Posts tagged ‘Cartesio’

marzo 23rd, 2017

La natura umana 1. Esiste una natura umana?

by gabriella

La prima parte della lezione sulla natura umana dedicata a due dibattiti filosofici: quello seicentesco tra Cartesio e Pascal e quello contemporaneo di Chomsky e Foucault ad Eindhoven. Qui la seconda parte.

Ho una gran paura che questa natura [la natura umana]
sia anch’essa un primo costume, così come il costume è una seconda natura […]. Il costume è la nostra natura.

Blaise Pascal, Pensée,

 

L’uomo ha una «natura»? Cartesio vs Pascal

Blaise Pascal (1623 – 1662)

Réné Descartes (1596 – 1650)

In pieno seicento, nel pensiero francese, Cartesio e Pascal sviluppano due opposte concezioni della natura umana: nel Discorso sul metodo Descartes parla di una natura umana salda come roccia rintracciabile sotto la sabbia dei costumi, viceversa, Pascal, seguendo Montaigne, mostra che sotto la sabbia dei costumi non c’è che una profonda indeterminatezza.

Per Pascal, quindi, l’uomo non avrebbe «una natura», ma determinerebbe la propria azione a seconda delle circostanze, delle abitudini e dei costumi costruiti collettivamente. La condizione generale dell’umanità è per il filosofo, una condizione di incertezza e di brancolamento, «noi navighiamo in questo mare sempre incerti e fluttuanti» (Pensieri) proprio perché siamo sprovvisti di una natura che orienti e determini permanentemente le nostre azioni.

Ortega y Gasset (1883 – 1955)

Jean Paul Sartre (1905 – 1980)

L’antropologia post-cartesiana, insistendo sul primato dell’agire sull’essere, ha finito per negare l’esistenza di una natura umana precostituita e per concepire l’individuo come un ente creatore della propria identità.

L’uomo, secondo l’efficace definizione di Ortega y Gasset, è un gerundio, non un participio, un faciendum non un factum; un farsi. Per Sartre, la natura indefinita, progettuale, in fieri, dell’uomo è sintetizzata nell’affermazione che l’uomo è quell’essere la cui esistenza precede l’essenza.

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febbraio 8th, 2017

Cartesio

by gabriella

Réné Descartes (1596 – 1650)

Soltanto con Cartesio […] perveniamo propriamente a una filosofia autonoma, consapevole di derivare in modo indipendente dalla ragione, consapevole che l’autocoscienza è momento essenziale del vero. […] Ormai possiamo dire di trovarci in essa proprio a casa nostra e, come il navigatore dopo lungo errare sul pelago infuriato, possiamo gridar “terra”!; a Cartesio infatti mette capo veramente la cultura dell’età moderna, il pensiero della filosofia moderna, dopo che a lungo si era andati avanti sulla vecchia via.

Réné Descartes è un eroe che ricominciò da capo
l’impresa e restituì alla filosofia quel terreno
alla quale essa tornò soltanto adesso dopo trascorsi mille anni
.

Hegel, Lezioni di Storia della filosofia, 3, II

 

Il metodo

L’elemento biografico da cui si deve partire per inquadrare la filosofia di Cartesio (italianizzazione di Cartesius, nome latinizzato di René Descartes, (La Haye, 1596-1650), è la critica dei saperi appresi presso il collegio gesuita di La Flèche, scuola tra le migliori del tempo, dove il giovane filosofo era stato inviato a completare i suoi studi dalla famiglia di modesto rango nobiliare. Nel Discorso sul metodo (scritto introduttivo che accompagna tre trattati di fisica pubblicati dal filosofo nel 1637) Cartesio nega l’utilità di quanto appreso a La Flèche con una critica dell’autorità che ricorda l’avversione per la pedanteria degli aristotelici di Galilei e la condanna della loro vuota logica formale di Bacone.

Le conoscenze acquisite a La Flèche sono dunque dichiarate da Cartesio insufficienti per fornire un orientamento sicuro all’indagine razionale della realtà e alla ricerca di questo metodo per distinguere il vero dal falso, il filosofo dedicherà i suoi sforzi, dopo avere avuto l’intuizione  notturna, il 10 novembre 1619, dei

fondamenti di una scienza mirabile» alla quale si accinge «pieno di entusiasmo.

Cartesio è convinto che il metodo per ben condurre la ragione debba avere validità universale ed essere guida sicura sia sul piano teoretico che pratico: come Bacone, il filosofo è infatti convinto che la nuova conoscenza deve essere «non puramente speculativa, ma anche pratica, per la quale l’uomo possa rendersi padrone e possessore della natura» e per la quale possa godere senza fatica dei frutti della terra e mirare alla conservazione della propria salute ed altre comodità. Il metodo per acquisire nuovo sapere dovrà perciò essere unico e semplice, guida in campo teoretico e pratico e finalizzato all’utilità per l’uomo nel mondo.

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gennaio 25th, 2017

Giulio Cesare Vanini, Morire allegramente da filosofi

by gabriella
Giulio Cesare Vanini (1548 - 1619)

Giulio Cesare Vanini (1585 – 1619)

La potenza della parola, la forza della confutazione, l’ateismo del filosofo italiano salito al patibolo diciannove anni dopo Bruno. Tratto da Giulio Cesare Vanini, Morire allegramente da filosofi, a cura di Mario Carparelli, Saonara, Il Prato, 2011.

L’ateismo, per me, non è un risultato, e
tanto meno un avvenimento,
come tale non lo conosco:  io lo
intendo per istinto. Sono troppo curioso,
troppo problematico, troppo tracotante,
perché possa piacermi una risposta grossolana.
Dio è una risposta grossolana, una indelicatezza
verso noi pensatori –, in fondo è solo
un grossolano divieto che ci vien
fatto: non dovete pensare!

Nietzsche, Ecce homo

Il 9 febbraio 1619, a Tolosa, Giulio Cesare Vanini è condotto al rogo per essere giustiziato come «ateo e bestemmiatore del nome di Dio». All’aguzzino che deve accompagnarlo al patibolo dice, con fierezza, in italiano:

Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo.

Come scrisse Schopenhauer, che considerò Vanini suo predecessore,

certamente fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo; per ciò, dopo che gli fu tagliata la lingua, si preferì condannarlo a morte sul rogo [Schopenhauer, Parerga e paralipomena].

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ottobre 28th, 2014

Cinque domande per orientarsi nella filosofia moderna

by gabriella
René Descartes

Réné Descartes (1596 – 1650)

1. Come sorge la domanda sul valore della conoscenza nella filosofia moderna? 

La domanda sul valore della conoscenza torna a proporsi nella filosofia moderna con Cartesio che concepisce innovativamente il pensiero come il contenuto delle nostre rappresentazioni (idee). Se le idee sono rappresentazioni soggettive, contenuti della mente, sorge il problema della loro corrispondenza con la realtà, che nelle Meditazioni metafisiche il filosofo sottopone al vaglio del dubbio.

Nella classica interpretazione hegeliana, il dubbio cartesiano identifica il momento della frattura tra verità e certezza, essere e pensiero, che Cartesio ricompone temporaneamente ricorrendo alla dimostrazione (di sapore medievale) dell’esistenza di Dio, provata dall’esistenza dell’idea innata di un essere infinito di cui la nostra mente finita non può essere causa. E’ Dio quindi a garantire la perfetta coincidenza dei contenuti della mente (idee) con la realtà (cioè a ricomporre la frattura), ma l’opposizione (problematica) di essere e pensiero, rapidamente risolta da Cartesio, diviene definitiva meno di un secolo e mezzo dopo, quando Kant escluderà ogni prova razionale dell’esistenza di Dio, dichiarando inconoscibile la realtà profonda delle cose.

La svolta cartesiana, coincidente con la comprensione del ruolo del soggetto nella conoscenza, rappresenta dunque, l’atto di nascita di una filosofia completamente nuova, dominata dal problema della conoscenza, della sua origine, dei suoi limiti, del suo valore.

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novembre 12th, 2013

Roberto Lolli, Dubbi e certezze nel 600

by gabriella

La realtà e il suo specchio

Il Seicento è un’età di forti contraddizioni: è il secolo della Rivoluzione scientifica e della caccia alle streghe, delle teorie politiche innovative di Thomas Hobbes e John Locke e della Guerra dei Trent’Anni, delle arti barocche e della censura religiosa. Nessun secolo quanto il XVII si presta altrettanto bene a testare lo schema interpretativo dell’epoca contrassegnata dalla ‘crisi delle certezze’ che poi si dispiega in tutta la sua ampiezza per descrivere il Novecento.

Di questa situazione di transizione, di questa impotenza dell’individuo di fronte a qualcosa che eccede le capacità di comprensione o le possibilità di azione la massima espressione è il dubbio.

Il dilemma di Amleto

Amleto è un personaggio già moderno, come del resto altre grandi figure shakespeariane. La modernità del suo carattere si coglie in molti aspetti. Per esempio, la rivelazione da parte dello spettro di suo padre (freudianamente Amleto pure lui) delle modalità dell’avvelenamento subito e l’affidamento di una missione di “sacra vendetta” non vengono recepite con entusiastico vigore dal giovane principe. Amleto tituba, tentenna, lo spettro deve apparire una seconda volta per spronare il principe di Danimarca a compiere il gesto riparatore, l’atto che restituisca al mondo un equilibrio arcaico, barbaro, basato sul ripagare ferocia con ferocia. L’accettazione di questo compito, rimettere in sesto un mondo ‘fuor di quadro’, implica però dover affrontare la più drammatica tra le alternative: “essere o non essere”, cioè agire – e morire o essere comunque dannati – o non agire e sopravvivere disattendendo la voce dello spettro? Non si tratta di un dilemma del quale si conosca già la risposta: dalla terra dei morti nessuno è mai tornato per dirci se e quale sia la pena per l’anima peccatrice.

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luglio 1st, 2013

Fabio Milazzo, Il dibattito sul nuovo realismo

by gabriella

Da Haecceit@s.

Il dibattito, che oggi si struttura intorno ad un Manifesto[2] affonda le proprie radici nella “svolta post-ermeneutica” di Maurizio Ferraris  avvenuta ormai più di un decennio fa quando, riprendendo e sviluppando le analisi realistiche di Paolo Bozzi[3], decise di criticare il soggettivismo e il relativismo dell’ermeneutica a favore di un più rassicurante realismo che riconosce nella realtà esterna il mondo quale èper essenza diremmo- al di là delle interpretazioni attraverso le quali lo denotiamo di senso[4].

Anselmo d'AostaIl Realismo classico della filosofia, quello di Anselmo d’Aosta e di Guglielmo di Champeaux[5], anche nella versione moderata di Tommaso d’Aquino, prevede l’esistenza di una realtà esterna al soggetto conoscente indipendente dal processo conoscitivo del soggetto stesso. In altre parole, e radicalizzando la questione: il mare che vedo fuori dalla mia finestra è blu e le foglie della palma sono di un verde che vira verso il giallo “secco” tipico della stagione calda che “sta per arrivare”[6].

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marzo 20th, 2013

Quentin Meillassoux, Dopo la finitezza. Saggio sulla necessità della contingenza

by gabriella

Meillassoux

Traggo da The Pensive Image, la traduzione italiana dell’appassionante seminario che Quentin Meillassoux (Sorbonne) ha tenuto alla Middlesex University l’8 maggio 2008 su Après la finitude. Essai sur la nécessité de la contingence, il saggio che lo ha imposto all’attenzione del dibattito filosofico mondiale. Di seguito, la playlist di una sua conferenza sulla critica della necessità delle leggi di natura e l’intervista di Rick Dolphijn e Iris Van der Tuin pubblicata dal Rasoio di Occam.

La réalité qui le préoccupe n’implique pas tant les choses telles qu’elles sont, que la possibilité qu’elles puissent toujours être autrement.

Alain Badiou, Prefazione a Après la finitesse

Sono materialista perché non credo nella realtà.

Michel Foucault

Nella sua critica del correlazionismo, Quentin Meillassoux individua due principi costituenti l’argomento centrale della filosofia di Kant: il primo è il principio di correlazione, il quale pretenderebbe che il soggetto pensante possa conoscere solo il correlato di pensiero ed essere, in altre parole, ciò che sta al di fuori della correlazione è inconoscibile. Il secondo è chiamato da Meillasoux il principio di fattualità, che sostiene che le cose potrebbero essere diverse da come sono. Tale principio è sostenuto da Kant nella sua difesa della cosa-in-sé quale immaginabile sebbene inconoscibile: possiamo immaginare la realtà in modo radicalmente differente anche se non conosciamo tale realtà.

Secondo Meillassoux, la difesa di entrambi i principi dà come risultato un correlazionismo debole (come quello di Kant e Husserl), mentre il rifiuto della cosa-in-sé porta ad un correlazionismo forte come quello di Hegel, Wittgenstein e Heidegger. Per i correlazionisti forti non ha senso supporre che ci sia qualcosa fuori dal correlato di pensiero ed essere, così il principio di fattualità viene eliminato in favore di un principio di correlazione rafforzato.

Meillasoux segue la tattica opposta nel rigettare il principio di correlazione a vantaggio del principio di fattualità sostenuto nel suo post-kantiano ritorno a Hume. Argomentando in favore di tale principio, Meillassoux è portato a rigettare non solo le leggi di natura, ma anche tutte quelle della logica fatta eccezione per il Principio di Non-Contraddizione – in quanto l’eliminazione del principio di non contraddizione metterebbe a repentaglio il principio di fattualità che rivendica che le cose possono sempre essere diverse da come sono. Rigettando il Principio di Ragion Sufficiente non può esserci giustificazione per la necessità delle leggi fisiche, cioè che mentre l’universo può essere ordinato in un determinato modo, non c’è ragione per cui non debba esserlo diversamente.

Meillasoux respinge l’apriori kantiano in favore di un apriori humiano rivendicando che la lezione da imparare da Hume sul tema della causalità è che

“la stessa causa potrebbe realmente dar luogo ‘cento differenti eventi’ (e persino molti di più)”.

***

Après la finitudeVorrei dire innanzi tutto che sono molto felice di avere l’opportunità di discutere il mio lavoro qui alla Middlesex University e vorrei porgere i miei ringraziamenti agli organizzatori di di questo se­minario, specialmente a Peter Hallward e Ray Brassier [a lui si deve la trascrizione in inglese dell’intervento. NDR]

Andrò ad enunciare e spiegare le tesi fondamentali di After Finitude, specie a riguardo le due fondamentali nozioni di questo libro: quella di correlazionismo e quella del principio di fattualità.

1. Correlazionismo

Chiamo correlazionismo il contemporaneo opposto di qualsiasi realismo.

Il correlazionismo assume molte forme contemporanee, ma particolarmente quelle della filosofia trascendentale, le varianti della fenomenologia, e il post-modernismo. Ma, sebbene queste correnti siano estremamente varie in se stesse, tutte condividono, secondo me, il più o meno esplicito giudizio che non ci sono oggetti, eventi, leggi, esseri che non siano sempre-già correlati con un punto di vista, con un accesso soggettivo. Chiunque sostenesse il contrario – ad esempio, che sia possibile ottenere qualcosa come una realtà in sé, esistente in maniera assolutamente indipendente dal proprio punto di vista, dalle proprie categorie, dalla propria epoca, dalla propria cultura, dal proprio linguaggio, ecc. – costui sarebbe un ingenuo esemplare, o se preferite: un realista, un metafisico, un filosofo dogmatico d’altri tempi.

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