sindacali della zona ricopre anche posti direttivi nelle imprese statali, mentre nelle aziende non statali si arriva al 98,7% (China Labour Bulletin 2006). [Facile intuire come queste connessioni finiscano poi per determinare i rapporti lavorativi A proposito della Foxconn (v. infra, il capitolo 7), Pun Ngai e Jenny Chan scrivono che il dirigente sindacale della fabbrica di Longhua è la segretaria personale dell’amministratore delegato] D’altra parte lo stesso concetto di contrattazione collettiva è pressoché sconosciuto negli stabilimenti del delta del Fiume delle perle (Chan Anita 2011, p. 42). La retorica della società armoniosa, il fallimento sindacale nei suoi timidi tentativi di insediarsi nelle imprese private e la repressione di sindacati indipendenti privano i lavoratori dello spazio per organizzare le loro proprie istituzioni. Ma lavoratrici e lavoratori, in particolare i migranti molto mobili sul territorio, sono spesso in grado di sostenere forme di “attivismo cellulare” che permettono di proseguire e diffondere le lotte.

Le resistenze attraverso il turnover lavorativo e soprattutto i conflitti lavorativi che si sono diffusi in tutta l’area costiera meridionale spiegano in parte la stessa mobilità dei capitali industriali cinesi e stranieri che negli ultimi anni hanno cominciato a delocalizzare sia in altri Paesi, come ad esempio in Vietnam, sia nelle aree interne della Cina, finora meno toccate dai processi di internazionalizzazione. È stato però ben presto chiaro che il Vietnam oltre a una forza-lavoro conflittuale dispone di un governo e di sindacati che non sembrano al momento prendere le parti del capitale multinazionale (Chan Anita 2011). Per quanto riguarda il progetto promosso nel 2005 dal Ministero del Commercio Go Inland, esso aveva l’obiettivo di attrarre gli investimenti stranieri nella Cina Centrale (Shanxi, Anhui, Jiangxi, Henan, Hibei e Hunan). In queste sei province che contano circa un quinto della popolazione i costi della manodopera e dei terreni sono
più bassi che nelle aree costiere [I Cina la singola provincia e in alcuni casi la singola municipalità fissa i propri salari minimi. La forbice è piuttosto ampia: nel 2010 si andava dai 1.300 yuan (circa 200 dollari) di Canton, nel Guangdong, ai 720 yuan (circa 110 dollari) delle province di Nanchang e Hiangxi (Iscos, Fim-Cisl 2011)] ed uno dei principali motivi che induce ad investire nell’entroterra sono i contenuti prezzi degli affitti degli stabilimenti industriali che talvolta vengono concessi gratuitamente per alcuni anni dalle autorità locali. Ma il progetto Go Inland, pur accorciando la distanza dei lavoratori migranti dalle loro aree di origine, non sembra in grado di modificare la situazione di vita e di lavoro dei migranti, sebbene produca un reclutamento meno costoso per le imprese.

Resta da considerare il prezzo che la società cinese deve pagare per la realizzazione del consenso, dell’equilibrio e della stabilità politica. Una società armoniosa ha bisogno di lavoratori migranti non solo da un punto di vista economico ma anche sul versante politico, trattenendo in un limbo sociale la sua parte migrante che in Cina attraversa i laminatoi dell’industria e dell’edilizia, di cui costituisce quasi il 60% della forza-lavoro totale. Questo lavoro migrante si trova stretto fra due strati che nella presente congiuntura appaiono condividere interessi convergenti, traendo entrambi qualche beneficio dalla precarietà dei migranti. Da un lato si erge contro di questi il baluardo degli strati urbani istruiti che usufruiscono dei beni e dei servizi dei residenti nelle città e che sono apparsi finora soddisfatti dello stato presente delle cose, contrariamente alle previsioni di alcuni osservatori statunitensi quali Samuel P. Huntington e Seymour Martin Lipset (Kurlantzick 2011). Dall’altro, costituisce quasi metà della popolazione lo strato di contadini e agricoltori che non si inurbano e che favoriscono l’esodo dei giovani sperando di ricavare più risorse sia dalla maggiore disponibilità di terra sia dalle rimesse dei migranti. Il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di questa classe operaia cinese che ha sperimentato e sperimenta un forte senso di segregazione produrrà notevoli conseguenze sui lavoratori all’interno e al di fuori della Cina. La compressione dei salari reali nei paesi occidentali, fondata sulle importazioni di beni di consumo a basso prezzo dalla Cina, sembra in crisi (Silver, Zhang 2008). Ma nella prospettiva di una ripresa dei movimenti dal basso non basterà che ogni tanto arrivi dall’occidente un telegramma sindacale di plauso agli operai in sciopero in qualche città cinese [A proposito di un telegramma dell’Afl-Cio agli operai della Honda in sciopero nella città di Foshan, nel giugno del 2010 (Anonimo 2010)]. Tanto quanto si è potuto porre fine alle recinzioni, altrettanto si possono diradare le cortine fumogene del reciproco isolamento.

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Le spine del lavoro liquido globale

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No Comments to “Ferruccio Gambino, Devi Sacchetto, Storia del lavoro in Cina”

  1. Certo è, che il cammino dell’umanità nel corso
    dei millenni è lastricata di dolore e sangue, di
    potere e sopraffazioni inenarrabili. A quando
    il risveglio? A quando Über-Mensch? Siamo
    ancora sulla “corda tesa sopra l’abisso” e “l’alba
    tarda ad arrivare”. Per questo amo chi si spinge
    oltre la siepe e costruisce Mondi. Non voglio
    allontanarmi dalla convinzione che il Mondo non
    esiste e siamo noi a costruirlo, ora, in questo
    preciso istante, anche se le apparenze spigono
    in direzioni contrarie.
    Oggi è l’anniversario della morte di uno di questi
    visionari amati ,quasi mai del tutto compresi.

    « If you want to be a hero, well, just follow me. »
    http://www.youtube.com/watch?v=1gnykOaFL6g

  2. purtroppo non ho potuto partecipare alla presentazione del libro a Padova, mi piacerebbe sapere se Pun Ngai ha parlato della presenza in Cina di forme di sindacalismo indipendente (anche clandestine) e/o della presenza di partiti operai (anche questi invevitabilmente in forma clandestina) che si battono per il socialismo.
    In Cina era presente una componente trotskista (in particolare erano trotskisti i fondatori del Partito Comunista di Cina, tra cui Peng Shuzi ecc), avrei chiesto se ci sono in Cina partiti operai e/o intellettuali e quadri sindacali indipendenti che si richiamano a quella tradizione rivoluzionaria. Qualcosa del genere ho letto un pò di tempo fà nel giornale mensile del Partito Comunista dei Lavoratori (partito trotskista italiano).

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