Simon Levis Sullam, Che cos’è un genocidio. La responsabilità del fascismo nella Shoah

by gabriella

LevisSullamIl sito della comunità ebraica di Milano ha pubblicato nel giorno della memoria una breve riflessione del professor Sullam – storico all’Università Ca’ Foscari – sul concetto di genocidio e sulle responsabilità italiane e fasciste nel massacro degli ebrei. Il testo non ha probabilmente fatto in tempo a confrontarsi con l’attualità delle dichiarazioni in argomento dell’ex primo ministro, secondo il quale il fascismo sarebbe stato una dittatura mite, colpevole al massimo del confino di qualche oppositore in luoghi di villeggiatura e dell’acquiescenza alle politiche antiebraiche di Hitler.  Non ne aveva  bisogno, in effetti, perché non è da ieri che si assiste alla riabilitazione del ventennio. Il doversi confrontare con la falsificazione storica è ormai un’esperienza talmente comune da accendere stamattina Prima pagina e ritrovare su radiorai3 le stesse menzogne rilanciate da Andrea Cangini.

Giustamente nauseato, Sendivogius offre oggi su Liberthalia una lettura della persistenza filofascista in Italia:

al contrario di quanto avvenuto in Germania ed in Giappone, in Italia non c’è mai stato alcun processo di defascistizzazione. Nella costante ansia di auto-assoluzione, ci si è riciclati in fretta vendendosi al miglior offerente. La vera anomalia è stata l’esistenza di un movimento di resistenza e di Liberazione… odiatissima da ‘moderati’ e ‘benpensanti’ (la piaga endemica di una nazione infetta), perché il coraggio di pochi ricorda l’ignavia, la vigliaccheria, e la complicità dei molti che col regime scesero a patti, ottennero favori, e nel momento del maggior bisogno rimasero alla finestra in attesa di accordarsi col vincitore. Questo è un Paese dalla memoria cortissima che non ha mai fatto i conti col proprio passato, per questo è destinato a riviverlo in continuazione.

Leggiamo dunque che cos’è un genocidio e quale è stato per Sullam il ruolo del fascismo e dell’Italia negli stermini del XX° secolo. In coda, Giovanni Sabbatucci commenta l’intervista di Berlusconi nel giorno della memoria.

Che cos’è e come si produce un genocidio? Possiamo e forse dobbiamo chiedercelo mentre si avvicina, come ogni anno, il Giorno della memoria (27 gennaio), domandandoci anche se è sufficiente quello che ricordiamo e come lo ricordiamo e anche che cosa sia questo senso di saturazione che la ricorrenza istituzionale talora già provoca. Proviamo allora ad introdurre qualche interrogativo nuovo sul piano storico. Può essere utile la categoria di genocidio per interpretare la Shoah in Italia, la partecipazione italiana alla deportazione e allo sterminio degli ebrei nel 1943-45, settant’anni dopo l’avvio delle deportazioni? Da alcuni anni la migliore storiografia sull’Olocausto è in crescente rapporto con quella sui genocidi (dagli Armeni alla Cambogia; dal Ruanda alla ex Jugoslavia): ciò ha consentito di comparare e allo stesso tempo di meglio contestualizzare e definire più precisamente la «singolarità storica di Auschwitz». E anche di gettare nuova luce sui diversi contesti e le particolari dinamiche nazionali in cui la “Soluzione finale” si consumò: comparare significa non assimilare ma mettere in luce le specificità.

picciottoCirca venticinque anni fa, sulle pagine del «Corriere della Sera», lo storico del fascismo Renzo De Felice dichiarava l’Italia, con formula divenuta notoria, al di fuori del «cono d’ombra dell’Olocausto». Questa posizione, pure ancora largamente accreditata anche presso gli storici e certamente nel senso comune, è difficilmente sostenibile oggi, nel discorso storico e persino in quello pubblico — se il Giorno della memoria, istituito con legge dello Stato italiano nell’anno 2000, ha un senso.  La prima e più pesante smentita di quella frase di De Felice – che per la precisione escludeva responsabilità non solo italiane, ma persino dello stesso fascismo in quegli eventi (“Il fascismo italiano è al riparo dall’accusa di genocidio”, diceva) – venne già pochi anni con la pubblicazione, nel 1991,  del monumentale Libro della Memoria, curato da Liliana Picciotto per la Fondazione CDEC, cioè l’elenco e le notizie sulla sorte individuale dei quasi 8 mila ebrei vittime italiane della Shoah. Quel libro conteneva, inoltre, il computo preciso degli arresti di ebrei compiuti da italiani nel 1943-45.

BidussaGli stessi dati furono valorizzati, nel 1995, dal piccolo e influente libro di David Bidussa, dedicato precisamente a decostruire sul piano storico il «mito del bravo italiano», anche a partire dalla mera contabilità numerica (ma è più difficile mettere in discussione i numeri) di una storia italiana che aveva prodotto, nella sua fase più cupa – quella del fascismo estremo e del collaborazionismo di Salò -, non solo persecuzione dei diritti, ma diretta partecipazione italiana allo sterminio. Fin dal 1988, le ricerche di Michele Sarfatti sul razzismo mussoliniano e poi quelle su fascismo ed ebrei fino alla Shoah, assieme a tutta la stagione di studi avviata allora (e che ancora prosegue) sulla via italiana all’antisemitismo, si erano nel frattempo incaricati di riscrivere una vicenda che certamente non nacque in Italia solo nel 1938, su istigazione tedesca, come qualcuno ancora sostiene, né può essere ridotta a quella che anche di recente è stata chiamata (in modo riduttivo) «nazificazione» del fascismo italiano. E basterebbe in proposito rivolgere la propria attenzione, come da tempo gli storici vanno facendo, alla storia del colonialismo italiano – anche prima del fascismo – per capire subito che noi italiani non abbiamo alcun bisogno di maestri o modelli quando vogliamo usare la violenza. Che cosa aggiunge, tuttavia, contestualizzare oggi le deportazioni degli ebrei italiani nel 1943-45, l’arresto e l’imprigionamento di migliaia di giovani, donne, vecchi, bambini, nella storiografia internazionale sui genocidi?

Innanzitutto gli storici concordano oggi che i genocidi non avvengono esclusivamente in contesti coloniali o ex – coloniali, o comunque in territori di conquista; né possiamo immaginarli solo in luoghi lontani, per diversi motivi, da quelli a noi più familiari (Cambogia o Ruanda; o anche il confine armeno-turco o il regime titino in disfacimento e il nascente conflitto inter-etnico della Jugoslavia nel post-89). Esiste infatti un rapporto intrinseco tra intimità e genocidio: il genocidio colpisce, infatti, i vicini della porta accanto – quindi può riguardare, riguarda tutti noi – come ha mostrato tra gli altri Jan T. Gross, nel suo libro I carnefici della porta accanto (2001), dedicato al massacro degli ebrei di Jedwabne da parte dei propri concittadini polacchi nel 1941, prima dell’arrivo dell’occupante nazista (ancora più icastico il titolo originale: Neighbours, vicini).

BrowningMa in Italia, si dirà, non è avvenuto nessun massacro, almeno per mano italiana. E’ generalmente vero per quanto riguarda l’eliminazione fisica di massa per fucilazione – come nella prima fase della shoah in Europa Orientale (raccontata ad esempio da Christopher Browning in Uomini comuni, 1996) – o per lo sterminio industriale nelle camere a gas, nel cuore e comunque per mano della civilissima Europa (giudaico)-cristiana. Tuttavia gli storici dei genocidi – ad esempio, tra gli altri, Donald Bloxham, oppure Jacques Semelin – ci hanno anche spiegato che, specie in un contesto bellico, già l’identificazione, l’arresto, la separazione di un gruppo su base etnica, religiosa, sociale o di qualsiasi altro criterio (non trascuriamo le condizioni fisiche e mentali, uno dei primi criteri della politica eliminazionista che diede avvio alla Shoah in Europa), per non parlare della loro detenzione in campi di prigionia e la consegna nelle mani di “volenterosi carnefici” o anche di “boia da scrivania” (in stile Eichmann), costituiscono di per sé atti genocidari. Questi atti riguardarono chiaramente decine, centinaia, forse migliaia di italiani, che parteciparono all’ideazione, all’organizzazione e alla realizzazione, su base politica, burocratica o di polizia, della “Soluzione finale del problema ebraico” in Italia nel 1943-45, dopo che la RSI aveva dichiarati gli italiani ebrei “stranieri” e “nemici”.

A decine, gli italiani comuni, nella polizia, nelle forze armate, tra i volontari del rinato partito fascista e anche tra cittadini comuni, semplici collaborazionisti e delatori (come ha raccontato Mimmo Franzinelli nell’opera di più autori, La Shoah in Italia, 2011), si alzarono una mattina qualsiasi dell’autunno 1943, o dell’inverno, o dell’estate 1944, si fecero la barba, o si rifecero il trucco (non mancarono le donne carnefici direttamente coinvolte), bevvero il proprio caffè, salutarono la famiglia, e uscirono a dare la caccia agli ebrei – cioè i proprio vicini “della porta accanto”, i propri compagni di banco, i propri colleghi (i propri amici?) – a sequestrarne le proprietà, ad incarcerarli, a trasferirli in un campo di transito, a consegnarli, infine, in mano tedesca. Avviandoli così non verso “ignota destinazione” ma, consapevolmente, a morte certa (cioè che ha iniziato a mostrare, di nuovo, Liliana Picciotto nel suo L’alba ci colse come un tradimento, 2011).

Sebbene sia doveroso ricordare le migliaia di italiani che salvarono i propri concittadini ebrei, le storie individuali degli italiani comuni che parteciparono al genocidio – un processo che per molti versi prese avvio almeno dall’autunno 1938, sebbene i suoi sviluppi non fossero già inscritti nelle “leggi razziali”, e quindi riguardò migliaia di “carnefici” italiani – la storia dell’Italia dentro il cono d’ombra dell’Olocausto deve ancora essere scritta. Per questo ricordiamo il Giorno della Memoria e – lo scrivo da storico innanzitutto ai miei colleghi storici – non è stato ancora sufficiente, settant’anni dopo quegli eventi, o anche solo dodici anni dopo quella legge di memoria,  per mostrarci l’urgenza e la necessità di scrivere quella storia. La storia degli italiani “comuni” e il genocidio: la nostra storia.

Giovanni Sabbatucci sulle parole di Berlusconi nel giorno della memoria

“Sono bestialità”. Se il professor Giovanni Sabbatucci, uno dei massimi storici italiani del fascismo, potesse dare un voto in storia a Silvio Berlusconi molto probabilmente gli darebbe zero. Il professore quasi inorridisce di fronte alle affermazioni dell’ex premier riguardo a Mussolini e ai motivi che lo spinsero ad allearsi con la Germania nazista. Peggio ancora quelle su come avvenne l’introduzione delle leggi razziali.

Andiamo con ordine. Berlusconi ha detto che “Mussolini preferì allearsi con Hitler per timore che la potenza tedesca vincesse”. Si può dire una cosa del genere?

“No, è un’assoluta stupidaggine: se davvero l’Italia avesse temuto una vittoria della Germania avrebbe evitato di andare a dar manforte a Hitler. Poteva tranquillamente non intervenire o addirittura schierarsi contro la Germania. Certo, Mussolini temeva che una Germania vincente avesse poi una preponderanza schiacciante, e quindi ha cercato di fare, nella prima fase del conflitto, la sua guerra parallela (che però non era in grado di fare). Il piano di Mussolini non era certo quello di contrastare la Germania: lui voleva ritagliare un ruolo da protagonista per l’Italia dentro l’alleanza con la Germania, che era già stata stipulata prima dello scoppio della guerra, nel maggio del ’39 (il patto d’acciaio). Così come è stata detta, quella di Berlusconi è un’affermazione insostenibile.

Insomma, non si può certo dire che Mussolini fu trascinato in guerra…

Mussolini scelse la guerra senza esservi obbligato. E’ una strana teoria quella di dire ‘per contrastare la mafia divento mafioso’. Non è sostenibile e comunque non è una giustificazione. L’obiettivo di Mussolini era di stare insieme alla Germania in un progetto aggressivo e di dominio sull’Europa.

Riguardo alle leggi razziali, l’ex premier ce le presenta come “un’imposizione della Germania”, come fossero state un corollario dell’alleanza con Hitler. Come sono andate invece le cose?

Qui l’errore è doppio. Primo, le leggi razziali furono dell’autunno 1938, l’alleanza è della primavera del ’39. Vengono prima le leggi razziali e poi l’alleanza. C’è un’inversione temporale e quindi anche del nesso causale. Secondo, il primo storico delle leggi razziali italiane (argomento per tanto tempo trascurato), è stato Renzo De Felice, il quale ha detto molto chiaramente e in più occasioni che non ci fu nessuna – e dico nessuna – pressione dei tedeschi per imporre le leggi razziali. Non ci fu nessuna richiesta, nessun ultimatum, niente.
Mussolini decise di introdurre le leggi razziali di sua iniziativa e a freddo, visto che non c’era nessun tipo di movimento popolare che lo richiedesse. Lo fece perché pensava che gli italiani avessero bisogno – soprattutto dopo l’esperienza della guerra di Etiopia, della fraternizzazione, di Faccetta Nera – di sviluppare un orgoglio di razza. Voleva che gli italiani diventassero un popolo guerriero e anche più cattivo. Fu quindi nel quadro di una totalitarizzazione del regime che Mussoli decise – ripeto, a freddo e senza esservi costretto – di introdurre queste leggi.

Non ci fu dunque nessuna “imposizione” da parte della Germania…

No, era tutto parte di un piano di preparazione al conflitto. Già allora Mussolini pensava che ci sarebbe stata una guerra e che l’Italia sarebbe dovuta intervenire, anche se l’alleanza con la Germania non era ancora stretta del tutto. Pensava a fare degli italiani un popolo guerriero, piuttosto che a preparare l’Italia alla realtà della guerra. Quando Hitler brucia i tempi e fa scoppiare la guerra prima di quanto Mussolini voleva, l’Italia non è pronta e Mussolini deve adattarsi a questa fase di non belligeranza che molto gli brucia. Però lui vuole fare la guerra, non vi è trascinato.
La vuole fare perché il suo progetto totalitario prevede un’Italia dominatrice, imperiale, guerriera. Questo dimostra la falsità dell’altro luogo comune che viene sempre tirato fuori (che ‘se Mussolini non avesse fatto la guerra eccetera eccetera eccetera’). Anche questa è una stupidaggine perché il Mussolini di quegli anni non poteva non fare la guerra. Mussolini non era Franco, un dittatore clerical conservatore. Aveva un progetto totalitario, anche se mai veramente realizzato. E’ inutile pensare altro. La guerra era dove lui voleva arrivare, era insita in qualche modo nel suo progetto (fin da subito, ma sempre più chiaramente dopo la guerra di Etiopia).

E cosa dice a chi insiste sulle “buone opere” di Mussolini?

Anche Stalin e Hitler hanno fatto bene delle cose. Va riconosciuto a Mussolini il fatto che la sua dittatura fu meno sanguinaria rispetto a quella dei suoi coevi. Detto questo, Mussolini fu fin dall’inizio un dittatore: prima di qualsiasi altra cosa, abolì la democrazia, le libere elezioni, i partiti e la libertà di opinione e di stampa. Tanto basta per condannarlo anche se avesse fatto bene tutto il resto. Questo è il punto.

Cosa c’è dietro una visione così deformata della storia? Ignoranza, pigrizia…?

Queste opinioni di Berlusconi non sono altro che l’ennesima riproposizione di un vecchio cliché che fa parte di una cultura politica che non è né fascista né antifascista, ma afascista. E’ una cultura condivisa da tanta maggioranza silenziosa italiana, che è la stessa dei rotocalchi moderati tipo Oggi negli anni Cinquanta. Una cultura che tende non a rimpiangere il fascismo – in fondo non credo che Berlusconi sia mai stato fascista – però tende a dare dell’esperienza fascista una versione edulcorata e sostanzialmente falsa. Dietro a tutto questo c’è l’ignoranza, una scarsa conoscenza e una deformazione dei fatti. Berlusconi è l’incarnazione di questa cultura – o incultura – afascista.

Che effetto fa, da storico, sentire dichiarazioni del genere proprio in un giorno dedicato alla Memoria?

Un effetto di frustrazione. Si scrive, si studia per tutta la vita… e poi? Ho citato De Felice, un uomo che è stato anche molto attaccato dalla cultura di sinistra italiana. Ha scritto migliaia e migliaia di pagine invano, evidentemente. Questa è la sensazione che prova uno come me: di scoramento. Purtroppo, sono cliché, luoghi comuni diffusi e che ritornano sempre. Si perde di vista il quadro complessivo, che è quello di una dittatura che aveva una tensione totalitaria. E questo è gravissimo.

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10 Comments to “Simon Levis Sullam, Che cos’è un genocidio. La responsabilità del fascismo nella Shoah”

  1. se ne sentiva il bisogno
    ho ascoltato anch’io questa mattina Prima Pagina su Radio3 e fra gli altri
    sofisticati giri di parole per ingenerare, se non altro dubbi, sulla sola condanna
    tout court del terrificante mattatoio fisico e di annullamento psicologico che ha
    precipitato il genere umano in un enigma, credo, non risolvibile sul piano della
    comprensione e giusificazione dei comportamenti individuali e di massa.
    Ad un certo punto del progamma radiofonico è di nuovo saltato fuori il principio
    secondo cui Macchiavelli nel Principe afferma che il fine giustifica i mezzi.
    Non se ne può più. Il Pricipe se lo rigirano, strumentalizzandolo, a seconda
    della fazione partitica che lo utilizza. Del resto questo accade ai molti grandi
    del passato, basterebbe citare Nietsche. Molto probabilmente hanno studiato
    Macchiavelli con occhi volutamente strabici visto che ” il fine giustifica i mezzi ”
    è pura interpretazione soggettiva e non il pesiero di questo nostro grande
    intellettuale.
    Con tuttto il rispetto del nano di De Andrè, non per questo genere:

    • In effetti, con un simile conduttore la mattinata, nostra e di radiorai3, non poteva cominciare peggio. A quanto pare mi sono persa le sue lezioni di filosofia politica che, come nella migliore tradizione della cialtroneria giornalistica, un riferimento fuori luogo a Machiavelli non se lo fanno mai mancare. A proposito del nano, sai che sono un’estimatrice delle tue ricerche musicali e letterarie, ma … come hai fatto a trovare un video così orribile?

  2. Trovarsi in compagnia di Autori dalla levatura e autorevolezza ben più elevata del sottoscritto, è privilegio non indifferente… Grazie!

    In merito alla dimensione del genocidio e le responsabilità dirette del fascismo, mi permetto solo una piccola osservazione: probabilmente, la differenza risiede nelle “dimensioni” e nella portata delle persecuzioni, e delle responsabilità che indubbiamente ci furono, ma non raggiunsero mai la mobilitazione di ‘massa’, l’adesione convinta e fanatica di intere comunità…
    A tal proposito, si parla sempre della peculiarità tedesca nella caccia genocida all’ebreo (e certamente lo fu per capacità organizzativa ed “efficienza tecnica”), ma troppo spesso si preferisce tacere della ferocia zelante e convinta da parte delle popolazioni ‘autoctone’ dell’Est europeo. L’anti-semitismo in Polonia era (ed è) più di un semplice tratto nazionalistico. I peggiori pogrom e massacri durante l’occupazione nazista si verificarono nei paesi baltici e non ebbero bisogno di essere ispirati dall’occupante tedesco… Tra i carnefici più zelanti che affiancavano gli Einsatzgruppe nelle fucilazioni itineranti, vi erano gli Hilfswilliger (meglio conosciuti come Hiwi): in massima parte, volontari ucraini, polacchi e lituani.
    Da questo punto di vista, il collaborazionismo e le persecuzioni italiane (che furono numerose) rispondevano in buona parte ad opportunismo e cinica convenienza (la ricompensa), e persino ad una distorta forma di conformismo, ma molto più raramente ad un odio cieco e fanatico, come invece era possibile riscontrare per esempio tra ucraini e tedeschi.
    A parte fenomeni da baraccone come Telesio Interlandi e Giovanni Preziosi, il fascismo non fu mai propriamente ed intrinsecamente “anti-semita”; o quantomeno questi non è mai stato un suo tratto distintivo e fondamentale, immediatamente riscontrabile, come nel caso del nazionalsocialismo. Si riconosce però la propensione servile di un popolo ad allinearsi e subito adeguarsi ai desiderata del più forte, anticipandone le richieste nel tentativo di ingraziarsi il potente di turno per piaggeria e mero tornaconto personale. E questo è un tratto squisitamente italiano, ereditato anche dal fascismo che a sua volta assemblò il peggio dell’autoritarismo sabaudo e l’ottusa ferocia militare del regio esercito.

    • Se ho un po’ di esperienza di lettura, tu sei già in compagnia di “autorevoli autori” quando non scrivi in forma anonima 😉

      Le tue osservazioni spostano la nostra attenzione dalla definizione di genocidio a quelle di fascismo, xenofobia, oscurantismo religioso, cioè nozioni a cavallo tra la storia, la sociologia e la psicologia sociale. Ultimamente, quando affronto questi temi trovo utile la prospettiva adorniana che ha il merito di comprenderli e spiegarli senza ridurre la portata delle definizioni; come sai, il francofortese parla di “personalità fascista o autoritaria”, senza fare del fascismo un semplice atteggiamento.

      • Sono solo un modesto autodidatta dalle letture disordinate e dagli studi sconclusionati..:)
        Per i miei gusti, pur apprezzando la Scuola di Francoforte non ne amo una certa rigidità “dogmatica” (sit venia verbo)… T.Adorno mi è noto soprattutto attraverso le confutazioni della critica sociologica… e per quello che vale la mia impressione, trovo che il suo modello sulla personalità autoritaria sia troppo schematico per spiegare una abnormità come il nazismo ed una assoluta anomalia come il fascismo, che secondo me sfuggono per loro stessa natura ad una esauriente catalogazione sistemica. Non per limiti dell’Autore, ma per la magmaticità pervasiva dei due fenomeni.
        Tuttavia, trovo che gli influssi ‘psicologici’ di W.Reich, opportunamente depurati dalle loro peculiarità sessuali, siano superati… Ne riconosco fortissima l’impronta di Eric Fromm (di cui ho letto le opere originali), ma a questo punto tendo a preferire direttamente il suo “Fuga dalla Libertà”.
        Nella fattispecie,il modello di Adorno ha limiti oggettivi, che non bastano a spiegare del tutto il “potenziale fascista” intrinseco in una persona autoritaria… che può essere benissimo “antifascista”… e che nella sua schematicità mi pare generica, nell’illusione che certe pulsioni possano essere misurate e computate.
        Come, a suo modo, faceva notare Daniel Goldhagen nel suo discusso “I volenterosi carnefici di Hitler”, il ‘normale’ antisemitismo non è sufficiente a spiegare la mentalità (e la determinazione) eliminazionista del nazismo.
        Per inclinazione caratteriale ed un certo approccio “individualista”, tendo invece a prediligere le analisi del mondo anglo-sassone, che trovo più elastiche e meno tese alla ricerca di un modello universale… Per esempio, nel suo monumentale studio dei fascismi di tutte le latitudini, lo storico Stanley G. Payne arriva a teorizzare l’esistenza di ben 13 potenziali interpretazioni del fascismo, salvo non sposarne nessuna in particolare.
        Soprattutto mi interessa la comprensione delle strutture di potere.. e da questo punto di vista ho una certa propensione per le teorie “elitiste”, in parallelo con l’irrazionalità manipolatoria delle masse. In questo, non rifuggo da connubi ibridi come Gustave Le Bon ed Herbert Marcuse del quale ho sempre apprezzato “l’uomo ad una dimensione” e l’importanza del concetto di “alienazione” in accordo con la Scuola di Francoforte.
        Ma per i miei tipi sociologici, il mio preferito resta in assoluto Charles Wright Mills, col suo approccio anarcoide e anticonvenzionale.
        🙂 Naturalmente, da ignorante patentato, le mie riflessioni lasciano davvero il tempo che trovano…

        • 🙂 per commentare il tuo post da ignorante patentato mi ci vorrebbe un pomeriggio (se non conoscessi le tue inclinazioni potrei apostrofarti con un “ma va là” alla Ghedini). Condividiamo quasi tutte le letture (e di quelle che non conosco ho preso nota), mi viene da dirti al volo che dei francofortesi conservo molte cose, anche se metto in parentesi L’industria culturale (qui opto anch’io per cultural studies e fonti anglofone) e cestino convintamente la ricezione italiana. Grazie del tuo tempo e della tua intelligenza.

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