Posts tagged ‘homo oeconomicus’

luglio 18th, 2016

Francesco Suman, Olmo Viola, L’economia neoclassica? Una pseudoscienza

by gabriella

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In questa intervista al fisico Francesco Sylos Labini, i redattori de La Mela di Newton discutono della scientificità dell’economia neoclassica e dell’egemonia culturale che l’ha imposta senza essere scalfita dalle smentite della realtà, a partire dalla grande crisi del 2008.

La riflessione si conclude con una interessante riflessione sull’applicazione dei principi dell’economia neoclassica al finanziamento della ricerca e alla valutazione che massimizza il conformismo e insterilisce la capacità di produrre innovazione – proprio perché cambiamento e progresso sono portati dalla diversità, non dalla conformità – ottenendo stagnazione economica, contrazione delle opportunità per i giovani e impoverimento delle aree periferiche.

Un modello teorico che ambisca a diventare una spiegazione scientifica della realtà dovrebbe produrre predizioni su fatti nuovi che permettano di controllarne l’affidabilità ed eventualmente confutarlo. Il successo empirico è un buon indicatore, non certo infallibile, dell’alta probabilità che una teoria possa aver colto una qualche regolarità della realtà, e possa conseguentemente divenire utile per pianificare azioni sulla stessa realtà.

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agosto 1st, 2015

Marco Aime, Il dono

by gabriella

SaggioSulDonoLa prefazione di Marco Aime all’edizione italiana del 2004 dell’Essay sur le don di Marcel Mauss.

 

Un immaginario colonizzato

I doni, da noi, si fanno e si ricevono, generalmente a Natale o in occasioni stabilite, come compleanni o eventi particolari. Insomma non è considerato « normale » fare regali senza un motivo che lo giustifichi. Il dono è un’eccezione alla regola, dove la regola è invece tenere le proprie cose per sé e ottenerne altre tramite l’acquisto o lo scambio esplicito.

Al contrario, l’antropologia, in particolare quella classica, ci ha offerto invece molti esempi di società presso le quali il dono costituisce uno degli elementi fondanti delle società stesse. Lo studio delle culture « altre » è stato spesso caratterizzato da quelli che potremmo chiamare « marchi d’area ». L’Africa, per esempio, è il continente della parentela. E’ sufficiente scorrere le monografie classiche di E. E. Evans-Pritchard, Darryl Forde, Meyer Fortes, John Middleton e di molti altri antropologi britannici africanisti per notare come lo studio delle strutture parentali e delle loro dinamiche occupi un ruolo fondamentale. [1] La parentela è stata per gli africanisti una sorta di ossessione, ma anche una forca caudina sotto la quale era inevitabile dover transitare. Oggi che in antropologia l’oggettività non è più considerata possibile, è difficile dire quanto sia stata la parentela a determinare l’orientamento degli studi africanisti oppure quanto siano stati proprio questi studi a rendere la parentela così importante. Il gioco degli specchi si fa complesso.

Il « marchio » del dono viene invece assegnato all’Oceania. Nello scrivere il suo Saggio sul dono, Marcel Mauss venne fortemente influenzato dagli studi oceanistici e in particolare da quelli di Bronislaw Malinowski sullo scambio kula. [2] Se si eccettuano le citazioni relative alla pratica del potlatch presso gli indiani Kwakiutl della costa nord-occidentale del Canada, la maggior parte degli esempi sui quali si fonda la sua teoria sono tratti da studi condotti nelle isole del Pacifico.

« Nel sistema melanesiano per essere un uomo prestigioso bisogna “avere”, certo, come dappertutto. Il prestigio sta nel donare, donare molto e donare dappertutto. Il contrario del mondo capitalista ! »

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luglio 31st, 2015

Jacques Godbout, Il dono, il debito, l’identità

by gabriella
Jacques Godbout

Jacques Godbout

L’ambiguo rapporto tra le relazioni di dono e le relazioni utilitarie (stato e mercato) nell’introduzione [traduzione mia con originale sottostante] di Jacques Godbut, teorico canadese del Mouvement anti utilitariste dans les sciences sociales e tra i massimi studiosi del dono, a Le don, la dette et l’identité [2000], liberamente scaricabile qui.

Si tratta di un’ottima introduzione alla specificità delle problematiche comunitarie, anche se risente dell’assenza di riflessione sui quindici anni di trasformazioni sociali trascorsi dalla sua pubblicazione.

La questione del libro è abbastanza semplice da formulare. Perché, anche nella nostra società, così tante cose che ancora circolano attraverso il dono? Perché ci sentiamo ancora il bisogno di complicarci la vita con i doni, con i rituali e le incertezze che accompagnano il dono, mentre la nostra società ha sviluppato meccanismi molto più semplice e molto più efficaci per consentire ai beni e servizi circolare tra i suoi membri secondo le preferenze e le necessità individuali? Mi riferisco ovviamente al mercato, ma anche alla redistribuzione statale. Una percentuale molto elevata di quello che circola è infatti disciplinata da queste due istituzioni fondamentali della modernità. E se si discute molto oggi sull’opportunità di limitare l’intervento dello Stato è più spesso, in questa era di globalizzazione e di trionfo dell’ideologia liberista, per trasferirne la responsabilità al mercato.

GodboutLa question de ce livre est assez simple à formuler. Pourquoi, même dans notre société, tant de choses circulent-elles encore en passant par le don ? Pourquoi ressentons-nous encore le besoin de nous compliquer la vie avec les cadeaux, avec les rituels et les incertitudes qui accompagnent le don, alors que notre société a développé des mécanismes beaucoup plus simples et beaucoup plus efficaces pour permettre aux biens et aux services de circuler entre ses membres selon les besoins ou les préférences de chacun ? Je fais référence bien sûr au marché,mais aussi à la redistribution étatique. Une proportion très importante de ce qui circule est en effet régie par ces deux institutions fondamentales de la modernité. Et si on discute beaucoup aujourd’hui des possibilités de limiter l’intervention de l’État, c’est le plus souvent, à cette époque de mondialisation et de triomphe de l’idéologie libérale, pour en transférer la responsabilité au marché.

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maggio 14th, 2014

Valeria Pinto, Valutare e punire

by gabriella

pintoValutare e punire. Una critica della cultura della valutazione, Cronopio, Napoli, 2012.

 

I presupposti cognitivisti della valutazione

[…] l’identificazione – assunta spesso del tutto ingenuamente – della conoscenza con i processi computazionali, ovvero con quella che si può ben chiamare una considerazione disincarnata e disincarnante della conoscenza, una certa idea cognitivista. Essa distacca la conoscenza dai processi materiali e soggettivi che la materiano, distillando da un lato una conoscenza meramente funzionale e dall’altro dei portatori di conoscenza sempre più alieni (e alienati) dalla (e nella) conoscenza che ‘supportano’: soggetti neu(t)rali e neu(t)ralizzati, da rendere anzi sempre più tali, cioè sempre meno coinvolti e capaci di interferire con la conoscenza che sono chiamati a produrre. Si tratta di un’idea letteralmente ingegneristica della conoscenza, legata alla progettazione di ‘sistemi esperti’ e guidata dal principio metodico per il quale conoscere qualcosa vuol dire essere in grado di riprodurlo, ovvero essere sempre in grado di delucidare il proprio operato.

Sganciata dalle percezioni corporee, depurata dalle sensazioni e dai sentimenti, dalle fantasie come dai desideri e dai bisogni concreti, dalle aspettative come dalle rinunce, svincolata cioè dall’accidentalità e caoticità dei contenuti di cui è intessuta e del tutto aliena dalla capacità di formulare giudizi, interpretare e determinare svolte o decidere alcunché, questa idea di conoscenza si sposa fino a combaciarvi con le esigenze di controllo funzionale attive negli approcci di tipo sistemico. È un’idea di conoscenza concepita interamente sotto il segno della esecuzione, dell’ubbidienza senza sforzo e senza tentennamenti a un sistema di regole definito in anticipo, dall’esterno e dall’alto.
Le considerazioni di tipo sistemico sono divenute ormai un modello privilegiato per trattare le questioni della conoscenza e della sua organizzazione soprattutto a livello istituzionale, grazie alla loro efficacia in fatto di gestione e progettazione di realtà complesse. Le esigenze di ottimizzazione che la valutazione persegue si intrecciano qui con il principio fondamentale del rendere più lineari e definite le funzionalità di sistema. Ora, in un sistema non meccanico ma ‘socio-tecnico’ qual è il sistema della conoscenza, il maggior elemento di variabilità, divergenza e attrito è rappresentato dalle individualità che lo compongono. Un’esigenza di sistema prioritaria è quindi quella di depurare per quanto possibile i soggetti in gioco dal potenziale di disturbo o ‘rumore’ implicito in ciò che eccede la loro funzione di portatori indifferenti e fungibili della conoscenza. A quest’opera di neutralizzazione e contenimento necessaria all’autoconservazione del sistema la valutazione mette a disposizione la sua capacità di portare in luce, estrarre, rendere trasparente il sapere tacito, cioè trattenuto e/o disperso (due cose che non sono affatto opposte tra di loro) dai suoi possessori.

 

La recensione di Eleonora de Conciliis, da Kainós.

In un’epoca di conformismo gregario travestito da individualismo radical chic, e in un’università, come quella italiana, giunta a sua volta ad uno snodo epocale (ovvero alla definitiva trasformazione in agenzia formativa tra le altre, che vende saperi spendibili su un mercato del lavoro cognitivo ormai tragicamente saturo), Valeria Pinto, che in quest’università insegna come professore associato di filosofia teoretica, ha deciso di prendere posizione – una posizione abbastanza solitaria e quindi scomoda, per non dire paradossale, visto che il suo libro, foucaultiano fin dal titolo e documentato con un’acribia ironicamente coniugata all’impegno teorico, attacca frontalmente la logica della valutazione che ha generato il decreto ministeriale in virtù del quale la stessa Pinto dovrà essere valutata per accedere, o almeno aspirare al ruolo di professore ordinario.

Poiché mi sono formata nella stessa università nella quale si è formata e attualmente insegna Valeria Pinto (la “Federico II” di Napoli), e poiché sono reduce da un’animata discussione intorno a questi temi svoltasi nella sede della casa editrice che l’ha pubblicato (Cronopio), la mia recensione, più che illustrare il contenuto del volume (già ampiamente recensito su quotidiani e riviste) sarà una riflessione su quell’incontro ed anche – in parte – un dialogo con coloro che colà sono intervenuti.

Ciò premesso, il principale merito genealogico di questo libro rischiosamente ‘militante’ ma, come vedremo, assolutamente impolitico, consiste nel mostrare fino a che punto ciò che sembra ormai a molti docenti (universitari e non) qualcosa di assolutamente naturale, apriorico e indiscutibile – la docimologia quantitativa, il sistema dell’istruzione come sistema di servizio per un’utenza e, dulcis in fundo, le famose mediane dell’abilitazione scientifica nazionale – sia in realtà qualcosa di costruito, artificiale, storico, per non dire basso e volgare: allo sguardo illuminante e indocile della critica 1, la sacra triade ‘trasparenza, valutazione e merito’ non appare affatto come natura, ma come storia, così come storica e impura è la logica concorrenziale che si è innestata nelle menti dei valutatori.

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agosto 11th, 2013

Il mercato: ordine naturale o costruzione sociale?

by gabriella

Adam-Smith-The-Wealth-of-NationsIl mercato come ordine naturale

Il mercato è così strettamente associato alle economie moderne da sembrare un modo d’organizzazione spontaneo e naturale dell’attività economica. Molti esempi mostrano, al contrario, che le relazioni di mercatonon sono sempre esistite, contraddicendo così l’idea del carattere naturale, dunque universale, del mercato stesso.

Adam Smith era convinto che gli uomini avessero una naturale inclinazione allo scambio e fossero guidati da una mano invisibile che, incitandoli ad arricchirsi liberamente e ad operare per il proprio interesse, li spingeva naturalmente ad agire per il benessere della nazione. Questo ordine naturale aveva come esito l’equilibrio sociale, perché il libero perseguimento dei propri scopi da parte di ciascuno concorreva inconsapevolmente al bene comune. In questo modo, benessere individuale e benessere collettivo erano raggiunti simultaneamente senza azioni dirette di regolazione collettiva La_favola_delle_api[il testo filosofico esemplare di questa visione è The Fable of the Bees, or Private Vices, Public Benefits di Bernard de Mandeville, 1705].

Si tratta di una visione economica che poggia su una particolare antropologia, nota come homo œconomicus che considera il mercato il sistema più efficiente per assicurare la circolazione dell’informazione e il coordinamento di molteplici decisioni economiche. I sostenitori più convinti di questa visione, si spingono ad affermare che i meccanismi di mercato forniscono risposte anche a problemi distanti dalla sfera economica e che sia sufficiente affrontare da una prospettiva economica un problema sociale per condurlo a “razionalità”: ad esempio, si potrebbe calcolare il numero ottimale di figli per famiglia costruendo un modello che integri i vantaggi e i costi  del fatto di avere più o meno figli ..

Affermazioni che fanno sorridere tutti quelli che pensano che la sfera economica ha dei limiti perché l’uomo reale non è un semplice homo œconomicus. Ma se il mercato è invadente è spesso perché alcuni ricavano vantaggi dal fatto che lo sia e ciò non è né naturale, né vantaggioso per la collettività.

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luglio 7th, 2013

Karl Polanyi, La società di mercato

by gabriella

Il banchiere e sua moglie, 1514 [particolare] - particolareLa società nella quale viviamo, a differenza delle società tribali, ancestrali o feudali, è una società di mercato. L’istituzione del mercato costituisce qui l’organizzazione di base della comunità. Il legame di sangue, il culto degli antenati, la fedeltà feudale sono sostituiti dalle relazioni di mercato. Una siffatta condizione è nuova, in quanto un meccanismo istituzionalizzato offerta/ domanda/ prezzo, ossia un mercato, non è mai stato nulla più che una caratteristica secondaria della vita sociale. Al contrario, gli elementi del sistema economico si trovavano, di regola, incorporati in sistemi diversi dalle relazioni economiche, come la parentela, la religione o il carisma. I moventi che spingevano gli individui a prendere parte alle istituzioni economiche non erano, solitamente, di per sé «economici », ossia non derivavano dal timore di rimanere altrimenti privi degli elementari mezzi di sussistenza. Quel che era ignoto alla maggior parte delle società – o meglio a tutte le società, a eccezione di quelle del laissez-faire classico, o modellate su di esso – era esattamente la paura di morire di fame, quale specifico stimolo individuale a cacciare, raccogliere, coltivare, mietere.

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aprile 2nd, 2013

Pierluigi Pellini, Letteratura e finanza

by gabriella

aviditàLe parole e le cose pubblica questo bel saggio di Pierluigi Pellini sull’evoluzione della narrazione letteraria del denaro e dell’homo oeconomicus tra ottocento e novecento.

Il denaro è tema letterario di lunga durata, fin dall’antichità. Ma solo con il novel e il teatro del Settecento – da Defoe a Goldoni – le vicende economiche si fanno al tempo stesso motore dell’azione (oggetto del desiderio, motivo di conflitti e rivalità) e principio assiologico: in un contesto mercantile che non riconosce altro valore né altra autorità. Perché i soldi diventino però l’esclusiva ragione di vita non di un tipo presentato come abnorme – come l’avaro, da Plauto a Molière – ma della quasi totalità dei personaggi romanzeschi; perché tutti i valori della tradizione (virtù, onore, amore) cedano il passo alla logica del profitto; perché insomma l’homo fictus della narrativa si tramuti in homo oeconomicus, si dovrà attendere La Comédie humaine.

Nel romanzo dell’Ottocento, non si contano avari, accumulatori, speculatori. In Balzac, il vecchio Grandet guadagna con il commercio una ricchezza enorme, che lesina ai familiari con patologica grettezza (Eugénie Grandet); l’onesto profumiere César Birotteau fa il passo più lungo della gamba, lanciandosi in disastrose speculazioni, e finisce rovinato: fra debiti, cambiali e loschi profittatori (Histoire de la grandeur et de la décadence de César Birotteau); per l’usuraio protagonista di Gobseck, oro e denaro sono strumenti di potere demiurgico e oggetti del desiderio esclusivi, su cui riversare, in un parossismo al tempo stesso esemplare e patologico, ogni energia libidica. Il denaro, per impiegare la terminologia degli alienisti coevi (Esquirol), è la monomania di tutti i personaggi balzachiani. Perfino il patetico protagonista del Père Goriot, vittima dell’interesse e dell’egoismo imperante, non esita a dichiarare che «l’argent, c’est la vie»; e a ammettere che il soldo, quasi personificato, «fa tutto» («monnaie fait tout»).

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