Posts tagged ‘Europa’

marzo 28th, 2017

Europa

by gabriella

il 7% della popolazione mondiale (incluso il Regno Unito)

età media 45 anni

il 25% del PIL mondiale

il 50% spesa socio-sanitaria mondiale

 

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novembre 8th, 2015

Migranti

by gabriella
kazimir_malevich_quadrato_nero_1915

Kazimir Malevich, Quadrato nero – 1915

I migranti che l’Europa non vuole: un viaggio all’inferno tra naufragi, imprigionamenti e marce che durano anni.

[Attenzione: la pagina contiene un file video del TG3 che si apre automaticamente trasmettendo pubblicità. Disattivare la scheda audio dal proprio browser, oppure scorrere fino a metà pagina ed escludere manualmente l’audio]. 

«La tecnica dei semplificatori del mondo, santi inquisitori o cinici demagoghi che siano,
pare essere sempre quella dell’espulsione della paura oltre i confini del gruppo, o almeno ai suoi margini.
Localizzando lì, nel nemico poi nello straniero, la colpa della crisi avvertita o temuta,
s’ottiene di dar vita a un ulteriore “luogo comune” sostitutivo o di rinforzo.
Capita così che il nero, l’ebreo, lo zingaro, o come avviene sempre di più, l’immigrato,
assumano il ruolo di pharmakói, di capri espiatori: insieme veleno e antidoto,
responsabili del disordine e, in quanto vittime immolate, propiziatori dell’ordine».

Roberto Escobar, Metamorfosi della paura, 1997

«Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione».

Arthur Bloch

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al temine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

Se questo è un uomo, Einaudi

 

L'”emergenza” migranti

[Fonte: The Submarine] La Carnegie Mellon University di Pittsburgh ha creato una mappa animata che permette di visualizzare l’entità e la direzione dei flussi migratori. Ogni 17 rifugiati un punto. Si noterà che la nostra “emergenza migranti” neanche si vede.

La retorica per cui il flusso di migrazione della Siria sia principalmente rivolto verso l’Unione Europea è istantaneamente smentita: è immediatamente evidente come le persone si fermino negli stati confinanti, e che solo una microscopica minoranza decida — o meglio, si trovi costretta per concause — ad avventurarsi molto più lontano, verso l’Europa e l’Italia.

E questo è niente: è sufficiente zoomare verso l’Africa per assistere a flussi migratori ancora più imponenti di quello siriano, storie che mai raggiungono i titoli dei giornali, ma che condividono la stessa drammaticità, e che scegliamo di ignorare, insieme alle nostre colpe.

Nella cronologia della mappa è possibile vedere l’Afghanistan incendiarsi, subito dopo il 2001, dopo l’invasione delle forze statunitensi; nel 2006 è possibile osservare migrazioni.

Nella cronologia della mappa è possibile vedere l’Afghanistan incendiarsi, subito dopo il 2001, dopo l’invasione delle forze statunitensi; nel 2006 è possibile osservare migrazioni verso la Siria, in particolare dal Libano; nel 2013 e 2014 è possibile vedere quante persone sono fuggite dall’Ucraina durante il conflitto.

L’unico flusso degno di nota, su scala mondiale, che ha interessato l’Europa è stato verso la Germania, in particolare di rifugiati iracheni, nel 2009.

Spesso i grafici e le infografiche su questi argomenti hanno effetto contrario al desiderato: eliminano la dimensione umana, raccontando invece solo la realtà dei numeri. E i numeri raccontano la storia giusta — come nel caso di questa emergenza rifugiati — ma non sono sufficienti: non si può pretendere che il pubblico, spesso disincantato o attivamente scettico su questi argomenti, provi empatia per le barre di un grafico. È per risolvere questo nodo di comunicazione che al lab CREATE quattro anni fa hanno iniziato a sviluppare Explorables, il progetto di cui fa parte anche questa mappa: costruire uno strumento che visualizzi le persone — in qualche modo — per raccontare le grandi ingiustizie, dalla disoccupazione all’inquinamento.

Se c’è mai stato un documento che rivela come l’emergenzialità della situazione attuale sia una maschera dietro la quale l’Europa ha deciso di celare la propria incompetenza politica sull’argomento, è questo. Il fenomeno è evidentemente protratto, costante, ed è evidente come su scala continentale si tratti di numeri assolutamente irrisori: l’esatto contrario di un’emergenza.

È un problema da risolvere: da affrontare, con umanità, compassione e soprattutto senso di responsabilità. Invece, in un capolavoro di malvagità, la propaganda ha convinto metà della popolazione di essere “noi” le vittime della situazione. Guardare questi quindici anni ripetersi e ripetersi lungo la timeline della mappa è raggelante, e non potrebbe raccontare una storia più diversa.

 

Il sito Viaggi da imparare

Clausnitz. Febbraio 2016, Prove di nazismo

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luglio 1st, 2015

Massimo Cacciari, Siamo tutti figli del logos

by gabriella

SintagmaOggi la Grecia grida al mondo che un’unità costruita su necessità economico-finanziarie non produce di per sé alcuna comunità politica. Se pensiamo all’Europa come a un colossale gruppo finanziario, allora è “giusto” che una delle sue società di minore peso (magari mal gestita, da un management inadeguato) possa tranquillamente essere lasciata fallire. L’importante è solo che non contagi le altre. Ma se l’Europa vuole ancora esistere in quanto tale, e non disfarsi in egoismi, nazionalismi e populismi, deve sapere che la Grecia appartiene al suo mito fondativo, e che nessuna credenza è più superstiziosa di quella, apparentemente così ragionevole e “laica”, che ritiene il puro calcolemus senso, valore e fine di una comunità. #TuttiGreci

Sotto, l’intervento, a tratti molto bello, di Massimo Cacciari a Tutta la città ne parla. Consiglio di saltare l’inutile intervento dell’economista sul crowdfunding e le osservazioni dello stesso Cacciari sulla democrazia, vale a dire dal minuto 10:02 a 14:00 e da 15:36 a 18:55.

Von Humboldt

Alexander Von Humboldt (1769 – 1859)

Può l’Europa fare a meno della Grecia? Se la domanda fosse stata rivolta a uno qualsiasi dei protagonisti della cultura europea almeno dal Petrarca in poi, questi neppure ne avrebbe compreso il significato. La patria di Europa è l’Ellade, la “migliore patria”, avrebbe risposto, come verrà chiamata da Wilhelm von Humboldt, fondatore dell’Università di Berlino. Filologia e filosofia si accompagnano, magari confliggendo tra loro, nel dar ragione di questa spirituale figliolanza. Non si tratta affatto di vaghe nostalgie per perdute bellezze, né di sedentaria erudizione per un presunto glorioso passato, coltivate da letterati in vacua polemica con il primato di Scienza e Tecnica. Oltre le differenze di tradizione, costumi, lingue e confessioni religiose che costituiscono l’arcipelago d’Europa, oltre l’appartenenza di ciascuno a una o all’altra delle sue “isole”, si comprende che il logos greco ne è portante radice, che non si intende il proprio parlare, che si sarà parlati soltanto, se non restiamo in colloquio con esso.

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ottobre 26th, 2013

Fabrizio Gatti, Senza Welfare

by gabriella

invaliditàIn questa inchiesta di Fabrizio Gatti per L’Espresso del 25 ottobre, le storie di donne, uomini, bambini invalidi abbandonati a famiglie che non hanno i mezzi per curarli. In nome del fiscal compact, del pareggio di bilancio e dell’avanzo primario.

«Il mio bimbo si chiama Loris, scusi se ho scritto Lollo nell’email, ma era il nome che lui diceva quando gli veniva chiesto come ti chiami», rivela il suo papà: «Sì, il mio bimbo, fino a quel giorno che vorrei cancellare e cioè il 23 aprile 2012, stava benissimo. Era un bimbo sanissimo di due anni e mezzo. Poi un’emorragia al cervelletto e il mondo cambia, la vita diventa difficile e tutti ti chiudono le porte».

Ma uno Stato può chiudere le porte e sacrificare i suoi cittadini più deboli? L’Italia, anche quella dei pregiudicati che frodano il fisco e pretendono di continuare a sedersi in Parlamento, la risposta se l’è già data. Chiara e tonda: un sì, netto e drammatico. Non siamo ancora all’eutanasia imposta alla Grecia dall’Unione Europea per non far crollare l’euro. Ma non siamo lontani: anzi, con i recenti tagli alla spesa sociale le persone non autosufficienti sono già state sacrificate. In nome del fiscal compact, il patto di bilancio europeo. Con tutte le sue conseguenze.

Basta ascoltare i racconti dei lettori che hanno partecipato a questa inchiesta dell’Espresso. E guardare il nostro Paese dagli occhi di piccoli e adulti che per vivere, studiare, lavorare hanno bisogno di aiuto. Al punto che Lollo, sopravvissuto all’emorragia, adesso non può accedere alla riabilitazione di cui ha bisogno. Mentre a Milano e in altre città ci sono bambini che frequentano la scuola dell’obbligo soltanto per 11 ore la settimana, dopo che il ministero ha ridotto le spese per gli insegnanti di sostegno. E altri ragazzi proprio in questi giorni rischiano di dover rinunciare agli studi perché i Comuni non pagano più il trasporto e i bus di linea sonoi barriere archiettoniche con le ruote. Oppure bisogna osservare l’Italia dalle finestre di donne e uomini invalidi che, prigionieri dei loro appartamenti, sopravvivono a fatica visto che l’Inps a ogni verifica sospende l’assegno anche per diciotto mesi.

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ottobre 5th, 2013

Giorgio Agamben, La crisi perpetua come strumento di potere

by gabriella

agambenDa Il lavoro culturale, la traduzione dell’intervista pubblicata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 24 maggio 2013, dopo lo scalpore suscitato dall‘idea di un impero latino da opporre al dominio teutonico sull’Europa. Agamben vi assume la postura astratta del costituzionalista, tornando sui concetti a lui cari di legittimità, legalità, democrazia, crisi; assente (inevitabilmente) quello di politica.

Professor Agamben, quando lo scorso marzo ha proposto l’idea di un “impero latino” contro il dominio tedesco in Europa, s’immaginava che questa idea avrebbe avuto una tale risonanza? Nel frattempo il suo saggio è stato tradotto in molte lingue e discusso appassionatamente in mezzo continente…

No, non me lo aspettavo. Ma credo nella forza delle parole, quando sono pronunciate al momento giusto.

La frattura dentro l’Unione Europea è davvero una frattura tra economie e modi di vita “germanico” del nord e “latino” del sud?

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gennaio 29th, 2013

Amartia Sen, Infelicità delle istituzioni europee

by gabriella

senInvitato al Festival della scienza di Roma, dedicato quest’anno al tema della felicità, Amartia Sen ha parlato del ruolo dell’uguaglianza nel conseguimento di questo fine umano universale. Il suo intevento mi ha fatto tornare in mente quanto questo nesso sia presente alle culture popolari e codificato nella lingua, dal nostro “benestanti”, o “agiati”, ma anche “facoltosi” (di chi può realizzare i propri desideri), fino al francese “heureux”, che letteralmente suona appunto “i felici”.

Il tema “Felicità e disuguaglianze” suggerito dagli organizzatori di questo meraviglioso festival è molto più ampio di queste circostanze specifiche. Provo a fare il mio dovere parlando prima di una questione più ampia: il posto e la rilevanza della felicità non solo per la vita individuale ma anche per quella della società, per la vita sociale insomma. Ci rientreranno le disuguaglianze, perché in effetti parlerò di “Felicità e istituzioni sociali” – o di “Infelicità e istituzioni europee” – e in questo quadro più ampio, la disuguaglianza conta. Dopo un’analisi generale tornerò alla crisi economica europea per illustrare alcuni aspetti collegati al tema che mi era stato assegnato.

«O gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?» lamenta Dante nel canto XII del Purgatorio. Perché questo contrasto tra la vita limitata della maggior parte delle donne e degli uomini e le grandi imprese che riescono a compiere? La domanda posta all’inizio del Quattrocento è ancora attuale. Le nostre potenzialità di avere una vita buona, di essere appagati, felici, liberi di scegliere il tipo di vita che vogliamo, eccedono di lunga quelle che riusciamo a realizzare.

La vulnerabilità umana deriva da svariate influenze, ma una delle fonti principali del nostro limite – e anche della nostra forza, dipende dalle circostanze – è che la nostra vita individuale dipende dalla natura della società in cui stiamo. La natura del problema è ben illustrata dalla crisi che ha colpito l’Europa negli ultimi anni, dalla sofferenza e dalle privazioni che incidono sulla vita in Italia e in Grecia, in Portogallo e in Gran Bretagna, in Francia e in Germania, in quasi tutta l’Europa. Non solo per l’Europa di oggi ma anche per quella futura, è un disastro dalle cause complesse e dobbiamo sondarne la genesi, l’accentuarsi e la persistenza.
Sarebbe difficile capire la condizione degli esseri umani coinvolti in questa tragedia senza studiare come ci abbia contribuito, in modi diversi, il malfunzionamento delle istituzioni che ne governano la vita: il ruolo dei mercati e delle istituzioni a essi collegati, ma anche delle istituzioni statali e delle autorità regionali.

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novembre 3rd, 2012

Mario Dogliani, Costituzione e virtù politica

by gabriella

Il professor Dogliani inquadra dal punto di vista aristotelico – di una costituzione della città saldamente legata alla realizzazione della vita buona dei suoi cittadini – il rapporto tra declino della virtù politica e tradimento costituzionale. La nostra sarebbe, per dirla con lo stagirita, una “città solo a parole”, nella quale una politica servile ha smarrito il vincolo di fedeltà costituzionale alla felicità dei propri cittadini. Che il professore lo dichiari con candore in un convegno del PD, pare il segnale più evidente dell’astrattezza del costituzionalismo.

1. Ci stiamo inabissando. Stiamo correndo a grandi passi verso un qualcosa di molto simile a una regressione verso un primitivismo politico: il paese continua a dimostrarsi attratto (certo, provocato da comportamenti politici vergognosi) da forme, diciamo così, semplificate ed elementari di organizzazione e legittimazione del potere, mostrando di non avere alcuna fiducia nel conflitto democratico. Continua a resistere, mutate le forme, il richiamo esercitato da un potere illusionistico (non sprechiamo l’aggettivo “carismatico”) fondato sulla affabulazione e sulla manipolazionequello descritto con precisione da Thomas Mann ne Mario e il mago (Mario und der Zauberer) nel 1930 – i cui interessi sono stabilmente sincronizzati con quelli dei poteri extrasociali (i signori dell’oro, nazionali e internazionali, e i signori dello spirito, tutori dei credenti non adulti).

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settembre 28th, 2012

Sandro Mezzadra, Europa, una democrazia in cerca di radicalità. Marino Badiale, Ancora un tradimento dei chierici?

by gabriella

La recensione di Sandro Mezzadra a Cittadinanza di Etienne Balibar e, in coda, il seguito del dibattito con l’ottima  critica di Badiale.

1. Intervenendo nel dibattito aperto quest’estate da Jürgen Habermas sulla crisi europea (“il Manifesto”, 20 settembre), Étienne Balibar ha riproposto una tesi formulata ormai da diversi anni: l’idea cioè che l’Europa politica sia sì necessaria, ma che al tempo stesso – per essere “legittima e quindi possibile” – essa debba realizzare un “sovrappiù” di democrazia rispetto agli Stati nazione che la compongono. Il punto è, tuttavia, che questo “sovrappiù” di democrazia non sembra più pensabile nei termini di una continuità lineare con i processi di “democratizzazione” che hanno caratterizzato la storia dello Stato nazione in Europa: con quei processi cioè che, per quanto contraddittoriamente (e con la cesura dei fascismi), a partire dall’Ottocento hanno determinato una progressiva estensione del suffragio e un arricchimento “intensivo” dei diritti di cittadinanza, culminato nella costruzione dello Stato sociale democratico.

Balibar lo riconosce, e introduce – come a saggiarne la produttività – una serie di categorie che all’interno dei dibattiti critici vengono impiegate per “reagire” a questa soluzione di continuità, che rende problematica ai suoi occhi l’insistenza di Habermas su un «costituzionalismo normativo»: democrazia partecipativa, governance, democrazia conflittuale, costruzione del comune, contro-democrazia. Si tratta di ipotesi teoriche non necessariamente compatibili l’una con l’altra: ma Balibar, lungi dal proporre una sintesi tra di esse, sembra essere interessato – coerentemente con il suo stile di pensiero – a porle in tensione, con l’obiettivo di produrre un campo teorico e politico al cui interno sia possibile avanzare nella ricerca di un’uscita in avanti, a sinistra, dalla crisi europea.

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