Posts tagged ‘don Milani’

febbraio 4th, 2017

Franco Lorenzoni, I voti e le bocciature fanno male agli studenti e alla scuola

by gabriella

Per una giusta valutazione, tutti devono sostenere la stessa prova: salite sull’albero!

Nel cinquantennale della Lettera ad una professoressa, la riflessione di un maestro sull’isteria valutativa e sulla fabbrica di impotenze apprese che, per l’effetto, la scuola, non soltanto Primaria, sta inevitabilmente diventando. Tratto da Internazionale 10 febbraio 2017.

Alla fine i voti sono rimasti anche nella scuola primaria e media. Ministra e governo hanno avuto paura di andare contro l’opinione prevalente degli insegnanti, già abbondantemente irritati per alcune pessime conseguenze della legge della buona scuola, e contro diversi opinionisti di peso, che vedono nei voti e nelle bocciature i simboli di una scuola seria e rigorosa.

Insegno nella scuola elementare da 38 anni e continuo a domandarmi come sia concepibile affibbiare a un bambino un voto in geografia, italiano o matematica nei primi anni di scuola. A chi stiamo dando quel voto? Al grado di istruzione della sua famiglia? Al grado di ascolto che hanno avuto le sue prime parole a casa? Alle esperienze che ha avuto la fortuna di fare? Al destino che ha fatto giungere proprio qui la sua famiglia da campagne analfabete o dalle periferie di qualche megalopoli africana o asiatica?

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maggio 17th, 2015

Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù

by gabriella

don milaniTratto da L’obbedienza non è più una virtù, [LEF, Firenze, 1965, p. 31] testo polemico con cui don Milani attaccava i topoi ideologici di una cultura benpensante, non democratica e classista. Con la Lettera ai cappellani militari attaccò l’adesione acritica a valori antiumani, decostruendo il concetto di patria e difendendo l’obiezione di coscienza. Ne ricavò una denuncia per apologia di reato. Affidò la sua autodifesa alla Lettera ai giudici, scritta con i ragazzi della scuola di Barbiana.

La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola.

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maggio 17th, 2015

Insuccesso scolastico

by gabriella

insuccesso2Il primo dei concetti chiave tra pedagogia, psicologia e didattica in vista dell’esame di stato. L’insuccesso scolastico indica la difficoltà dell’alunno di adeguarsi alle richieste della scuola e a conseguire i risultati d’apprendimento che questa si prefigge per la generalità degli studenti. Si tratta di una condizione di disagio scolastico strettamente correlata allo svantaggio socio-culturale. In fondo al testo materiali di approfondimento e lessico.

L’insuccesso scolastico si associa quasi sempre all’abbandono scolastico (1), oppure – in presenza di una selezione differita (2) – all’impossibilità dell’alunno di percorrere corsi di studio di livello superiore.

L’insuccesso scolastico è strettamente correlato alla classe sociale di appartenenza degli alunni, alla condizione economica e, soprattutto, culturale dell’ambiente di provenienza. A questo proposito si è parlato di «eredità culturale», come di quel «capitale invisibile» che aiuta gli alunni di ambiente sociale medio-alto ad inserirsi positivamente nei processi di apprendimento e nel clima formativo attivati dalla scuola, e colloca invece gli alunni di ambiente sociale inferiore in una condizione di svantaggio. L’alunno svantaggiato è quasi sempre un alunno che incontra difficoltà a scuola non, come spesso si ritiene, per carenze intellettuali, ma per la povertà degli strumenti culturali che vengono richiesti dalla scuola.

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marzo 6th, 2015

Don Milani

by gabriella

Lettera a una professoressa

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marzo 23rd, 2012

Girolamo De Michele, Per difendere la scuola. L’unica cosa decente che ci resta da fare.

by gabriella

1. Nel maggio 1967, quando viene pubblicata la Lettera a una professoressa, quasi due terzi degli italianiil 63%, per l’esattezza – non è in grado di riassumere un articolo di giornale dopo averlo letto, e più della metà – il 52% – è incapace di applicare nella realtà quotidiana le nozioni di base della matematica. La capacità di comprendere un testo complesso – un romanzo, un articolo di approfondimento corredato da tabelle e cifre – era limitata all’1.9% della popolazione, compresa quella scolarizzata. Mi sembra un quadro eloquente di cos’era l’analfabetismo ai tempi di quella scuola pre-sessantottarda tanto citata oggi, come esempio positivo.

Nei 30 anni che sono seguiti al fatale 1968, la percentuale di analfabeti di ritorno è scesa a poco più del 20% degli scolarizzati, e quella di cittadini attivi, dotati degli indispensabili strumenti per comprendere il mondo ed essere attivi nell’esercizio dei diritti, è salita al di sopra del 10%. Lo ricordo a chi si riempie la bocca con il mantra degli insegnanti che non vogliono farsi valutare: sono questi dati il vero test di valutazione della scuola. E ricordo che stiamo parlando non di risultati rilevati all’uscita dalla scuola, ma di competenze e capacità che si sedimentano nella società attraverso gli anni. Questa è la colpa della scuola italiana: aver combattuto la battaglia di don Milani contro una scuola di classe, cinghia di trasmissione e di assoggettamento del potere e del sapere dominanti. Quando la scuola italiana ha cominciato a scalfire questo dispositivo, sono iniziati gli attacchi alla scuola pubblica.

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luglio 25th, 2011

La parola ci fa uguali

by gabriella

I problemi dell’unificazione linguistica degli italiani dialettofoni e quelli degli anni ’60 dopo l’unificazione della scuola media e l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 14 anni, con le esperienze di don Milani, Mario Lodi e don Roberto Sardelli. Tratto da una lezione di Maria Giuseppa LoDuca.

non tacereFinché ci sarà uno che conosce 2000 parole e un altro che ne conosce 200,
questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali.

Gli allievi di don Roberto Sardelli

1. Inquadramento storico

Il primo dato storico e sociologico da avere ben chiaro è che l’idioma chiamato, a partire dal Cinquecento, «italiano» (formatosi attraverso la stilizzazione del dialetto fiorentino trecentesco, arricchito di latinismi e depurato di tratti locali), questo idioma è rimasto per secoli appannaggio nemmeno delle classi dirigenti, ma (fuori di Firenze, delle maggiori città toscane e di Roma) appannaggio quasi esclusivo della gente di lettereA metà Ottocento, da Torino a Napoli, da Milano a Venezia, sappiamo che la grande borghesia urbana e le residue aristocrazie conoscevano, come lingua di cultura, assai meglio il francese che non l’italiano… Fuori della Toscana e di Roma, l’italiano era una lingua puramente libresca, nota, come tale, soltanto a una minoranza esigua della popolazione: lo 0’8%. L’italiano era una lingua straniera in patria. Negli Stati regionali preunitari, e nelle varie regioni dell’Italia unita, classi borghesi e popolari si incontravano e intendevano grazie all’uso dei dialetti e di altri idiomi, le lingue minoritarie (De Mauro, 1977b, 96-97).

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