Saverio La Ruina, Italianesi

by gabriella

L’ho ascoltato per radio, oggi, mentre guidavo per andare a fare la spesa e senza più riuscire a scendere. Meraviglioso.

Grande, grandissimo Saverio La Ruina, un condensato di bravura e di alto senso poetico, capace di condurre passo passo lo spettatore – per accenni, per piccoli gesti – dentro l’anima di un personaggio, come forse solo Eduardo e pochi altri hanno saputo fare. Smessi i panni delle donne calabresi angariate protagoniste di Dissonorata e de La Borto, l’attore affronta qui un altro dramma lancinante, quello dei figli di militari italiani nati in Albania, dopo la guerra, e cresciuti nei campi di prigionia, fra due patrie, senza vera identità nazionale.
In questo suo nuovo testo Saverio, golfetto un po’ vintage, spalle appena incurvate in una rassegnazione senza età, lievemente claudicante nello spostare la sedia che è il suo unico attrezzo scenico – è un sarto che ha passato gran parte della vita in uno dei lager nei quali il regime internava questi sradicati, sospettandoli di essere spie e traditori. Nel campo ha lavorato, si è sposato, ha avuto a sua volta dei figli. E quando ne è uscito per andare a conoscere il padre, e l’Italia di cui tanto aveva sentito parlare, ne è stato doppiamente respinto.
Per certi versi, Italianesi è uno spettacolo sulla dittatura, sull’oppressione, un enorme spaccato storico colto però in una chiave minimalista, come a esorcizzare i toni della tragedia osservandola con occhi perennemente infantili: la detenzione è una guardia che decide quando si può andare in bagno e quando bisogna tenersela, sono le madri che denunciano i figli per salvare altri figli.mLa libertà sono i piccioni che mangiano pezzi di biscotti, sul suolo italiano. “Ma sono libero veramente?”. In questo interrogativo sta tutto il succo del racconto.
E tuttavia anche gli avvenimenti più concreti, nell’intensissimo approccio di Saverio, sono colti in una luce puramente emotiva. La sua è una scrittura tutta fatta di sfumature, dove ciò che non accade è più importante di ciò che accade: qui non c’è, come nei due precedenti monologhi, la rabbia, l’ardore della protesta, c’è una straordinaria prova interpretativa interamente sviluppata sui registri dello stupore e della tenerezza,, una musica del ricordo, una sinfonia di sentimenti scanditi da un impalpabile ma incalzante ritmo interiore.
Le speranze, le delusioni, gli affetti traditi sono espressi in una lingua morbida e sinuosa, un calabro-italiano dolcissimo come le parole che slittano sulle “i” impropriamente accentate, la “pì-ega” il “cì-elo”.
Accompagnato dalle note di Roberto Cherillo, che riempiono le pause di silenzio, il protagonista non si lamenta, non accusa, si rivolge alla platea con fare timido, sommesso: e a commuovere non è tanto la vicenda in sé, quanto il modo in cui lui la espone, con toccante adesione, ma senza un briciolo di retorica.Renato Palazzi, Il sole 24 ore, 12/02/2012

La prima stesura del testo è giunta nella cinquina dei finalisti al Premio Riccione per il Teatro 2011.

La recensione di Katia Ippaso.

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