Posts tagged ‘intelligenza’

marzo 12th, 2017

Jan Mazza, I poveri sono stupidi. Disuguaglianze cognitive, una minaccia per la democrazia? 

by gabriella

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Quella descritta in questo ottimo articolo di Jan Mazza è la nuova frontiera della diseguaglianza cognitiva. Dopo gli studi degli anni 60 e 70 sul divario cognitivo basato sulla parola e sull’uso di codici linguistici estesi o ristretti, si apre oggi un altro scenario, potenzialmente distopico, inaugurato dalla diminuzione delle possibilità di accesso all’alta formazione e dominato dalla disponibilità futura di mezzi chimici, genetici e informatici di potenziamento della performance intellettuale. Tratto da Pandora. Rivista di Teoria e Politica.

Il tema delle disuguaglianze è tornato prepotentemente di attualità nel dibattito politico ed economico, dopo decenni di prolungato torpore. La rivoluzione monetarista anglo-sassone dei primi anni Ottanta, via di fuga economica e ideale per un Primo Mondo preda di sempre maggiori rivendicazioni politiche e salariali delle classi lavoratrici e dell’esaurimento della spinta propulsiva keynesiana, è stato un vero e proprio cambio di paradigma (Hall 1993), maggiore responsabile di questa rimozione collettiva.

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febbraio 11th, 2015

L’intelligenza delle piante

by gabriella

alberoRadio3Scienza affronta il tema dei plantoidi, ibridi ingegneristici che emulano le proprietà delle piante. Per poterli costruire, gli ingegneri hanno bisogno di sapere dai biologi cosa sia esattamente una pianta. Ne emerge un quadro sorprendente di abilità e strategie vegetali che sfidano l’immagine corrente di questi viventi e sollevano riflessioni sull’idea stessa di intelligenza e la sua base fisiologica, visto che i vegetali non hanno neuroni né sistema nervoso.

Se è tempo di abbandonare l’antropocentrismo e avviare una rivoluzione copernicana anche in biologia, resiste invece la visione di Aristotele che nel De anima aveva illustrato più tipi di intelligenza o abilità possedute dai viventi e non si era certo ingannato come i moderni sulla cognizione, scambiandola magari per un’attitudine univoca a risolvere problemi (problem solving). 

Sotto un articolo di Annamaria testa uscito su Internazionale dell’8 febbraio 2016, dedicato a Stefano Mancuso e all’intelligenza delle piante.

 

Annamaria Testa, L’intelligenza silenziosa e sconosciuta delle piante

Stefano mancuso, Direttore del labvoratorio di Neurobiologia vegetale di Firenze

Stefano Mancuso, Direttore del Laboratorio di Neurobiologia Vegetale di Firenze

Quando parliamo di vita, racconta Mancuso, prima di tutto pensiamo a noi stessi, e poi agli animali. Eppure si stima che tra il 95 per cento e il 99,5 per cento della biomassa del pianeta sia composta da piante. Se si osserva la questione della vita in questi termini, la presenza animale (compresa la nostra) è ininfluente.

Tuttavia il mondo vegetale ha sempre suscitato scarsa attenzione: nella Bibbia, Noè salva dal diluvio universale una coppia di ogni specie animale ma si dimentica dei vegetali. Eppure è il ramoscello d’ulivo portato da una colomba a segnalargli che il diluvio è finito. Eppure la prima cosa che fa, terminato il diluvio, è piantare l’albero della vite.

Aristotele riteneva il mondo vegetale più vicino al mondo inorganico che a quello animale: le piante non possono muoversi né sentire, dice, e dunque non sono “animate”. Poi ci ripensa, perché dopotutto sono in grado di riprodursi, e decide che sì, non sono proprio inanimate, ma quasi. Noi la pensiamo più o meno ancora come Aristotele.

Proprio perché non possono scappare, le piante sono molto più sensibili rispetto agli animali.

Le piante sono organismi pionieri. Usano pochissima energia, e ne producono più di quanta ne consumano. Sono autotrofe, cioè energeticamente autosufficienti, perché la loro sopravvivenza in termini di nutrimento non dipende da altri esseri viventi. Le piante da fiore (angiosperme) sono la grande maggioranza e sono apparse sul pianeta dopo l’apparizione dei mammiferi. Sono organismi molto moderni ed evoluti. Sono molto, molto diverse da noi su due dimensioni fondamentali: lo spazio e il tempo.

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settembre 7th, 2014

Richard Thompson, Lo sviluppo del cervello

by gabriella

teen-brainIl cervello umano cresce e si sviluppa a una velocità sorprendente — nei nove mesi che vanno dalla fecondazione alla nascita produce neuroni a una velocità media di 250.000 al minuto. Questi miliardi di cellule nervose aumentano in un modo che all’inizio sembra caotico, ma in seguito, gradualmente, vanno a formare quella miriade di vie e strutture nervose (12 miliardi di neuroni) che si trovano in tutti i cervelli umani adulti. In effetti, i circuiti principali presenti nel cervello sono fondamentalmente gli stessi in tutti i mammiferi, in quanto lo sviluppo strutturale del cervello è in gran parte predeterminato. Il progetto di base di questo complesso “impianto” deriva dai geni e dalla loro interazione con l’ambiente cellulare durante lo sviluppo, dall’uovo fecondato all’adulto.

Rimane ancora misterioso il processo di crescita e sviluppo che porta il cervello a diventare la struttura più complessa dell’universo conosciuto. Molti pensano che nel materiale genetico dei cromosomi, il DNA, vi sia una “fotocopia” della persona, compreso il cervello, ma non è così.

dnaIl DNA presente nel nucleo di una cellula contiene un numero sorprendente di informazioni — quante, è stato valutato, ne contiene un’enciclopedia in parecchi volumi e codifica qualche milione di proteine, ma il numero delle connessioni fra i neuroni nel cervello umano è di gran lunga superiore.

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agosto 29th, 2013

La miseria rende stupidi?

by gabriella

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I poveri sono meno intelligenti? Su Le Monde i risultati di una ricerca pubblicata sull’ultimo numero di Science che cerca di indagare perché chi ha problemi economici tenda ad adottare comportamenti che ne peggiorano la condizione. I ricercatori ipotizzano che ciò non si deva alla scarsa istruzione o a condizioni sfavorevoli, ma alla difficoltà di concentrazione che colpisce chi impegna tutte le proprie risorse cognitive per sopravvivere.  «La gestione della penuria consuma “della banda passante mentale”» e comporta una riduzione di circa 13 punti QI.

Les explications à ces mauvaises décisions qui entretiennent le cercle vicieux de la misère invoquent en général le contexte socio-économique (faible niveau d’éducation, infrastructures déficientes, etc.). Mais une étude publiée dans le numéro de Science du 30 août propose une autre hypothèse, cognitive celle-là : si les pauvres ne font pas les bons choix, c’est parce que vivre quotidiennement au bord du gouffre financier les rend incapables de se concentrer sur d’autres problématiques que leurs soucis d’argent.

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luglio 20th, 2011

Hans Eysenck, Leon Kamin, Il dibattito americano sull’intelligenza

by gabriella

intelligenti si nasce o si diventaIl dibattito su eredità e ambiente nella definizione delle caratteristiche umane è uno dei più sensibili e ricchi di implicazioni socio-politiche delle scienze sociali. Decidere se intelligenti si nasce o si diventa diventa infatti dirimente davanti a scelte fondamentali come quella di educare o meno i bambini con deficit cognitivo, potenziare le strutture educative e scolastiche o tagliare i costi, fissare l’accesso a posizioni e professioni per merito o promuovere forme più evolute di democrazia (secondo comma, art. 3). Il testo che segue è la prefazione stesa da Alberto Angela per presentare al pubblico l’accanito e pluriennale dibattito tra Hans Eysenck e Leon Kamin, due degli studiosi più noti per aver abbracciato in modo radicale le tesi della neuroscienza innatista e del costruttivismo umanista.

Se prendesse piede la convinzione che questi test misurano realmente l’intelligenza,
che costituiscono una sorta di giudizio ultimo sulle capacità del bambino, che rivelano «scientificamente» le sue abilità innate,
sarebbe mille volte meglio se tutti coloro che misurano l’intelligenza sprofondassero nel mar dei Sargassi con tutti i loro questionari.

Walter Lippmann, 1922

Raramente, nella storia della scienza, ricercatori e stu­diosi si sono scambiati tante accuse e insulti, come è avve­nuto, e sta avvenendo oggi, nel dibattito eredità-ambiente. Conoscendo la tradizionale moderazione del linguag­gio scientifico (anche se spesso le parole mascherano strali sottili e velenosi) può sorprendere il tono assunto da que­sta polemica: tuttavia non è difficile rendersi conto che la questione della componente genetica nell’intelligenza coinvolge, direttamente o indirettamente, tali e tanti aspetti sociali, etici, politici, che il dibattito travalica l’ambito scientifico. 

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luglio 20th, 2011

Intelligenti si nasce o si diventa? Il dibattito sul Q.I.

by gabriella

Pablo Pineda, Si podemos

Pablo Pineda è un sevillano nato nel 1975 con la Sindrome di Down. E’ stato il primo ragazzo europeo con Trisomia 21 a laurearsi (in Scienze della formazione). Con il video Si podemos, girato con il gruppo di ragazzi down dell’Obra social di Madrid, la sua storia ha superato i confini della Spagna. Dall’età di sedici anni conduce trasmissioni televisive, rilascia interviste, gira film. La sua interpretazione in Yo tambien, una storia d’amore tra un ragazzo down e una ragazza normodotata, è stata premiata al Festival internazionale del film di San Sebastiàn. [Sottotitoli miei, traduzione di Greta Dormentoni. Attivarli cliccando sull’icona ]

 

E’ in un’importante intervista rilasciata nel 2003 a El Paìs che Pablo ha spiegato in che modo ha superato la sua disabilità.

 

La storia di Pablo e il problema dell’educabilità

LurjiaLa riflessione sulla natura processuale e culturale dell’intelligenza (non diversamente dagli altri processi cognitivi) ci porta alle origini di questi studi e, in particolare, ai contributi fondativi di Vygotzskij e alle ricerche empiriche di Lurjia sui contadini dell’Uzbekistan che preparano il terreno alla nascente sociolinguisticica (e alla sociologia dellbruner‘educazione).

Affrontiamo poi il problema dell’educabilità con un articolo di Tim Beardley sul ruolo della concezione genetica dell’intelligenza nel dibattito americano sull’educabilità (intelligenti, si nasce o si diventa?) e sull’impiego delle risorse pubbliche nei programmi di educazione e potenziamento cognitivo. A seguire, un brano di A. e L. Whimbey sul concetto di codice ristretto (Basil Bernstein) e il programma americano Head Start, sul quale leggiamo anche una critica di Jerome Bruner.

 

Alexander R. Lurjia

Fondatore, con Lev Vygotzskij, della scuola storico-culturale, Lurjia sostenne che i sistemi funzionali (l’intelligenza, il liguaggio, la memoria ecc.) non sono espressione di una organizzazione geneticamente prederminata, ma si sviluppano nell’ontogenesi sotto la pressione dell’ambiente e hanno natura storica, in quanto realizzati in un determinato momento della storia umana.

Lurija, I contadini dell'Uzbekistan e della KirghiziaLurija, I contadini dell'Uzbekistan e della Kirghizia2

 

Tim Beardsley, The Bell Curve e il ruolo dell’educazione nello sviluppo dell’intelligenza

TheBellCurveChe il libro di Richard J. Herrnstein e Charles Murray pubblicato negli Stati Uniti nel 1994 con il titolo The Bell Curve – ossia la curva a campana – fosse andato a ruba non fu una sorpresa per nessuno, dato l’argomento e la trattazione accattivante. Nelle ottocento pagine del volume si sosteneva che la società americana sta sempre più dividendosi in due classi molto diverse: un’élite ricca e culturalmente avanzata e una sempre più ampia massa ottusa e arretrata che gli autori chiamavano sottoclasse.

Sostenendo che l’abilità cognitiva viene prevalentemente ereditata e consente di prevedere per chi la possiede vantaggi sociali come la capacità di non commettere crimini e non cadere in povertà, Herrnstein e Murray ipotizzavano che potesse instaurarsi uno Stato autoritario in cui l’élite avanzata dominava la sottoclasse arretrata. Nello scenario tracciato, gli afroamericani parevano destinati a restare nella sottoclasse in una percentuale molto più elevata rispetto al resto della popolazione, e questo per ragioni in gran parte «genetiche». Tra le raccomandazioni avanzate vi erano quindi lo smantellamento dei piani per il sostegno alle classi povere, per la sicurezza sociale e per la didattica per i bambini svantaggiati (Affirmative Action) a favore di programmi per i bambini particolarmente dotati.

Il libro ha venduto più di 500 000 copie, ma per fortuna c’è da dubitare che la sua influenza in campo politico e sociale sia paragonabile al successo di pubblico. In una postfazione all’edizione economica del libro, Murray (Herrnstein nel frattempo era morto) sostiene che le correlazioni tra quoziente intellettivo e comportamento sociale

sono così convincenti che rivoluzioneranno le scienze sociali.

Ma i critici che hanno riesaminato i dati riportati nei volume affermano che le nuove indagini ne indeboliscono o addirittura ne contraddicono le conclusioni più drastiche. Chi opera in campo scolastico non ha riscontrato effetti del libro sulle decisioni politiche, benché sia probabile che esso abbia legittimato il mantenimento dello status quo tra abbienti e non abbienti. Il Congresso degli Stati Uniti, che avrebbe potuto essere interessato, in realtà in questi ultimi anni ha dato poco spazio alla politica educativa. Secondo Ernest R. House, esperto di problemi educativi deH’Università del Colorado, il dibattito sollevato ha semmai convinto i politici a tenere le distanze dal messaggio contenuto nel volume. […]

Al contrario di Herrnstein e Murray, molti studiosi ritengono che, anche se l’ereditabilità del QI1 è molto alta, il punteggio potrebbe essere migliorato agendo sull’ambiente.

Una certa ereditabilità non limita obbligatoriamente gli effetti di cambiamenti ambientali,

sottolinea lo psicologo Douglas Wahlsten dell’Università dell’Alberta. […] Wahlsten conclude che

anche modesti cambiamenti nell’ambiente di vita possono avere sostanziali effetti sui punteggi ottenuti nei test di abilità e che cambiamenti duraturi nell’ambiente di vita di un bambino possono avere notevoli effetti.

Alcuni di questi effetti sono stati documentati da Craig T. Ramey dell’Università dell’Alabama a Birmingham. Ramey ha dimostrato come un intervento educativo nei primi cinque anni di vita abbia consentito di migliorare i Qi di bambini a rischio producendo un risultato che si è mantenuto negli anni della scuola e nell’adolescenza e che a 15 anni è stato quantificato in un incremento di 5 punti. I bambini più svantaggiati hanno mostrato un guadagno più alto, di 10 punti. Anche i risultati scolastici (considerati separatamente dal Qi ) dei bambini a rischio hanno tratto vantaggio da interventi in età prescolare, un vantaggio che si è mantenuto anche nell’adolescenza. Ma Herrnstein e Murray non menzionano questi progressi.

Secondo lo psicologo Richard E. Nisbett dell’Università del Michigan, l’errore più grave del libro è il pessimistico giudizio sugli interventi educativi.

Gli autori hanno probabilmente ragione nel ritenere che si possa agire limitatamente sul QI – ammette Nisbett – ma i margini d’azione sono più ampi di quanto affermano.

Christopher Winship, di Harvard, e Sanders Korenman, della City University of New York, ritengono che la stessa educazione convenzionale innalzi il Qi di 2-4 punti all’anno, una stima che offre sostegno agli investimenti pubblici in campo educativo.

T. Beardsley, Intelligenza e successo”, ne L’intelligenza, “Le Scienze Dossier”, 1999, 1, pp. 24-25.

[Sul dibattito americano e il ruolo dei think tank del Manhattan Institute di cui Murray fa parte, si veda questo stralcio tratto da Loïc Wacquant, Parola d’ordine: tolleranza zero, 2000]

Arthur Whimbey, L.S. Whimbey, Le terapie cognitive

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Jerome Bruner, Successi e insuccessi del programma Head Start

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Esercitazione

1. Quali sono le diverse concezioni sulla natura dell’intelligenza sostenute rispettivamente da Herrnstein e Murray e dai detrattori del loro libro The Bell Curve? (Visualizza sinteticamente la tua risposta in uno schema o in una tabella.)

2. A tuo avviso, quale peso hanno nel processo educativo le caratteristiche individuali ereditarie e gli stimoli ambientali? E come ritieni che debbano essere valutati questi elementi dal sistema scolastico?

3. Illustra la tesi di Alexander Lurjia sull’intelligenza, riferendo brevemente i risultati delle sue ricerche in Uzbekistan.

4. Illustra le difficoltà cognitive dei bambini con codice limitato descritti da Whimbey e spiega in cosa consistevano le terapie dell’Early Training Project.

4. Quali sono secondo Bruner i meriti e gli aspetti criticabili del programma Head Start?

maggio 29th, 2011

Vygotskij vs Piaget (bozza)

by gabriella

Per Piaget l’intelligenza è un fenomeno costruito: come ogni altro fenomeno biologico emerge dall’adattamento dell’individuo all’ambiente. Lo studioso esclude che l’intelligenza sia innata o venga acquisita interamente nell’interazione con l’ambiente, le sue ricerche sulla genesi dell’intelligenza dimostrano infatti che essa si sviluppa attraverso processi di assimilazione e adattamento.

Vale a dire che in risposta agli stimoli ambientali il bambino sviluppa degli schemi mentali che, in un primo tempo incorporano le esperienze nelle strutture già possedute, modificandole, e in un secondo tempo, le riorganizzano in modo più adeguato. Nell’epistemologia genetica di Piaget, lo sviluppo psicologico del bambino assume le seguenti caratteristiche:

1. L’intelligenza o il pensiero non compaiono con il linguaggio, ma lo precedono, seguendo una linea di continuità con l’attività psicomotoria;

2. Il bambino è protagonista attivo del suo sviluppo mentale che Piaget pensa come un’attività biologica. Persino i riflessi neonatali sono pensati da Piaget come una risposta attiva e non meccanica all’ambiente.

3. L’intelligenza si sviluppa per stadi, il lavoro pedagogico deve dunque rispettare le tappe della maturazione del bambino.

Per Piaget dunque, l’intelligenza è il frutto lavoro attivo e inviduale del bambino, visto come un essere serio e laborioso, impegnato nella costruzione di se stesso: il motore dell’intelligenza del bambino è la sua azione.

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