Posts tagged ‘euro’

maggio 28th, 2016

Alberto Bagnai, Che cos’è la produttività

by gabriella

Nel discorso di insediamento del nuovo presidente di Confindustria un’idea ingegneristica, semplice e intuitiva  (dunque inautentica), della produttività. Nell’articolo sottostante Bagnai mostra invece come la produttività non sia l’aumento di unità di prodotti per ora lavorata, ma una misura dipendente da variabili macroeconomiche.

Quale produttività?

Intanto vi ricordo che in economia il termine “produttività” ha tante accezioni, e che la produttività della quale si parla nel dibattito corrente è precisamente la produttività media del lavoro, definita come valore aggiunto per addetto, cioè:
L’idea è quella di misurare quale sia il “rendimento” medio, in termini di produzione, dell’input di lavoro, con l’idea di per sé condivisibile che più è e meglio è.

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febbraio 9th, 2015

Varoufakis, Il debito (schuld) e la morale della formica

by gabriella
formica

La morale della formica

Yanis Varoufakis ha fornito la propria interpretazione della morale del debito (schuld, in tedesco, significa anche colpa) in alcune recenti interviste. Nella prima (frammento tradotto da Mauro Poggi) racconta il dialogo con uno dei membri della Commissione europea, nella seconda, offre una scanzonata, ma efficace rilettura della favola di Esopo narrata all’elettore tedesco ogni notte per conciliargli il sonno.

Bene, lasci che le racconti quello che mi è capitato a Bruxelles circa un anno e mezzo fa, parlando con uno dei Commissari di cui non farò il nome qui. Gli avevo obiettato che come economista ritenevo abbastanza idiota aumentare l’IVA in un paese dove la recessione stava partendo a razzo. Quello che intendevo sottolineare era una semplice evidenza macroeconomica: quando la domanda crolla, se aumenti l’IVA finisci con l’avere minori entrate di tasse indirette; i prezzi aumentano e i redditi cadono, perché la domanda crolla ancor più rapidamente.

Così ho domandato al Commissario: “Perché lo state facendo? L’Obiettivo dell’Unione europea non è aumentare le entrate anziché soffocarle?”. Le dico quale fu la risposta: “Lei ha perfettamente ragione. Sappiamo che il risultato è questo, ma è una lezione che cerchiamo di insegnare all’Italia, a Roma in particolare – al Governo di Roma, su cosa si dovrebbero aspettare che accadrà loro se non fanno quello che gli viene detto“.

[un taglio imperfetto del video ha cancellato le ultime parole]

Il commento di Krugman è stato: “l’Europa dovrebbe smettere di sostituire l’analisi alla morale”. Personalmente, tendo a pensare piuttosto, come suggerisce sotto Varoufakis, che una parte dell’Europa, incanti l’altra metà con la morale [e me ne convinco sempre di più pensando alle infinite tirate di Bagnai sull’idiozia degli economisti eurofili: il nemico spesso finge di essere tonto, tanto più quando ha di fronte chi pensa d’essere l’unico sveglio] o meglio, la terrorizzi e catechizzi insieme, come sempre.

 

Il debito (schuld) e la morale della formica

Esopo

Esopo (620 – 564 a. C.)

E’ tutta colpa di Esopo e della sua favola della formica e della cicala. E’ una buona favola, purtroppo però in Europa predomina la stranissima idea per cui tutte le cicale sono a Sud e tutte le formiche a Nord. Ma in realtà abbiamo formiche e cicale ovunque. Quanto accaduto prima della crisi – nella mia revisione della favola di Esopo – è che le cicale del Nord e le cicale del Sud, banchieri del Nord e banchieri del Sud – poniamo il caso – si allearono per creare una bolla, una bolla finanziaria che li ha enormemente arricchiti, permettendo loro di cantare e oziare al sole. Intanto le formiche del Nord e del Sud lavoravano in condizioni sempre più difficili, anche in tempi buoni.

Il potere, l’Europa e il debito secondo Yanis Varoufakis, nell’intervista rilasciata a Joanna Jaufer di SinPermiso e pubblicata in traduzione da popoffquotidiano.

Nella riunione con Scheuble, Varoufakis ha usato un’altra metafora animale, paragonando i greci ai «canarini della miniera».

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ottobre 26th, 2013

Fabrizio Gatti, Senza Welfare

by gabriella

invaliditàIn questa inchiesta di Fabrizio Gatti per L’Espresso del 25 ottobre, le storie di donne, uomini, bambini invalidi abbandonati a famiglie che non hanno i mezzi per curarli. In nome del fiscal compact, del pareggio di bilancio e dell’avanzo primario.

«Il mio bimbo si chiama Loris, scusi se ho scritto Lollo nell’email, ma era il nome che lui diceva quando gli veniva chiesto come ti chiami», rivela il suo papà: «Sì, il mio bimbo, fino a quel giorno che vorrei cancellare e cioè il 23 aprile 2012, stava benissimo. Era un bimbo sanissimo di due anni e mezzo. Poi un’emorragia al cervelletto e il mondo cambia, la vita diventa difficile e tutti ti chiudono le porte».

Ma uno Stato può chiudere le porte e sacrificare i suoi cittadini più deboli? L’Italia, anche quella dei pregiudicati che frodano il fisco e pretendono di continuare a sedersi in Parlamento, la risposta se l’è già data. Chiara e tonda: un sì, netto e drammatico. Non siamo ancora all’eutanasia imposta alla Grecia dall’Unione Europea per non far crollare l’euro. Ma non siamo lontani: anzi, con i recenti tagli alla spesa sociale le persone non autosufficienti sono già state sacrificate. In nome del fiscal compact, il patto di bilancio europeo. Con tutte le sue conseguenze.

Basta ascoltare i racconti dei lettori che hanno partecipato a questa inchiesta dell’Espresso. E guardare il nostro Paese dagli occhi di piccoli e adulti che per vivere, studiare, lavorare hanno bisogno di aiuto. Al punto che Lollo, sopravvissuto all’emorragia, adesso non può accedere alla riabilitazione di cui ha bisogno. Mentre a Milano e in altre città ci sono bambini che frequentano la scuola dell’obbligo soltanto per 11 ore la settimana, dopo che il ministero ha ridotto le spese per gli insegnanti di sostegno. E altri ragazzi proprio in questi giorni rischiano di dover rinunciare agli studi perché i Comuni non pagano più il trasporto e i bus di linea sonoi barriere archiettoniche con le ruote. Oppure bisogna osservare l’Italia dalle finestre di donne e uomini invalidi che, prigionieri dei loro appartamenti, sopravvivono a fatica visto che l’Inps a ogni verifica sospende l’assegno anche per diciotto mesi.

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agosto 24th, 2013

Alberto Bagnai, La scienza contro l’opinione e l’informazione

by gabriella

BagnaiEra parecchio che non leggevo una dimostrazione platonica così frizzante e convincente. L’occasione è la garbata lettera di un  giovane universitario che chiede al professore di indicargli della letteratura di indirizzo opposto a quello da lui difeso, nonché l’opinione su un tema già affrontato.

Bagnai coglie l’occasione per demolire con la consueta divertita irruenza le tesi comuni sulla liceità di ogni opinione (cioè dell’errore e della menzogna) senza cadere nell’aristocratica condiscendenza verso il giovane o l’ignorante: che il giovane si faccia saggio e l’ignorante studi è infatti necessario in democrazia.

Ho evidenziato in rosso i passaggi cruciali, in verde i miei commenti.

Una domanda lecita (?)

Ricevo da un lettore questa lettera, che commento brevemente e offro alla vostra discussione:

Professor Bagnai buonasera.

Le faccio innanzitutto i complimenti per il lavoro di divulgazione che sta svolgendo e che già ha svolto nel corso di questi mesi con indefessa passione ed efficacia comunicativa insolita tra gli economisti. Come me ha avvicinato molta gente alla materia economica e ha reso palese, con dovizia di argomentazioni, quanto il modello economico adottato da un Paese (o gruppo di Paesi) possa influire sulle scelte politiche e sugli ordinamenti dei singoli Stati (o esattamente il contrario). Sono un laureando in Farmacia e grazie agli strumenti da lei forniti ho potuto avere un approccio “soft” ed entrare umilmente in meccanismi che, diversamente, mi sarebbero rimasti per sempre oscuri.

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marzo 20th, 2013

Maurizio Donato, Fatica sprecata. Produttività e salari in Europa

by gabriella

lavoro-usaLa produttività del lavoro dipende dalle innovazioni tecnologiche, dall’organizzazione della produzione, dalla dimensione e dai settori in cui le imprese operano; il livello dei salari, normalmente oscillante attorno alla sussistenza, dipende dalla forza contrattuale dei lavoratori. Gli stessi dati contenuti nel testo presentato dal presidente della BCE all’ultimo vertice europeo di Bruxelles, se inquadrati in una prospettiva logica e temporale differente, confermano che per circa tre decenni i salari reali in Europa e in tutti i paesi industrializzati sono cresciuti meno della produttività. Se si considera la dimensione relativa del salario, le evidenze empiriche disponibili illustrano una riduzione costante e generalizzata della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori.

La crisi non colpisce tutte le classi sociali allo stesso modo: la quota di salari diminuisce e quella destinata ai profitti cresce.

Quota dei salariLa questione del rapporto tra produttività, salari e distribuzione del reddito è una delle più controverse sia dal punto di vista teorico che della conseguente efficacia delle politiche economiche. La drastica diminuzione del salario registrata negli ultimi 30 anni in tutti i principali paesi industrializzati con la conseguente modifica della sua quota relativamente ai profitti viene spiegata dalla teoria “ortodossa”[1]  in questo modo: la dinamica dei salari dipende da quella della produttività del lavoro; se si vogliono aumentare i salari bisogna che cresca la produttività.

Se  volessimo limitare l’analisi agli ultimi dieci anni dovremmo registrare che per tutti i paesi europei, tranne – ma in misura praticamente insignificante – l’Italia, la produttività misurata alla fine del periodo è più alta di quella di dieci anni prima. Le normali differenze tra paesi che si registravano nei primi anni del secolo persistono, con le economie più forti che possono giovarsi di modelli tecnologici e organizzativi più avanzati di quelli a disposizione degli altri.

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marzo 8th, 2013

Luciano Barra Caracciolo, Sindacato costituzionale sulla normativa in materia economica

by gabriella

costituzione1Orizzonte 48, blog di alta scuola giuridico-economica, ha ripubblicato questo saggio dedicato alla compatibilità costituzionale delle manovre di bilancio. La riflessione del giurista parte dal possibile sindacato di adeguatezza e ragionevolezza su politiche che peggiorano i parametri economici che intendono migliorare e degradano, così facendo, le condizioni di vita del popolo sovrano.

Si tratta di una ricognizione completa delle ragioni per cui gli anticorpi istituzionali avrebbero già da tempo – si vedano ad esempio, gi studi di Lorenzo Dorato sull’incostituzionalità delle liberalizzazioni degli anni ’90 e di Gaetano Bucci su quella del pareggio di bilancio – dovuto sterilizzare la minaccia portata da organismi estranei al benessere della società italiana (ed è per questo utile), anche se confesso che proprio tanta accuratezza davanti a una non casuale inerzia mi appare sempre più naïf.

Nel video sottostante, Caracciolo sembra quasi rispondere a simili obiezioni esaltando il valore della critica e citando Giuliano l’apostata e Spinoza, esegeti del corpus giuridico medievale e del Talmud, le “scritture del nemico” o comunque di “ciò che opprimeva un’intera comunità”.

I- PREMESSA

La situazione economica attuale impone di considerare un problema di natura logica e costituzionale di enorme portata.
Se, obiettivamente, la politica legislativa seguita dai governi (e dal Parlamento), per i risultati “misurati” sugli stessi parametri e indicatori che tale politica afferma di voler ”migliorare”  (vedremo poi in che senso), produce l’effetto di peggiorare la situazione economica medesima, – ampliando, per durata e misura, la più lunga recessione del 2° dopoguerra,  è possibile arrivare a un sindacato di ragionevolezza della Corte costituzionale che salvaguardi la Costituzione stessa (in tutti i suoi principi fondamentali) e, con essa, il suo sub-strato sociale, in cui risiede la Sovranità secondo l’art.1 Cost.?
La domanda parrebbe enfaticamente retorica, dovendosi ritenere scontata la risposta positiva, se non fosse contraddetta dalla realtà, che ci mostra una sostanziale “inerzia istituzionale” nell’accettare politiche economico-finanziarie, che non possono, viceversa, ritenersi scientificamente attendibili, prima ancora che conformi allo “Spirito” complessivo della Costituzione.
febbraio 22nd, 2013

Sergio Cesaratto, Un post-mercantilismo einaudiano di serie B

by gabriella

sergio-cesarattoStralcio dal lungo articolo di Sergio Cesaratto, L’agenda rossa. Note sul programma del centro-sinistra, la parte introduttiva dedicata alle scelte di politica economica della cosiddetta classe dirigente italiana nel secondo dopoguerra.


Il disegno della borghesia italiana

Le classi dominanti italiane muovono dalla tradizionale constatazione che il paese è privo di materie prime e risorse naturali esportabili, è tecnologicamente di seconda linea e soffre di eccesso di manodopera (nonostante il calo demografico ampiamente compensato, peraltro, da un’ampia tolleranza verso i flussi migratori, altro cavallo di battaglia della sinistra nostrale). Se ne deduce che la crescita italiana dipende fondamentalmente dal generare un flusso di esportazioni sufficiente a finanziare le importazioni di energia, materie prime e tecnologia comprimendo salari e domanda interna. La disponibilità dei mercati internazionali in una condizione di disciplina sindacale, con la Fiom fuori dai cancelli tanto per capirci, avrebbe consentito al paese uno sviluppo di questo tipo, il miracolo economico a cavallo degli anni 1950 e ’60.

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gennaio 25th, 2013

Luigi Pandolfi, La logica del debito spiegata ai bambini

by gabriella

meccanismo debitoL’articolo di Luigi Pandolfi torna su meccanismi che chiunque abbia letto i giornali nell’ultimo anno conosce già. Ciò che aggiunge è la geniale chiarezza di una sintesi che permette di cogliere la logica circolare dei flussi finanziari che dalle nostre tasse vanno alle banche e dalle banche tornano al debito sovrano addizionati di forti interessi. Pandolfi mostra infatti come l’ideologia del risanamento ponga l’accento sulla riduzione della spesa pubblica, occultando accuratamente il meccanismo di nuovo indebitamento introdotto (MES) per orientare i flussi di denaro dai cittadini europei alla speculazione finanziaria. Il FMI e i governi europei, insomma, non stanno sbagliando le loro previsioni (come qualche commentatore suggerisce), ma stanno consapevolmente alimentando un aumento dei debiti sovrani che sostituisce il denaro buono che abbiamo in tasca ai titoli tossici detenuti dalle banche (Monte dei Paschi docet). E’ il meccanismo del debito permanente. Considerato che l’ammontare complessivo della carta straccia detenuta dalle banche è nove volte la ricchezza mondiale, possiamo essere certi che questo meccanismo mortale andrà avanti fino a quando i cittadini europei smetteranno di permetterlo.

La campagna elettorale sta entrando nel vivo, ma, com’era facile prevedere, visti gli attori in campo, i temi veri, quelli che afferiscono al futuro del paese ed alla sua capacità di vincere le sfide che ha davanti, rimangono inspiegabilmente sullo sfondo.

E tra i temi veri, vale la pena ricordarlo, c’è quello che riguarda i nostri impegni con l’Unione europea e le sue strutture tecnico-finanziarie. Insieme a quello, correlato, della compatibilità del nostro diritto al futuro con le scelte finora compiute sul terreno della costruzione dell’Europa monetaria.

Nel luglio del 2012 il nostro Parlamento ha ratificato, in un clima che potremmo definire inerziale, due importanti trattati, quello sul Fiscal compact e quello sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).

Il primo impegna il nostro paese a ridurre il debito pubblico nei prossimi venti anni, fino a portarlo entro la soglia stabilita dal Trattato di Maastricht (60% del PIL). Considerato che il debito italiano ammonta ormai a circa 2000 miliardi di Euro, che in rapporto al prodotto interno fa il 127%, per raggiungere l’obiettivo del trattato bisognerà rastrellare circa 900 miliardi di Euro in venti anni, 50 ogni anno, 150 milioni ogni giorno.

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luglio 20th, 2012

Rodolfo Ricci, Italia, ratificato il Fiscal Compact. Ora non ci resta che uscire dall’euro

by gabriella

Nel più ampio silenzio mediatico che si sia mai registrato (assenza di servizi radiotelevisivi pressoché totale, autocensura  della quasi totalità dei giornali), la Camera dei Deputati ha ratificato oggi, con grande zelo e senza alcun dibattito significativo, con l’opposizione di 65 parlamentari di Italia dei Valori e Lega e con l’astensione di altri 65 parlamentari, il cosiddetto “Fiscal Compact”, che entrerà in vigore il prossimo gennaio a condizione che almeno 12 paesi lo abbiano ratificato (al momento erano solo 9, Cipro, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Portogallo, Romania e Slovenia).

L’Italia è quindi il decimo paese. Come si vede non ci sono ancora né Francia, né Germania, paese in cui la Corte Costituzionale si è riservata di emettere, entro Settembre, la propria sentenza sulla compatibilità o meno con la Grundgesetzt (Legge fondamentale). Il «fiscal compact» prevede infatti, come punti centrali, “l’impegno delle parti contraenti ad applicare e ad introdurre, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, con norme costituzionali o di rango equivalente, la ‘regola aurea’ per cui il bilancio dello Stato deve essere in pareggio o in attivo”, provvedimento che limita definitivamente e rende permanente, almeno per i prossimi 20 anni, la sovranità dei singoli paesi che lo accettano, in materia di politica economica e sociale.

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giugno 8th, 2012

Breve storia delle politiche monetarie italiane

by gabriella

Traggo dal blog Voci dall’estero, questo utile articolo ispirato al libro di Francesco Carlucci, L’Italia in ristagno, Milano, Angeli, 2008.

Il Serpentone

Nel 1973 l’Italia aderì al primo tentativo fatto in Europa di integrazione monetaria denominato “serpente monetario”, dove i paesi aderenti si impegnavano a mantenere le proprie valute ancorate al marco entro una banda di oscillazione, e insieme fluttuare nei confronti del dollaro. Le autorità di governo allora si accorsero abbastanza presto che la creazione di un sistema di cambi fissi tra economie non perfettamente integrate può fortemente danneggiare alcune delle economie avvantaggiandone altre, e che l’Italia non era in grado di migliorare nel breve periodo le debolezze strutturali della sua economia per adeguarne la competitività a quella dei partners più forti, quindi per evitare di mandare il paese in stagnazione, decisero velocemente di uscire dal serpente.

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