Sharing economy, Gig economy

by gabriella

Gig economy (David Horsey, Los Angeles Time)

La distruzione del lavoro tra Gig economy e automazione.

La sharing economy è una presenza consolidata nei Paesi occidentali e non solo: da Uber a Airbnb  è inevitabile che ciascuno di noi, prima o poi, si trovi a fruire di un servizio di condivisione. I vantaggi sono molteplici, e non soltanto per i consumatori, ma non mancano certo le zone grigie, a partire dal problema del lavoro.

In questo contesto, non esistono, infatti, più posti di lavoro – né a tempo determinato, né indeterminato – e l’offerta di prestazioni lavorative, prodotti o servizi avviene solo “on demand”, quando c’è richiesta. Per qualcuno si tratta di una nuova forma di caporalato, il  “caporalato digitale”.

 

“Gig economy”, il significato del termine

L’espressione “gig economy”  deriva dal termine inglese “gig”, lavoretto. Il precario della sharing economy è chiamato gig worker e il modello di riferimento è quello dell’on-demand (economy), completamente disintermediata grazie ad app e piattaforme digitali proprietarie che tagliano fuori , di fatto, le tutele tipiche. Il termine “gig economy” è stato ripreso nel luglio 2015 anche da Hillary Clinton durante la presentazione del suo programma economico:

«Many Americans are making extra money renting out a small room, designing websites, selling products they design themselves at home, or even driving their own car. This on-demand, or so-called gig economy is creating exciting economies and unleashing innovation. But it is also raising hard questions about work-place protections and what a good job will look like in the future.»

Con gig economy si intende quindi un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative ma si lavora on demand, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze.

Domanda e offerta vengono gestite online attraverso piattaforme e app dedicate: per il mercato americano, Clinton fa gli esempi dell’affitto temporaneo di camere (ad es. Airbnb), di attività da freelance come la progettazione di siti web (ad es. Upwork o Fivver), di vendita di prodotti artigianali (ad es. Etsy) e di trasporti privati alternativi ai taxi (ad es. Uber).

Nella gig economy i lavoratori sono tutti autonomi (in inglese self-employed) e svolgono attività temporanee / interinali / part time / saltuarie / provvisorie.

I lavoratori della sharing economy

Lavorare nel mondo della sharing economy, originariamente, era un modo per molte persone per arrotondare, un secondo impiego da affiancare al proprio lavoro per integrare il reddito nei ritagli di tempo. In alcuni casi questo è ancora vero, ma va riconosciuto che sono ormai tante le persone che si guadagnano da vivere esclusivamente attraverso servizi condivisi. Basti pensare ai tanti autisti a tempo pieno che lavorano con Uber per comprendere l’ampiezza del fenomeno.

 

Nella “gig economy” il mercato tra domanda e offerta è gestito online. Ma il “gestore” non è un arbitro imparziale e distrugge la cornice giuridica e il fondamento di ogni relazione e garanzia di lavoro. Un fenomeno, questo, che gli studiosi hanno già ribattezzato Plattform-Kapitalismus, capitalismo delle piattaforme, che attraverso app solo in apparenza neutrali mette in relazione soggetti che cercano e soggetti che offrono prestazioni temporanee di lavoro [stralci da blog.terminologiaetc.com].

 

Riccardo Staglianò, Gig economy

Piazza Minghetti, Bologna 17 giugno 2017.

 

Carlo Formenti, Abbasso Uber

Tratto da Micromega.

Kalanick controargomenta che quelle leggi, e più in generale tutti i regolamenti europei in materia, agevolano la formazione di monopoli corporativi sui servizi di taxi e che l’Europa, se fosse coerente con i suoi principi liberisti, dovrebbe essere ben contenta di favorire un operatore che reintroduce la libera concorrenza nel settore, contribuendo ad abbattere i prezzi a tutto favore dei cittadini/consumatori. In altre parole, i politici dovrebbero capire che, dando via libera a Uber, si alienerebbero il consenso di una piccola corporazione ma guadagnerebbero quello della massa degli utenti.

Dal punto di vista neoliberista, il ragionamento non fa una grinza, ma proviamo a considerare la faccenda da un altro punto di vista. Cominciamo prima di tutto a spiegare come funziona – e come realizza i suoi profitti – Uber. Gli autisti, ovviamente, non vengono assunti: si tratta di lavoratori precari molti dei quali svolgono questa attività come secondo lavoro, per integrare i redditi insufficienti che percepiscono da altre fonti (fra le loro fila c’è di tutto: lavoratori del terziario arretrato, ma anche pensionati, studenti, professori e perfino esponenti di qualche professione “nobile” a corto di clienti).

Non essendo tutelati dalle associazioni di categoria accettano compensi irrisori e devono rendersi disponibili a scattare nel momento in cui vengono contatti dai clienti attraverso il software di Uber (nessuno li “obbliga” a farlo, ma è chiaro che meno rispondono meno guadagnano, per cui finiscono per rendersi disponibili in ogni momento libero). In breve, siamo di fronte a un tipico modello di business della new Economy: supersfruttamento, precarietà, assunzione di tutti i rischi da parte del lavoratore “autonomo” che viene ironicamente etichettato come imprenditore di se stesso.

Passiamo ora ai vantaggi per il cittadino/consumatore. In primo luogo andrebbe chiarito che non stiamo parlando della massa degli appartenenti agli strati sociali medio bassi, i quali si servono assai più spesso di autobus, metropolitane e altri mezzi di trasporto pubblici piuttosto che di taxi – un mezzo di trasporto i cui utenti non occasionali sono in generale membri delle classi medio alte o impiegati che possono addebitare il prezzo della corsa ai datori di lavoro.

Il taxi è il mezzo di trasporto tipico dei centri urbani gentrificati, da cui sono stati espulse le attività industriali, la classe operaia e i tradizionali quartieri popolari per lasciare posto a megauffici e quartieri residenziali. Da parte loro i tassisti (come ristoratori, addetti alle pulizie, conduttori di tram, badanti, ecc.) fanno parte della massa di lavoratori non qualificati che restano in città a prestare servizi ai “veri” professionisti.

La “soluzione” che Uber propone alle città europee, dopo averla sperimentata Oltreoceano, è dunque quella della guerra fra poveri per cui chi sta sotto subisce la concorrenza di chi sta ancora più sotto per far guadagnare più soldi al padrone (in questo caso Uber) e per far risparmiare chi potrebbe benissimo permettersi di continuare a pagare quanto paga attualmente per un certo servizio. Il generico cittadino/consumatore, in nome del quale si scatenano queste guerre al ribasso, letteralmente non esiste: è una figura immaginaria dietro cui si nascondo classi sociali dagli interessi assai diversi, se non in aperto conflitto.

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4 Comments to “Sharing economy, Gig economy”

  1. Mi pare che il caporalato sia quello che divisano, non so quanti governi al mondo, ma di sicuro quello italiano. Dire perché è superfluo. Il modello è quello storico americano, una democrazia integralista di segno uguale e opposto a quello dell’unione sovietica. Non sono le persone a contare ma il sistema. Un’ idolatria condivisa dagli schiavi che, in luogo di sognare la rivolta spartachista sognano di tramutarsi da tali a padroni. La storia dei negri americani la racconta bene. Sentimento politico zero sostituito dal fare musica di rivolta che alimenta l’ascesa del singolo da pattume a divo. Il divo incarna la visione messianica dell’ordinamento sociale oggi diffusa. Dove chiunqu epuò essere divo. Purché aderisca la sistema. In sostanza o mutatis mutandis è la strada del mafioso. Si va alla rovescia. L’unica è aspettare di arrivare sul fondo.

  2. Mi spiace per i refusi, ma le finestre di dialogo sono così piccine. Pardon

  3. La sezione ““Gig economy”, il significato del termine” è in gran parte copiata da http://blog.terminologiaetc.it/2015/09/17/significato-gig-economy-gigonomics/
    Sarebbe stato corretto indicare la fonte.

    • Ho inserito la citazione, mi scuso della svista involontaria, ma do per scontato che i materiali che utilizzo provengano dalle fonti più diverse (questo articolo, come quasi tutto qui, è una collezione di interventi (citati) anche se la netiquette in vigore è effettivamente più esigente.

      D’altra parte, non c’è niente al mondo che non venga da altro, in forma più o meno integrale. Personalmente, condivido i miei contenuti (le lezioni e poco più sono le sole cose scritte di mio pugno) senza richiesta di citazione (CC 3.0). Rispetto naturalmente approcci diversi da questo.

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