Quattro scenari di sviluppo: tre apocalissi e una via d’uscita

by gabriella

Costruendo una civiltà ad alto consumo energetico, ogni giovane popolazione produce conseguenze sul proprio ecosistema.

I modelli matematici costruiti da un team di astrofisici ipotizzano che l’esito catastrofico delle conseguenze indotte da una popolazione sia probabile in rapporto di 3 su 4 ma che esista una possibilità residuale che qualche civiltà abbia potuto rendersi conto prima della fine delle conseguenze del proprio modello di sviluppo.

Noi quale abbiamo intrapreso?

Tratto da Repubblica.it.

Una delle domande più importanti per la sopravvivenza a lungo termine della specie umana è il modo in cui le civiltà gestiscono i cambiamenti che apportano ai loro ambienti a mano a mano che diventano più tecnologicamente avanzati. Questa domanda potrebbe anche aiutarci a valutare le possibilità che nell’universo esistano altre forme di vita intelligente.

Uno studio, recentemente pubblicato sulla rivista Astrobiology, suggerisce che ci sono quattro diversi scenari che una civiltà può seguire mentre si sviluppa. Uno di questi quattro percorsi conduce all’esistenza sostenibile. Ma negli altri tre casi le civiltà sfruttano troppo le risorse e collassano e di conseguenza si estinguono.

La domanda più logica, quindi, è: quale dei quattro percorso abbiamo intrapreso?

“Le leggi della fisica richiedono che ogni giovane popolazione, costruendo una civiltà ad alto consumo energetico come la nostra, abbia poi un effetto di ritorno sul suo pianeta”,

ha affermato Adam Frank, professore di fisica e astronomia all’Università di Rochester e autore principale del nuovo studio.

Poiché gli umani hanno sviluppato nuove tecnologie, la nostra civiltà è diventata sempre più ad alto consumo energetico. Nell’era industriale, abbiamo bruciato principalmente combustibili fossili per soddisfare i nostri bisogni energetici.

Nel fare ciò, stiamo trasformando il nostro pianeta e lo stiamo facendo surriscaldare – tanto che, in effetti, stiamo ora cercando di capire quanto il cambiamento climatico avrà un impatto sul nostro mondo e su come gestire questa nuova realtà.

“Vedere i cambiamenti climatici all’interno di questo contesto cosmico può darci una visione migliore di ciò che ci sta accadendo ora e di come poterlo affrontare”, ha detto Frank.

Questa prospettiva sulle civiltà potrebbe anche aiutare a spiegare perché non abbiamo ancora incontrato una qualunque altra forma di vita intelligente nell’universo.

 

I quattro percorsi

Frank e i suoi colleghi hanno sviluppato alcuni modelli matematici per descrivere e comprendere gli effetti che la trasformazione di energia potrebbe avere su un pianeta. Poi hanno elaborato un modello di come quella trasformazione di energia potrebbe influenzare la continua esistenza di una civiltà tecnologica. Come Frank spiega nel video sottostante, i modelli del team tengono conto della fisica, della chimica e della dinamica della popolazione.

Per creare questi modelli, i ricercatori hanno anche utilizzato i dati degli studi sulle civiltà estinte sulla Terra, come l’Isola di Pasqua.

I loro risultati suggerivano quattro diverse traiettorie per lo sviluppo di una civiltà. In tutti gli scenari, trasformare energia e utilizzare le risorse innesca cambiamenti climatici che trasformano il mondo per qualsiasi civiltà planetaria intelligente (come gli umani sulla Terra).

La domanda è fino a che punto una civiltà si rende conto che il mondo sta cambiando e se c’è tempo per evitare la catastrofe.

La linea nera mostra la traiettoria della popolazione della civiltà mentre la linea rossa mostra la traiettoria co-evolutiva dello stato del pianeta (dedotta dalla temperatura). University of Rochester illustration / Michael Osadciw

Modello estinzione

Nel primo scenario, il cosiddetto modello “estinzione”, la crescita della popolazione trasforma così tanto l’ambiente planetario che quasi tutta la popolazione – circa il 90% – non è più in grado di sopravvivere ai cambiamenti. 

Piccole sacche di persone (o altri esseri umani intelligenti presenti su un altro pianeta) potrebbero sopravvivere, ma probabilmente senza la moderna tecnologia ad alto consumo energetico che ha causato le alterazioni ambientali. Questo scenario è a volte esplorato nella finzione post-apocalittica in cui l’umanità è tornata a un’esistenza precedente alla trasformazione di energia.

 

Modello sostenibilità

Il secondo scenario è il modello di sostenibilità o “atterraggio morbido”. In questo caso, come detto da Frank nel video, “la popolazione aumenta, il pianeta inizia a scaldarsi a causa di questo ma si è in grado di trovare un buon equilibrio in cui la popolazione raggiunge un livello stabile e il pianeta non cambia più”.

 

Modello collasso

Resti della civiltà estinta dell’isola di Pasqua

Il terzo scenario corrisponde a quello dell’Isola di Pasqua – un esempio da non seguire (anche se nuove ricerche hanno messo in dubbio questa spiegazione). In quel caso, la popolazione è cresciuta molto più rapidamente di quanto le risorse dell’isola potevano permettere. Quando quelle risorse andarono esaurite, la popolazione si estinse. Potremmo fare la stessa cosa su tutto il pianeta cambiando il clima così velocemente da renderlo inospitale per la vita umana.

 

 

Modello “troppo tardi per cambiare”

Anche se quel terzo modello sembra spaventoso, il quarto scenario è quello che Frank ha descritto come il più spaventoso, dal momento che potrebbe essere quello in cui siamo noi ora.

In quel caso, una civiltà si rende conto di aver innescato dei rapidi cambiamenti ambientali e cerca di utilizzare le risorse in modo tale da non trasformare il pianeta. Ma quel passaggio arriva troppo tardi e il collasso accade comunque.

“Anche se fai la cosa giusta, se però hai aspettato troppo a lungo, potresti comunque far estinguere la tua popolazione”, ha detto Frank.

Il grande filtro

Frank e altri scienziati come il paleontologo Peter Ward hanno teorizzato che il cambiamento climatico potrebbe essere la risposta a una famosa domanda nota come paradosso di Fermi.

La domanda è semplice: Statisticamente, altre civiltà intelligenti dovrebbero quasi certamente essersi sviluppate nell’universo, quindi perché non ne abbiamo mai visto le prove?

Una possibile risposta è che la trasformazione ambientale (che si tratti di utilizzare le risorse necessarie o di cambiare in modo irreversibile un clima) è un filtro che impedisce alle civiltà di sopravvivere abbastanza a lungo da viaggiare verso stelle lontane. Questa teoria è conosciuta come “Great Filter” (“Grande filtro”).

Come ha spiegato il filosofo Nick Bostrom, questo concetto suggerisce che la vita su un pianeta simile alla Terra deve raggiungere diverse “transizioni o passaggi evolutivi” prima di poter comunicare con le civiltà in altri sistemi stellari. Ma un ostacolo o una barriera rendono impossibile per una specie intelligente come la nostra avanzare attraverso tutte quelle fasi prima di collassare. Questo spiegherebbe perché non abbiamo mai sentito o visto nessun’altra vita.

Bostrom ha scritto:

“Si inizia con miliardi e miliardi di potenziali punti di germinazione di vita, e si finisce con una somma totale pari a zero civiltà extraterrestri che possiamo osservare. Il Grande Filtro deve quindi essere abbastanza potente – vale a dire che i passaggi critici devono essere abbastanza improbabili – tanto che anche con molti miliardi di tentativi, si finisce con niente: niente alieni, niente astronavi, niente segnali, almeno nessuno che possiamo rilevare dalle nostre parti”.

Se questo è il motivo per cui non abbiamo mai trovato prove di vita intelligente, l’idea del “Grande filtro” suggerirebbe che la maggior parte delle civiltà planetarie non arrivi a capire il percorso sostenibile descritto da Frank e dai suoi colleghi.

Ma teoricamente è probabile che da qualche parte nell’universo, alcune civiltà capiscano come diventare sostenibili, evitando il collasso o la mortecome ha spiegato Frank nel video di YouTube.

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Ci sono passi da fare per cercare di raggiungere questo obiettivo qui sulla Terra – ma ciò richiede che le persone agiscano insieme per limitare gli effetti evitabili dei cambiamenti climatici. Ciò richiederebbe una transizione dai combustibili fossili e il ripristino di alcuni ambienti naturali. Potrebbe anche richiederci di sviluppare dei modi per rimuovere efficacemente dall’atmosfera l’anidride carbonica in eccesso.

“Il cambiamento climatico non è colpa nostra, non abbiamo innescato il cambiamento climatico perché siamo avidi”, ha detto Frank nel video. Piuttosto, il cambiamento climatico potrebbe essere solo una parte dello sviluppo della civiltà. Ma il modo in cui rispondiamo ad esso è molto importante.

“Ora, però, lo sappiamo, e se non facciamo qualcosa al riguardo, la colpa sarà nostra“, ha detto.

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6 Comments to “Quattro scenari di sviluppo: tre apocalissi e una via d’uscita”

  1. Lei gentile collega è troppo giovane per ricordare”I limiti dello sviluppo”, ponderoso rapporto sul sistema pubblicato dal Club di Roma, nel 1972. Purtroppo la copia coeva è scomparsa dalla mia biblioteca ma qualsiasi biblioteca pubblica dovrebbe averlo. Bene se non lo ha letto o non ricorda, là era scritto tutto, non direi con anticipo, in sincronia. E una visita al Bernina, io abito in zona, nonostante le copiose nevicate dell’inverno passato dovrebbe far pensare persino Trump. Il disastro si tocca e la minaccia dell triplicazione demografica in Africa nei prossimi 20 anni, un summit in Senegal poche settimane fa sul tema, fa intendere chi ha orecchie per intendere. Salvo credere che si scappi dall’Africa per ragioni belliche e non banalmente per fame e come nessuno vuole ammettere anche per il miraggio dell’occidente prospero. Ne vedremo delle belle. C’è un via d’uscita, non saprei; la seconda guerra mondiale non è stata abbastanza mondiale da calmarci e le epidemie sono troppo modeste per ridimensionare il bipede. Che, par proprio, è l’unica specie parassita di se stessa. E devastante. Intanto le cicale salgono al nord. Quest’anno per la prima volta. Cordialità DSC.

    • Caro Pasquale, non ricordo il rapporto del Club di Roma, ma quello che vedo in giro unito a semplici letture di Marx è sufficiente a farmi drizzare i capelli. Detto questo, non credo che le ipotesi malthusiane a cui ti ispiri sarebbero migliori di un’apocalisse climatica. Ci salveremo solo se sapremo imporre un altro modo di stare al mondo e di condividere le risorse: potrebbe emergere improvvisamente, speriamo non troppo tardi per salvarci.

      • Nessun via d’uscita c’è perché ancora non si è messi d’accordo che esista il problema ecologico, ci sono almeno due punti di vista in questione, come in ogni altra questione in democrazia. Dunque ancora non siete messi d’accordo che esista un problema che per risolvere cerca una mobilitazione totale dell’umanità. Ma anche se si mettete d’accordo, ognuno ha una teoria personale di salvezza.

        C’è soltanto una speranza, che veramente non esiste il problema, che hanno ragione quel idioti che negano.

        • Allora la vedo male 😉 .. sono d’accordo che i provvedimenti presi finora sono minimi, ma negli ultimi anni il fronte negazionista si è ridotto parecchio. Nel mio piccolo, ci lavoro con i miei studenti.

          • Forse mi sono espresso male.

            Per prima il fronte negazionista oggi ha il potere politico in America, e ancora America conta molto sul livello planetario. Domani va via Trump e prende il potere il lobi affermazionista secondo altalena del gioco standard democratico. Con questo stile non si va in nessun posto.

            Con altre parole o sacrifichi la democrazia o sacrifichi ecologia. Non si può aver tutto.

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