24 marzo 1944. La strage delle Fosse Ardeatine

by gabriella

La lapide che commemora l’eccidio delle Fosse Ardeatine invita gli italiani a non piangere e non imprecare, se la morte dei 335 innocenti sarà servita a condannare per sempre il crimine degli assassini nazisti.

Rosario Bentivegna, eroe della Resistenza di Roma, è morto il 2 aprile 2012, dopo una vita dedicata a difendere la verità storica di quei fatti.

La sua storia, ricostruita a partire da documenti di contropiano.org e di RaiStoria.

 

 

Per Rosario Bentivegna

Il giorno stesso e quello successivo, tutti i media hanno riportato alcuni degli elementi della sua esemplare biografia: partigiano dei Gruppi di Azione Patriottica, eroe della Resistenza di Roma, partecipò all’azione più esemplare della resistenza antifascista e antinazista realizzata sul fronte urbano in un momento in cui decine di migliaia di giovani combattevano sulle montagne.

Prese, infatti, parte all’attacco contro una colonna di SS altoatesine in via Rasella, nel centro di Roma, il 23 Marzo 1944. Nell’azione i partigiani uccisero 33 militari occupanti e due civili italiani che passavano per caso al momento dell’esplosione di un ordigno nascosto in un carretto da netturbino.

A quell’azione di guerra contro gli invasori l’esercito nazista, con l’attivo sostegno dei fascisti italiani, rispose con un una criminale rappresaglia: la strage delle Fosse Ardeatine.

 

I Gap, l’attacco di Via Rasella, il massacro delle Fosse Ardeatine

Giovani gappisti

Bentivegna – così come altri componenti del Gap – fu dalla fine della guerra in poi preso di mira da procedimenti giudiziari e polemiche di stampo revisionista, miranti tutti a dimostrare la ‘vigliaccheria’ del gesto di via Rasella. Soprattutto da destra – ma negli ultimi anni anche da quei settori della sinistra convertitisi alla ‘pacificazione’ e all’equidistanza tra fascismo e antifascismo in nome dell’accesso alla stanza dei bottoni – sono piovute sul partigiano Bentivegna accuse infondate e inaccettabili: in particolare quella infamante di non essersi consegnato ai tedeschi dopo l’attacco nel centro di Roma, scatenando così la feroce rappresaglia delle Fosse Ardeatine contro 335 civili e militari italiani rastrellati nelle ore successive e poi massacrati.

I documenti storici e le testimonianze chiariscono però che la rappresaglia nazista, la strage delle Fosse Ardeatine, fu attuata immediatamente e Roma seppe seppe dell’accaduto solo a strage avvenuta, né mai i nazisti invitarono i partigiani a consegnarsi. All’obiezione che “avrebbero dovuto presentarsi” per evitare la rappresaglia, Rosario Bentivegna e Mario Fiorentini hanno sempre risposto che, se avessero avuto sentore della preparazione della strage, si sarebbero presentati con le armi in pugno.

Ma l’accusa ossessiva di vigliaccheria e irresponsabilità nei confronti di Rosario Bentivegna e di chi coraggiosamente combatté fascisti e tedeschi con poche armi e tanta incoscienza mira non solo a infangarne la memoria, ma soprattutto a screditare l’intero movimento resistenziale.

fascisti, amnistiati e dai crimini dimenticati

Ai fascisti che gioiscono per la sua morte su blog e social network – manipolando e distribuendo foto di una vittima civile dell’attacco partigiano, il piccolo Piero Zuccheretti, che svoltò su via Rasella un momento dopo l’innesco della bomba e che Rosario non vide arrivare –  ricordiamo che dall’altra parte, al contrario che per i repubblichini, non c’era nessun Togliatti a decretare amnistie e perdoni. E che i partigiani notoriamente non si nascosero sui camion tedeschi travestiti da soldati della Wermacht in cerca di scampo. Tutto si può dire dei partigiani tranne che fossero dei vigliacchi.

Se l’attacco di via Rasella – probabilmente il più grave subito dai tedeschi in una città sotto il loro controllo in tutta Europa – fu l’azione più clamorosa di Bentivegna, la sua storia partigiana è ricca di molti altri episodi di coraggio: fu arrestato nel 1941, con l’armistizio e la formazione dei Gruppi di azione patriottica, fu tra i più valorosi protagonisti della Resistenza, sia a Roma (assalto a militari tedeschi in piazza Barberini, attacco a un corteo fascista in via Tomacelli) che nella zona della Casilina, dove comandò formazioni partigiane.

Rosario Bentivegna (22 giugno 1922 – 2 aprile 2012)

Un impegno che è durato fino agli ultimi momenti della sua vita, soprattutto nelle scuole, a raccontare cosa fu veramente la resistenza antifascista e antinazista, per rintuzzare le volgari versioni revisioniste vendute ad un pubblico a volte sprovveduto, troppo spesso ignaro.

il rastrellamento

Giustizia per le Fosse Ardeatine?

di Alessandro Portelli, da il manifesto, 23 marzo 2014

Dopo settanta anni, possiamo dire che è stata fatta giustizia per le Fosse Ardeatine? Non parlo solo della giustizia dei tribunali – anch’essa peraltro abbastanza inadeguata, dalla fuga di Kappler con le complicità statali fino alle vicissitudini del processo Priebke e alla farsa seguita alla sua morte. Questa giustizia può, qualche volta, punire i colpevoli, ma non rendere giustizia alle vittime perché ha comunque un ambito necessariamente e giustamente limitato: tratta il “caso” da un punto di vista strettamente penale e individuale e lascia a noi la responsabilità di una giustizia più vasta, che riguarda i sentimenti, la società e la storia. Su questo piano, l’ingiustizia continua.

Ci si aspetta a volte che la condanna dei colpevoli ponga in qualche modo fine alla sofferenza delle vittime dirette – le famiglie, le comunità, le persone care degli uccisi. Ora, a parte il fatto che questa condanna è stata riluttante e insufficiente, questo non è comunque vero: dopo la condanna ci si accorge che nessuno ti restituisce quello che hai perduto. In più, se è vero che la strage delle Fosse Ardeaine è un crimine contro l’umanità, allora – in modo certo meno violento e immediato – vittime siamo anche noi, ed è su questo piano che l’ingiustizia soprattutto continua.

Si discute in questi giorni dell’introduzione di una legge contro il negazionismo sulla Shoah. Ora, a parte le perplessità diffuse su questa ipotesi, resta il fatto che il negazionismo è in larga misura un fenomeno di nicchia, e che una sensibilità di gran lunga maggioritaria non solo non nega lo sterminio ma lo riconosce come una delle colpe più spaventose che l’umanità ha commesso contro se stessa. Sulle Fosse Ardeatine, invece, permane un negazionismo che si fa senso comune: nessuno andrebbe in televisione a dire che la Shoah non è mai avvenuta, ma personaggi ignoranti, protervi e molto influenti hanno continuato spacciare menzogne su via Rasella e le Fosse Ardeatine senza che su loro si abbatta lo sdegno della maggioranza (e senza che vengano sbattuti fuori per manifesta incompetenza professionale) – qui Furio Colombo si prende la briga di dialogare con i presunti critici in buona fede dei gappisti di Via Rasella [nota mia].

Fino a quando questo sarà possibile – fino a quando le istituzioni, la scuola, il sistema dell’informazione non sentiranno loro la ferita delle Fosse Ardeatine, fino a quando continueremo a non guardare in faccia la materialità del massacro per inventare e alimentare leggende nere sui partigiani, non basteranno corone apposte per dovere d’ufficio e commemorazioni di routine. Fino a quando la verità non diventerà senso comune e il dolore per le Fosse Ardeatine non diventerà dolore di noi tutti, le vittime continueranno ad essere sole, e giustizia non sarà stata fatta.


2 Comments to “24 marzo 1944. La strage delle Fosse Ardeatine”

  1. mia madre mia nonna e la cameriera sentirono il soldatino tedesco che chiedeva alla radio di consegnare gli attentatori per salvare gli ostaggi.La trasmissione ALTRA STORIA mezzo secolo dopo confermò questo racconto dei miei.Bentivegna intervistato si scagionò dicendo che non aveva sentito perché era andato al mare.

    • Credo che Bentivegna non dovesse giustificarsi, Emma (o Letizia?), tanto meno “scagionarsi”: la scelta di massacrare degli innocenti è stata dei tedeschi; il ricatto rivolto alla città semplicemente un’altra infamia.

      Nelle azioni di attacco e sabotaggio, i partigiani rischiavano la vita prima, durante e dopo; l’hanno persa in cinquantamila, forse più. Il loro problema non era quello di salvarsi (come sostennero e sostengono i fascisti, insieme a quelli che rimasero a casa a ragionare di cosa avrebbero dovuto fare i combattenti), ma di agire in modo militarmente sensato. Il loro numero, infatti, non gli permetteva di misurarsi in campo aperto con le forze di un esercito occupante che agiva insieme agli aguzzini locali.

      Trovo rivoltante e impudico che si continui a pensare nella cornice di chi ammazzò vigliaccamente uomini inermi, secondo la lettura di chi sterminò interi paesi e la ricostruzione di chi li accompagnò sul posto senza vergogna e senza rimorso.

      Bentivegna è morto, ma non il ricordo di un uomo che sopravvisse alle armi e alla corda per doversi poi difendere dalla menzogna per il resto della vita. Io gli rendo onore: è nel mio pantheon dei giusti, non so se in quello dei santi di cui non sento il bisogno.

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