Posts tagged ‘παιδεία’

maggio 5th, 2016

Aristotele, Protreptico

by gabriella

aristotele

Raccolgo i passi più significativi dell’Esortazione alla filosofia di Aristotele – nell’edizione curata da Diego Fusaro – con uno stralcio del saggio introduttivo dedicato all’opera da Enrico Berti [E. Berti, Protreptico, Torino, UTET, 2008, pp. XXIII-XVIII].

Se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare, si deve filosofare; in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare, dal momento che essa esiste; se invece non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento che la ricerca è la causa e l’origine della filosofia.

Aristotele, Protreptico

Nell’anno 353 a.C. Isocrate scrisse un’orazione intitolata Antidosis, che significa “scambio”, perché in essa, a riprova della sua innocenza dall’accusa di essersi arricchito illecitamente, il famoso retore si dichiarava disposto a scambiare tutti i suoi beni con quelli dei  suoi accusatori. In essa egli fece l’apologia di tutta la propria vita, rispondendo anche alla polemica condotta contro di lui dagli Accademici [Antidosis, 258]. A costoro si riferiscono infatti inequivocabilmente alcuni paragrafi dell’Antidosis, in cui Isocrate allude a certi ferventi dell’eristica che calunniavano i discorsi comuni e utili, non ignorando il valore di essi né quanto rapidamente essi giovino a chi li usa, ma sperando così di rendere più stimabili i propri [Antidosis, 258]. Nella denominazione di eristi, Ioscrate acomuna tutti i socratici, noti per le loro discussioni dialettiche, ma tra essi distingue i platonici, che disprezzano il valore dei discorsi utili e tuttavia sanno il valore della retorica. Da questi Isocrate dichiara di essere stato attaccato aspramente [Antidosis, 259-60] – accennando sicuramente all’esordio del corso di retorica tenuto da Aristotele:

«é turpe tacere e lasciare che parli Isocrate».

[Aristotele aveva peraltro tacciato di servilismo lo scritto isocrateo dedicato a Grillo, figlio di Senofonte, in occasione della morte in battaglia del giovane nel 362. NDR.] e a lui risponde mediante una valutazione critica della paideia accademica.

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maggio 5th, 2016

La paideia filosofica, Aristotele

by gabriella

audio[Attenzione: questa pagina incorpora una trasmissione radiofonica che si apre automaticamente. Per evitare di ascoltare l’audio prima del necessario ed escludere la pubblicità, scorrere il testo fino a “Come resistere al tempo della barbarie” ed escluderlo manualmente].

 

Aristotele (

Aristoteles (384 – 324 a. C.) Raffaello, La scuola di Atene, 1509

Gli fu domandato quanto differiscano gli educati dagli ineducati e la sua risposta fu: «Tanto quanto i vivi dai morti».

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi

Aristotele nacque a Stagira, una città ionia vicina all’odierna Salonicco nel 384 a.C.. A diciassette anni si recò ad Atene per frequentare la scuola di Platone dove rimase per vent’anni, fino alla morte del maestro.

Si dice che Platone avesse grande stima delle capacità intellettuali del suo allievo, tanto da soprannominarlo nous, la «chiara intelligenza» o «la mente» mentre, a proposito della relazione tra i due, Diogene Laerzio riferisce l’amara osservazione di Platone:

«Aristotele mi prese a calci come i puledri la madre che li generò» (V, 1, 2).

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gennaio 1st, 2014

Solone, l’areté civile

by gabriella
Solone (638 - 558 a.C.)

Solone (638 – 558 a.C.)

In Atene divina, alla lor patria,
io molti ricondussi, che stati erano
venduti illegalmente, alcuni a termine
di legge, ed altri ancora che esuli
erano andati per fuggire i debiti,
e per il lungo errar, neppur parlavano
più l’attico idioma; ed altri ancora a sconcia
servitù qui soggetti, che tremavano
al cenno dei padroni, io resi liberi.
Forza unendo e Giustizia, in equa tempera,
col potere delle leggi seppi compiere
le mie promesse, e per i grandi e per gli umili
leggi ho sancite con giustizia equanime.

Solone, L’opera compiuta

 

La legge scritta come «limite e misura» all’arbitrio dei potenti

Il legislatore e poeta ateniese Solone (VI secolo a.C.), fu considerato già dai suoi contemporanei un esempio di saggezza e di buon governo. Platone lo incluse tra i sette sapienti della Grecia, mentre la storia lo ricorda, più specificamente, per aver dato ad Atene la legge scritta con la quale il saggio arconte stabilì «il limite» all’arbitrio degli aristocratici e «la misura» entro la quale il loro potere si sarebbe di lì in poi esercitato.

Ne L’opera compiuta, Solone non canta le gesta degli eroi, né la virtù del lavoratore, ma la virtù della legge che instaura la giustizia e l’armonia tra gli uomini.

[…] col potere delle leggi seppi compiere
le mie promesse, e per i grandi e per gli umili
leggi ho sancite con giustizia equanime.

Consapevole della grandezza della propria opera, Solone esalta l’intervento legislativo con il quale oppone la giustizia di una costituzione scritta alla prepotenza dei nobili, e l’equilibrio tra le classi al disordine e alla guerra civile. Senza l’intervento riequilibratore della legge, infatti, il popolo si sarebbe sollevato contro la prepotenza, spogliando gli aristocratici del potere per deporlo solo dopo aver restituito ai ricchi le loro violenze (sbattendolo dalla crema):

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marzo 30th, 2013

Nietzsche, Morale dei signori e morale da schiavi

by gabriella

NietzscheL’aforisma 260 di Al di là del bene e del male.

260. Vagabondando tra le molte morali, più raffinate e più rozze, che hanno dominato fino a oggi o dominano ancora sulla terra, ho rinvenuto certi tratti caratteristici, periodicamente ricorrenti e collegati tra loro: cosicché mi si sono finalmente rivelati due tipi fondamentali e ne è balzata fuori una radicale differenza.

Esiste una “morale dei signori” e una “morale degli schiavi” – mi affretto ad aggiungere che in tutte le civiltà superiori e più ibride risultano evidenti anche tentativi di mediazione tra queste due morali e, ancor più frequentemente, la confusione dell’una nell’altra, nonché un fraintendimento reciproco, anzi talora il loro aspro confronto persino nello stesso uomo, dentro “la stessa” anima. Le differenziazioni morali di valore sono sorte o in mezzo a una stirpe dominante, che con un senso di benessere acquistava coscienza della propria distinzione da quella dominata – oppure in mezzo ai dominati, gli schiavi e i subordinati di ogni grado. Nel primo caso, quando sono i dominatori a determinare la nozione di «buono», sono gli stati di elevazione e di fierezza dell’anima che vengono avvertiti come il tratto distintivo e qualificante della gerarchia.

L’uomo nobile separa da sé quegli individui nei quali si esprime il contrario di tali stati d’elevazione e di fierezza – egli li disprezza. Si noti subito che in questo primo tipo di morale il contrasto «buono» e «cattivo» ha lo stesso significato di «nobile» e «ignobile» – il contrasto di «buono» e «”malvagio”» ha un’altra origine. E’ disprezzato il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa alla sua angusta utilità; similmente lo sfiduciato, col suo sguardo servile, colui che si rende abbietto, la specie canina di uomini che si lascia maltrattare, l’elemosinante adulatore e soprattutto il mentitore – è una convinzione basilare di tutti gli aristocratici che il popolino sia mendace. «Noi veraci» – così i nobili chiamavano se stessi nell’antica Grecia – un fatto palmare che le designazioni morali di valore sono state ovunque primieramente attribuite a “uomini” e soltanto in via derivata e successiva ad “azioni”: per cui è un grave errore che gli storici della morale prendano come punto di partenza problemi quali «perché è stata lodata l’azione pietosa?». L’uomo di specie nobile sente “se stesso” come determinante il valore, non ha bisogno di riscuotere approvazione, il suo giudizio è «quel che è dannoso a me, è dannoso in se stesso», conosce se stesso come quel che unicamente conferisce dignità alle cose, egli è “creatore di valori”.

Onorano tutto quanto sanno appartenere a sé: una siffatta morale è autoglorificazione. Sta in primo piano il senso della pienezza, della potenza che vuole straripare, la felicità della massima tensione, la coscienza di una ricchezza che vorrebbe donare e largire – anche l’uomo nobile presta soccorso allo sventurato, ma non, o quasi non, per pietà, bensì piuttosto per un impulso generato dalla sovrabbondanza di potenza. L’uomo nobile onora in se stesso il possente, nonché colui che sa parlare e tacere, che esercita con diletto severità e durezza contro se medesimo e nutre venerazione per tutto quanto è severo e duro. «Un duro cuore Wotan mi ha posto nel petto» – si dice in un’antica saga scandinava: in questo modo l’anima di un superbo vichingo ha trovato la sua esatta espressione poetica. Un simile tipo di uomini va appunto superbo di “non” essere fatto per la pietà: per cui l’eroe della saga aggiunge, in tono d’ammonizione, «chi non ha da giovane un duro cuore, non lo avrà mai». Nobili e prodi che pensano in questo modo sono quanto mai lontani da quella morale che vede precisamente nella pietà o nell’agire altruistico o nel “desintéressement” l’elemento proprio di ciò che è morale; la fede in se stessi, l’orgoglio di sé, una radicale inimicizia e ironia verso il «disinteresse», sono compresi nella morale aristocratica, esattamente allo stesso modo con cui competono a essa un lieve disprezzo e un senso di riserbo di fronte ai sentimenti di simpatia e al «calore del cuore».

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febbraio 5th, 2013

La paideia filosofica, i sofisti

by gabriella

Audiolezione: La rivoluzione pedagogica sofista

Il sophistés

Anticamente il termine sophistés era sinonimo di sophós (saggio) ed era riferito a chi possedeva attivamente una vasta e poliedrica conoscenza. Sophistés erano detti ad esempio i Sette Savi che Platone elenca nel Protagora. Nel V secolo a. C. si chiamarono invece “sofisti” quegli intellettuali stranieri che della sapienza facevano una professione, insegnandola scandalosamente dietro compenso, così che Senofonte poteva definirli «prostituti del sapere».

Ciò che caratterizza i sofisti è appunto sofistiil loro proporsi come maestri di virtù, che essi intendono nel modo dei poeti della tradizione greca, da Omero a Solone, nei termini della formazione politica del cittadino.

Solone aveva dedicato a se stesso, quale costruttore di giustizia (eunomie, vita civile), la lode del poeta. Sulla stessa linea di continuità si porranno dunque i sofisti, per i quali, somma areté é il sapere, cioè quel particolare tipo di formazione spirituale che è richiesta al cittadino nella polis del V secolo. In questo momento, infatti, la città-stato non si regge più su norme divine e principi immutabili, ma su leggi e decisioni prese nell’agorà e nella boulé, in base al prevalere di una fazione sull’altra e di un’opinione su un’altra. E’ quindi diventato indispensabile per l’uomo libero che partecipa alla vita pubblica, il possesso di tecniche retoriche e dialettiche capaci di rendere persuasiva la parola.

Emblematica di questo nuovo clima culturale è la figura di Protagora.

 

Protagora

La prima tesi importante per capire il ruolo di Protagora (Abdera, 490 a.C.) ad Atene é quella contenuta nel famoso frammento che tratta dell’esistenza e conoscibilità degli dèi. Si legge in Eusebio:

Si dice che Protagora abbia iniziato in questo modo il suo scritto Sugli dèi: «Degli dèi non so né che sono, né che non sono, né quale sia il loro aspetto: molte sono infatti le difficoltà che si oppongono, la grande oscurità della cosa e la pochezza della vita umana».

protagora-di-abderaLa posizione di Protagora sembra chiara: egli non nega l’esistenza degli dèi, ma si limita a dichiarare inconoscibile la loro esistenza (agnosticismo), con conseguenze rilevanti per la riflessione sulla vita civile dell’uomo. Dichiarare inconoscibili gli dèi significa, infatti, per Protagora, mettere in discussione il fondamento sacro, o divino, delle leggi e della stessa giustizia, evidenziando il carattere convenzionale e provvisorio delle norme, dei valori, e delle credenze (una posizione, come si vede, diametralmente opposta a quella di Esiodo). La divinizzazione dei legislatori del passato, da Licurgo a Solone, è quindi una pura mistificazione: sono infatti gli uomini che fanno le leggi (come evidenziato da Solone) sulla base dei loro interessi e dei rapporti di forza nelle assemblee.

Ecco quindi che Protagora può presentarsi ad Atene come maestro di virtù, in grado di insegnare dietro compenso come condurre al meglio gli affari politici. Offrendo i suoi servizi a chiunque potesse pagarlo, Protagora offre ai membri dei nuovi ceti emergenti, privi di retaggio familiare aristocratico e dunque di cultura, gli strumenti per promuoversi socialmente, partecipando attivamente alla vita pubblica.

La tesi sugli dèi costò a Protagora una condanna per empietà, comminatagli nel 411 per volontà del partito oligarchico, in seguito alla quale muore nel naufragio della nave che lo porta lontano da Atene. Ventun anni prima (432 a.C.), lo stesso Anassagora, sapiente amico di Pericle, aveva subito la stessa condanna per volontà del partito democratico – condanna a morte, poi commutata in esilio -, per aver sostenuto che il sole è una pietra infuocata e non un Dio.

In questo modo, i sofisti trasferiscono l’areté agonale del passato dal campo di battaglia all’agorà, dove si fa sempre più aspro lo scontro tra il partito oligarchico e quello democratico.

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maggio 19th, 2012

Isocrate e la paideia panellenica

by gabriella

Isocrate

Isocrate (Pierre Granier, Versaille)

Isocrate (436-338 a.C.)

Isocrate (Ισοκράτης) fu allievo di Gorgia e contemporaneo di Platone, della cui concezione educativa fu fiero avversario. Nell’Antidosis dichiarerà infatti polemicamente l’inutilità pratica della filosofia, tanto sul piano della prassi individuale che di quella politica; un attacco all’Accademia platonica a cui risponderà peraltro Aristotele con il Protreptico, l’Esortazione alla filosofia. Alla filosofia, secondo Isocrate, era dunque preferibile la retorica, la quale benché non aspirasse a verità assolute, era capace di avvalersi delle opinioni e di farne strumenti di concreta azione politica.

Mentre Platone era giunto a criticare aspramente l’educazione greca condotta sui classici omerici, Isocrate recupera quindi il valore culturale della tradizione e torna a fondare la paideia sulla retorica. Rispetto ai sofisti, egli rivede però il ruolo della parola. A differenza di questi filosofi – la seconda sofistica, in particolare – che avevano accentuato il relativismo etico dell’uomo politico, Isocrate è convinto che l’uomo colto, bene educato, a contatto quotidiano con la forma elevata del bello non potrà che elevarsi alla saggezza e alla moralità a vantaggio dello stato (Nicocle). Questo sarà, sostanzialmente, l’insegnamento della sua scuola, fondata nel 390 a.C..

 

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marzo 9th, 2012

La paideia filosofica, Platone

by gabriella
Platone

Platone (427 – 347 a. C.)

La riflessione di Platone (427 – 347 a. C.) prende avvio dallo scandalo dell’uccisione di Socrate decretata dalla corrotta polis democratica il cui governo era succeduto a quello sanguinario e tirannico dei trenta. Il problema che la morte del maestro pone al filosofo è quindi quello di rifondare la città e riportarvi la giustizia, dopo la dimostrazione che nessuna forma di stato è di per sé garante di buon governo.

 

La vita come parresia

La funzione spiccatamente pratica (non astratta o intellettualistica) della filosofia è testimoniata dalla vita di Platone, nella quale la ricerca filosofica è, inscindibilmente, esercizio in comune del pensiero, pratica della giustizia, coraggio della verità. Come racconta Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi, Platone fu quindi parresiastes ebbe, cioè, come Socrate il coraggio della verità a rischio della vita e dell’onore.

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maggio 26th, 2011

Tirteo e l’areté spartana

by gabriella

spartani con tribon rosso

Audiolezioni: L’areté spartana

[errata corrige: attenzione alla pronuncia scorretta del termine elegìa].

Il momento di maggior splendore di Sparta, capoluogo della Laconia, è da collocare nel VII-VI° secolo a. C, in un’epoca, dunque di poco posteriore alla stesura dei poemi omerici. Si riconosce perciò nel suo ideale educativo, un’eco dell’areté eroica, ma con la fondamentale differenza che l’atto eroico non indica più l’abilità e il coraggio del singolo guerriero e non ha più come fine la gloria individuale, ma la difesa e il potenziamento della polis.

L’eroe spartano non è quindi colui che esalta se stesso in disprezzo della vita, ma il soldato solidale con il compagno in battaglia che non indietreggia di fronte al nemico, ma sa dare se stesso per Sparta. Si narra che Sparta, a differenza delle poleis vicine, non avesse mura a propria difesa, confidando baldanzosamente nel valore militare dei propri cittadini e nel muro impenetrabile formato dai loro scudi.

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maggio 26th, 2011

L’areté omerica

by gabriella

Hector_Cassandra_Pomarici_Santomasi

Audiolezione: L’areté omerica

Lo studio dei modelli educativi sviluppati dalla civiltà occidentale, inizia con i greci. I greci, infatti, furono i primi a porsi il problema di cosa dovrebbe essere un uomo, cioè a riflettere consapevolmente sull’educazione (paideia) e sulle sue finalità (la virtù, l’eccellenza umana, o areté).

L’ideale umano della Grecia tra l’VIII° e il V° secolo a.C si incentra su un individuo che sviluppa la propria personalità sulla base delle proprie qualità fisiche e intellettuali e che si adopera per realizzare le migliori condizioni di convivenza nella polis, con la propria volontà e il proprio pensiero critico.  Questa è l’idea che nasce in Grecia prima nella poesia (Omero), poi nella filosofia e nella politica, dal cosiddetto Medioevo ellenico (1200 a. C.) all’ellenismo (VI° a. C.).

Il primo grande educatore dei greci (già secondo Platone) è stato dunque Omero. I due poemi dell’Iliade e dell’Odissea infatti ci permettono di cogliere il contenuto originario dell’areté (ἀρετή) antica (cioè della virtù, intesa come ciò che ognuno dovrebbe essere) dal momento del suo nascere (l’età micenea o medioevo ellenico) al suo sviluppo nella fase classica della cultura greca (paideia). Iliade ed Odissea furono composti infatti tra l’VIII e il VII secolo a. C. sulla base di tradizioni orali precedenti.

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