Posts tagged ‘Durkheim’

febbraio 23rd, 2017

Status e ruolo

by gabriella

Origine e significato del concetto di status

Indicatori di status sociale

Indicatori di status

Con il termine latino status si intende la posizione occupata da un individuo nella società. La posizione sociale è una determinata condizione in un sistema di relazioni, alla quale sono connessi diritti o doveri, e un certo grado di prestigio (onore, rispetto, deferenza) corrispondente a qualche forma di ricchezza o proprietà, di potere o d’in­fluenza. In questa accezione lo status identifica e segnala una posizione sociale, mentre il ruolo ne è la conseguenza sul piano normativo; prescrive, cioè i comportamenti conformi allo status.

Nell’antica Roma, il termine status indicava la condizione giuridica di una persona, ovvero la sua idoneità ad essere il sog­getto di un determinato diritto civile, politico, patri­moniale. Era detta status libertatis la condizione di una persona che nasceva libera, o lo diventava per concessione del padrone o per affrancamento; status civitatis la condizione di cittadino romano, spettante per na­scita o per riconoscimento legale; status familiae la condizione di membro di una familia o di un casato. Nel diritto romano era pertanto implicita la distin­zione tra status e posizione, cioè la consapevolezza della natura convenzionale dello status, come mostrano i casi in cui ad uno degli occupanti di un medesimo officium (servizio, posto, carica, corrispondente appunto a posizione) era attribuito per merito uno speciale status, o i casi di acquisto o perdita dello status civitatis, la cittadinanza romana. Ai romani non sfuggiva nemmeno la natura relazionale e produttrice di diseguaglianza dello status, poiché il filius ne aveva uno meno prestigioso di quello del pater, mentre lo schiavo o lo straniero non ne avevano nessuno.

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gennaio 20th, 2016

Gabriel Tarde, Che cos’è la società?

by gabriella

Sulla natura culturale dei sentimenti

Gabriel Tarde (1843 - 1904)

Gabriel Tarde (1843 – 1904)

In uno scritto del 1884, uscito su una rivista filosofica parigina e intitolato Che cos’è la società, Gabriel Tarde, scienziato sociale a lungo oscurato dalla fama di Durkheim, descriveva la condizione dell’uomo in società come il

«non avere che idee suggerite e crederle spontanee»,

Durkheim

Émile Durkheim (1858 – 1917)

concludendo che

«tale è l’illusione del sonnambulo come dell’uomo sociale».

Le prove addotte da Tarde circa la natura artificiale, non naturale, delle opinioni e dei sentimenti umani sono tratte, come in tutta la sociologia delle origini (a partire dalle Lettere persiane di Montesquieu) dalla diversità culturale. Come mostra il sociologo, anche ciò che sembra più naturale in una cultura è “respinto con orrore” in un’altra, come

«l’amore paterno nei popoli per i quali lo zio materno veniva prima del padre, la gelosia in amore nelle tribù in cui regnava la comunanza delle donne, ecc.».

Sarà Durkheim a rendere ancora più perentoria l’osservazione di Tarde e ad indicare nelle istituzioni sociali il luogo d’origine dei sentimenti, delle convenzioni, delle opinioni umane:

è perché esiste il matrimonio che amo mia moglie .. è perché ho introiettato l’obbligazione sociale di proteggerli che amo i miei figli.

 In altre parole,

l’uomo non è, nella sua essenza che l’insieme dei rapporti sociali [Marx, Sesta tesi su Feuerbach]

 

Che cos’è una società?

tarde1Che cos’è una società? Si è in genere risposto: un gruppo di individui diversi che si rendono mutui servizi. Da questa definizione chiara quanto falsa sono nate tutte le frequenti confusioni tra le cosiddette società animali, o la maggior parte di esse, e le uniche, autentiche società, delle quali, sotto un certo riguardo, quelle animali costituiscono un piccolo numero.

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luglio 30th, 2014

Durkheim

by gabriella
Emile Durkheim (1585 - 1917)

Émile Durkheim (1858 – 1917)

La società è anzitutto una forza morale, la cui coesione è concepita in termini di credenze religiose, politiche, morali.

Émile Durkheim, Il suicidio

Nato in Lorena da una famiglia ebrea, la vita di Durkheim fu condizionata in modo determinante dalla guerra. A causa della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana (1870-1) e dell’annessione all’impero prussiano dell’Alsazia e della Lorena, la sua famiglia si spostò a Parigi per non passare sotto il governo tedesco. Nella prima guerra mondiale, della quale può essere considerato una vittima morale, perse poi l’unico figlio, numerosi allievi dei suoi corsi alla Sorbonne e l’inclusione in un paese che cominciava a stigmatizzare il suo cognome tedesco – proprio lui che nutriva forti sentimenti nazionalisti – oltre al suo ottimismo intellettuale circa la capacità di autoregolazione delle società moderne e la loro capacità di risolvere pacificamente i conflitti. Gravemente prostrato, ne morirà  nel 1917 a soli cinquantanove anni.

 

La sociologia come scienza

Émile Durkheim ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della sociologia come scienza, alimentando un dibattito serrato sull’autonomia della disciplina dalla filosofia e dalle altre scienze umane e dandole dignità accademica, insegnandola per primo all’Università di Bordeaux (1857) – il corso prese il nome di Sciences sociales –, poi alla Sorbonne (1902), dove tenne fino al 1911 importanti corsi sull’educazione [L’éducation morale, 1902-3; L’évolution pédagogique en France, 1904-5; Éducation et société, 1922] da una prospettiva sociologica.

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maggio 24th, 2014

Carlo Formenti, Fenomenologia del suicidio economico

by gabriella
durkheim

Emile Durkheim (1858 – 1917)

Traggo dal suo blog su Micromega, questa recensione di Formenti a Suicidi, di Anna Simone, che è anche una ripresa del dibattito sul suicidio anomico di Durkheim.

Pur essendo stato un cavallo di battaglia di uno dei padri fondatori della sociologia, Émile Durkheim, il tema del suicidio non è fra quelli affrontati più di frequente dai suoi colleghi e successori. A occuparsene, ricorda infatti Anna Simone nella raccolta di saggi intitolata “Suicidi. Studio della condizione umana nella crisi”, che ha curato per l’editrice Mimesis, sono soprattutto psichiatri e psicologi, come se il problema potesse essere trattato solo scandagliando la psiche individuale e collettiva.

Per allargare, se non per rovesciare, tale prospettiva, Anna Simone – ricercatrice di sociologia giuridica presso l’università di Roma 3 – prende le mosse proprio dalla lezione di Durkheim, il quale proponeva di assumere il tasso suicidario di una società come indicatore della sua capacità o meno di generare integrazione sociale (quanto più debole il legame sociale tanto più elevato il numero dei suicidi). Analizzando il suicidio come fatto sociale, Durkheim ne classificava diverse tipologie, fra cui quella che definiva “suicidio anomico”, mettendola in relazione con il venir meno di un complesso di norme e valori condivisi, fenomeno tipico dei periodi di transizione e di crisi.

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settembre 9th, 2013

Zygmunt Bauman, Non c’è spiegazione senza teoria

by gabriella

BaumanUn’intervista a Zygmunt Bauman sulle sfide che le scienze quantitative pongono alle scienze umane (storiche, idiografiche o dello spirito). La Repubblica, 8 settembre 2013.

Da una parte le neuroscienze spiegano ogni azione umana in termini di funzioni del cervello. Dallaltra i Big Data promettono di rendere computabile qualsiasi trend sociale. Professore, la sua è una disciplina in via di estinzione?

Non direi. Le scienze sociali, o scienze della cultura, stanno a metà strada tra scienze e umanesimo. E oscillano tra due modelli teorici, quello di Emile Durkheim e quello di Max Weber, e le loro numerose riscritture.

Ci riassume le differenze?

Durkheim, ardente positivista, proponeva il metodo scientifico universale e lo applicava al regno dei fatti sociali, che considerava realtà come le altre perché determinano i comportamenti. Weber, anti-positivista, riconosceva che la sociologia è una scienza, però diversa da quelle che si occupano della natura. Non per il terreno che coltiva, ma per il metodo di coltivazione. Nel senso che non si ferma alla spiegazione (trovare le cause) ma procede verso la comprensione (trovare il significato). Un naturalista può descrivere tutto di un albero ma non, ovviamente, come si sente. Questo è il lavoro del sociologo: cercare di capire gli oggetti del suo studio.

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giugno 12th, 2013

Gianfranco Bettin, Il conflitto sociale

by gabriella
scontri a Roma 15 ottobre 2011

scontri a Roma 15 ottobre 2011

Il corso monografico che il prof. Bettin (Unifi) ha dedicato al conflitto sociale (a.a 2001-2001).

1. Il conflitto nelle scienze sociali. 2. Il conflitto: una definizione sociologica e problematica. 3. Il conflitto sociale nel pensiero sociologico classico. 4. Ralf Dahrendorf: nuove tendenze del conflitto di classe. 5. Lewis Coser: genesi e forme del conflitto. 6. Dahrendotf e le dimensioni empiriche del conflitto. 7. Randall Collins: conflitto e mutamento istituzionale. 8. Conflitto e comunicazione nella sociologia di Niklas Luhmann. 9 Niklas Luhmann: conflitto e complessità. 10. I nuovi conflitti sociali. 11.Globalizzazione, società multiculturale e conflitti etnici. Bibliografia.

1.Il conflitto nelle scienze sociali

Il concetto di conflitto è senza dubbio un concetto centrale nell’apparato conoscitivo elaborato dalle scienze sociali contemporanee. La sua importanza è ampiamente testimoniata dalla vastissima bibliografia dedicata al tema da alcune discipline non sempre strettamente apparentabili come l’economia, l’antropologia culturale, la psicologia sociale e la sociologia. Non a caso il concetto di conflitto è stato adottato come una delle chiavi di lettura della variegata fenomenologia sociale del nostro tempo ed ha rappresentato il fulcro di una teoria generale dalle molteplici applicazioni da cui si è originata una disciplina distinta: la polemologia. Non è questa la sede più idonea per effettuare una rassegna delle definizioni che del conflitto sono state date anche perché ogni scienza sociale presenta una definizione specifica congruente con il suo punto di vista analitico ed insiste su di un ambito altrettanto specifico di applicazione. E’ comunque opportuno qualche esempio.

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febbraio 11th, 2012

Durkheim, l’educazione come riproduzione sociale

by gabriella

Durkheim, Education et sociologie, 1922. Traduzione mia dall’originale francese (a cui si riferisce la numerazione di pagina).

La società si trova […] ad ogni nuova generazione, in presenza di una tavola pressoché rasa, sulla quale deve costruire con sforzi rinnovati. Occorre che, mediante gli accorgimenti più rapidi, all’essere egoista ed asociale che viene al mondo ne venga sovrapposto un altro, capace di condurre una vita morale e sociale. Ecco qual è l’opera dell’educazione: e se ne scorge tutta la grandezza. Essa non si limita a sviluppare l’organismo individuale nella direzione indicata dalla sua natura, a rendere apparenti dei poteri nascosti che non domandavano che di manifestarsi. Essa crea nell’uomo un essere nuovo.

Émile Durkheim, Corsi sull’educazione, 1902-1911

Con i suoi corsi alla Sorbona sull’educazione, Durkheim inaugura il peculiare sguardo sociologico sul fenomeno educativo. La sua sua riflessione muove, in primo luogo, dalla critica alla concezione individualistica dell’educazione che, da Stuart Mill a Kant, la interpreta come l’azione di sviluppare il potenziale individuale e di portare l’individuo alla piena umanizzazione:

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dicembre 17th, 2011

Nique-la-police, Il significato sociale del suicidio in un omicida di massa

by gabriella

La mattina del 20 agosto 1986 Patrick Sherrill, postino a tempo determinato di Edmond (Oklahoma), si recava al lavoro come sempre. Con la divisa da lavoratore delle poste del luogo, con ancorextreme killinga viva nella memoria la reprimenda che il capo gli aveva fatto il giorno precedente, e con un arsenale di armi e munizioni dentro la borsa al posto delle lettere. Entrò, come d’abitudine, in ufficio alle 6,45 del mattino e prima dell’orario dell’apertura al pubblico tirò fuori l’arsenale uccidendo in un quarto d’ora 14 colleghi e ferendone gravemente sette. Prima dell’apertura al pubblico, e dell’arrivo dei colleghi con il quali non aveva litigato, si suicidò. Balza agli occhi il fatto che nonostante questo tragico episodio, che fece più morti della strage di Piazza Fontana, la televisione americana via cavo Cnbc, che si occupa di notizie finanziarie, definisce Edmond come uno dei “dieci perfetti sobborghi d’America”. Bisogna dire che televisione italiana, che non è seconda a nessuno in materia di orrori giornalistici, non riuscirebbe a mettere in una traduzione italiana di questa speciale classifica né Cogne né Garlasco.

Questo caso, noto alla stampa americana e riportato da un testo di Jack Levin e James Fox (Extreme Killing, Understanding Serial and Mass Murder, Sage 2011), serve nei testi scientifici per spiegare che l’omicidio di massa da parte di un singolo individuo manifesta quasi esclusivamente caratteristiche selettive. L’omicida seleziona, secondo il proprio vissuto e la propria cultura di riferimento, la tipologia di vittime da colpire. Certo in una sparatoria ci sono drammatici effetti collaterali, l’uccisione di passanti o di qualche poliziotto intervenuto, ma l’esplosione omicida avviene quasi sempre grazie ad un criterio di selezione della vittima.

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ottobre 15th, 2011

L’attimo fuggente

by gabriella

E’ vano credere che noi possiamo allevare i nostri figli come vogliamo. Ci sono costumi ai quali siamo tenuti a conformarci: se vi deroghiamo troppo fortemente, essi si vendicheranno sui nostri figli. Questi, una volta adulti, non saranno in grado di vivere in mezzo ai loro contemporanei, coi quali non sono in armonia. Che siano stati allevati con idee troppo arcaiche o troppo innovative, non importa, nell’un caso come nell’altro, non erano adatte al tempo e, di conseguenza, non li hanno messi nelle condizioni di vita normale. C’è dunque, in ogni momento, un tipo  d’educazione regolatore da cui non possiamo allontanarci troppo senza urtare contro vive resistenze che contengono le velleità dei dissidenti.

Emile Durkheim

Il prof. Keating (interpretato da Robin Williams) propone un modello alternativo di scuola e di educazione che né il tradizionalista Welton College, né la società americana degli anni ’50 (un “attimo” prima della rivoluzione culturale degli anni ’60) possono accettare. Keating invia così ai suoi studenti un messaggio “di rottura” (simbolicamente rappresentata dallo strappo della prima pagina del manuale di letteratura) di cui il povero Neil, figlio di un uomo educato al culto puritano del dovere e inasprito dall’american way of life (che di questo culto è l’applicazione in versione individualista e ipercompetitiva), finisce per restare vittima.

Il professore ha ragione, dobbiamo amare i poeti e fare della nostra vita qualcosa di straordinario, ma ha torto nel ritenere che il proprio modello educativo sia compatibile con il Wolton e con il suo contesto sociale. Le due realtà sono invece inconciliabili e destinate ad entrare in collisione, ed è proprio l’assenza di consapevolezza di Keating al riguardo (la conquisterà infatti solo davanti al suicidio di Neil) a scatenare il dramma : “rompere” un sistema ed edificarne un altro sono infatti cose da adulti, non da ragazzi. Nemmeno lui quindi ha saputo “cogliere l’attimo”, cioè comprendere in profondità non solo il proprio spirito (che si dà storicamente, cioè in un momento dato), ma anche il proprio tempo.


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