Posts tagged ‘Paolo di Tarso’

marzo 8th, 2016

Paolo Ercolani, La filosofia delle donne: uguaglianza, differenza, indifferenza. Nancy Fraser, Come il femminismo divenne l’ancella del capitalismo

by gabriella

adamo-ed-evaDopo un’efficace panoramica della tradizione pagana e cristiana del pregiudizio di genere, Ercolani si sofferma sul pensiero femminista tra affermazione della differenza e ricerca dell’uguaglianza, con condivisibili osservazioni finali ispirate dal Manifesto per un nuovo femminismo e particolarmente dal contributo di Sara Giovagnoli. Dal Rasoio di Occam.

1. Un antico pregiudizio

Che si tratti di un essere fisiologicamente connaturato al male, capace di accoglierlo e di produrlo (e riprodurlo?) in maniera perfino inimmaginabile da parte dell’uomo, è convinzione radicata e agevolmente riscontrabile nel panorama culturale dell’Occidente.

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gennaio 15th, 2014

Claudio Magris, Il bufalo di Rosa Luxemburg

by gabriella
Gustave Courbet, L'hallalì del cervo, 1867

Gustave Courbet, L’hallalì del cervo, 1867

La bella recensione di Claudio Magris [Corriere della Sera, 14 novembre 2007] a Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Milano, Adelphi,  2007.

 

La lettera di Rosa

Nel dicembre del 1917, Rosa Luxemburg scrive a Sonja Liebnecht (Sonicka), mentre si trova nel carcere di Breslavia da tre anni. Nella prima parte della lettera si occupa di questioni politiche e invita la sua interlocutrice e tutto l’entourage spartachista a non prestare ascolto alla stampa borghese in merito a ciò che avviene in Russia e ad avere fiducia. A tratti, il suo linguaggio si fa perentorio, come si conviene a una leader politica che intende orientare e prendersi le sue responsabilità. Nella seconda parte la lettera si fa più personale e intima: prima il ricordo di Karl Liebnecht, imprigionato anche lui, poi quello dell’ultimo Natale trascorso tutti insieme intorno a un grande abete, mentre quello che ha in carcere è così piccolo e modesto. L’accenno all’albero la porta al ricordo nostalgico delle escursioni nello Stiglitzer Park a Berlino e in mezzo ai suoi fiori e piante: ligustri, mirti e altri vegetali e arbusti che Luxemburg descrive in pochi tratti, tanto poetici quanto competenti. Dopo altri ricordi e un breve excursus di carattere letterario, la lettera vira improvvisamente e assume un tono solenne e drammatico:

Aimè Soniucka; qui ho provato un dolore molto intenso.

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gennaio 12th, 2014

Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo

by gabriella

AgambenIl testo della lezione inaugurale del corso di Filosofia Teoretica 2006-2007 presso la Facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia, in G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo e altri scritti, Roma, Nottetempo, collana I sassi, 2010, pp. 22-33.

1. La domanda, che vorrei iscrivere sulla soglia di questo seminario, è: “Di chi e di che cosa siamo contemporanei? E, innanzitutto, che cosa significa essere contemporanei?” Nel corso del seminario ci capiterà di leggere testi i cui autori distano da noi molti secoli e altri piú recenti o recentissimi: ma, in ogni caso, essenziale è che dovremo riuscire a essere in qualche modo contemporanei di questi testi. Il “tempo” del  nostro seminario è la contemporaneità, esso esige di essere contemporaneo dei testi e degli autori che esamina. Tanto il suo rango che il suo esito si misureranno dalla sua – dalla nostra – capacità di essere all’altezza di questa esigenza.

Una prima, provvisoria, indicazione per orientare la nostra ricerca di una risposta ci viene da Nietzsche. In un appunto dei suoi corsi al Collège de France, Roland Barthes la compendia in questo modo:

“Il contemporaneo è l’intempestivo”.

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luglio 11th, 2013

Maria Mantello, L’ateo, il credente, il chierico

by gabriella

Dal Rasoio di Occam.

 

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A più di qualcuno sarà capitato di essersi imbattuto in quella figura di credente che quando dichiari il tuo ateismo ti perseguita con la sua compassionevole azione conversionista. Cerca d’incontrarti, di trattenersi con te. Ogni scusa è buona per parlarti di Dio, del gruppo parrocchiale che frequenta, di quanto la fede sia appagante. E se garbatamente cerchi di fargli capire che proprio la religione non ti interessa e tanto meno di frequentare strutture clericali; che insomma sei un ateo felice che rispetta chi crede, ma vuole lo stesso rispetto, comincia a parlarti (tra un intercalare e l’altro di graziaddio) di miracoli e guarigioni inspiegabili. Tu sei in fondo l’”anomalia” per la sua identità. Sei la sfida per la sua riconferma identitario-religiosa. Deve trovare per forza qualcosa che in te non va: nella tua educazione, nella tua famiglia…  ti chiede del battesimo: tuo, dei figli… Lo fa per il tuo “bene”. È anche convinto di dialogare. Provi a spiegargli che il dialogo è già fallito prima di iniziare, se lui riporta tutto a una Verità eterna e assoluta che tutto sovrasta.  Se la verità è già data nel Dio, tu per lui sei al massimo la “pecora smarrita” da ricondurre all’ovile della Religione che tutto trascende. Ti ascolta stupito; lo affascini pure. Ma l’asimmetria comunicativa è incolmabile. In altri tempi, in nome di Dio, per il suo “bene”, ti avrebbe, forse, mandato al rogo.

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marzo 10th, 2013

Paolo di Tarso, L’amore ἀγάπη

by gabriella

Da Studia humanitatis, traggo questo brano paolino sul significato utopico dell’amore che non nasce dal bisogno ma dalla sovrabbondanza, dalla fraternità (ἀγάπη).

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Se parlo le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, sono bronzo echeggiante o cembalo risonante. Se ho profezia e conosco tutti i misteri e tutta la conoscenza e se ho tutta la fede così da trasportare i monti, ma non ho amore, sono un nulla. Se impegnassi tutti i miei averi per nutrire i bisognosi e se consegnassi il mio corpo perché io sa bruciato, ma non ho amore, a nulla mi giova. L’amore è longanime, è clemente l’amore, non è invidioso, l’amore non è borioso, non si gonfia d’orgoglio, non compie azioni vergognose, non ricerca il proprio interesse, non si lascia andare all’ira, non tiene conto del male, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della rettitudine. Tutto sostiene, in tutto ha fiducia, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non viene mai meno. Invece le profezie saranno abolite, le lingue cesseranno, la conoscenza sarà eliminata. Parzialmente, infatti, conosciamo e parzialmente profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello parziale sarà eliminato.

1 Corinzi, 13

Per descrivere la lingua degli uomini e degli angeli, priva di amore, Paolo usa l’immagine impiegata da Platone per definire i retori, cioè i politici:bronzi sonanti” che continuano a vibrare “fino a che una mano vi si posi sopra” (Protagora, 324); vale a dire parlanti fino a quando chi li muove  – interessi di parte, di precisi segmenti di società – non li fermi  – sono perciò discorsi eterodiretti, senza autonomia -. Le loro sono parole che persuadono senza verità, cioè senza giustizia, nello stesso senso in cui, in Michelstaedter, la“rettorica” sta contro la persuasione.

Nessuna erudizione, nessuna fede, nessuna compassione, valgono un ette senza giustizia- ἀγάπη. I migliori sentimenti umani sorgono infatti quando essa si impone, senza prescrizioni, senza catechismi, senza ammonizioni. Allora essa trionfa, perchè quando la fraternità regna, ogni parzialità (cioè ogni ingiustizia) viene a cadere.

luglio 6th, 2011

Paolo Virno, Antropologia e teoria delle istituzioni

by gabriella

Non vi è indagine sulla natura umana che non porti con sé, come un passeggero clandestino, almeno l’abozzo di una teoria delle istituzioni politiche. L’analisi degli istinti e delle pulsioni della nostra specie contiene sempre un giudizio sulla legittimità del Ministero degli Interni. E viceversa: non vi è teoria delle istituzioni politiche degna di questo nome che non adotti, quale suo celato presupposto, l’una o l’altra rappresentazione dei tratti che distinguono l’Homo sapiens dalle altre specie animali. Per tenersi a un esempio liceale, poco si comprende del Leviatano di Hobbes se si trascura il suo De homine.

Il nesso tra riflessione antropologica e teoria delle istituzioni è stato formulato con grande schiettezza da Carl Schmitt nel settimo capitolo del suo Il concetto del ‘politico’ . Egli scrive:

Si potrebbe analizzare tutte le teorie dello Stato e le idee politiche in base alla loro antropologia, suddividendole a seconda che esse presuppongano, consapevolmente o inconsapevolmente, un uomo “cattivo per una natura” o “buono per natura”. […] Nell’anarchismo dichiarato è immediatamente chiara la stretta connessione esistente tra la fede nella “bontà naturale” e la negazione radicale dello Stato: l’una consegue all’altra ed entrambe si sorreggono a vicenda. […] Il radicalismo ostile allo Stato cresce in misura uguale alla fiducia nella bontà radicale della natura umana. […]

Se l’uomo fosse un animale mite, votato all’intesa e al reciproco riconoscimento, non vi sarebbe necessità alcuna di istituzioni disciplinanti e coercitive. La critica dello Stato, sviluppata da anarchici e comunisti, trae alimento, secondo Schmitt, dall’idea pregiudiziale di una “bontà naturale” della nostra specie. Se però, come tutto lascia credere, l’Homo sapiens è un animale pericoloso, instabile e (auto)distruttivo, sembra inevitabile, per tenerlo a freno, la formazione di un “corpo politico unitario” che eserciti, parole di Schmitt, un incondizionato “monopolio della decisione politica”.

Credo che bisogna confutare alla radice la tesi di Schmitt. A mio giudizio, la rischiosa instabilità dell’animale umano – il cosiddetto male, insomma – non implica affatto la formazione e il mantenimento della sovranità statale. Al contrario. Il “radicalismo ostile allo Stato” e al modo di produzione capitalistico, lungi dal presupporre l’innata mitezza della nostra specie, può trovare il suo autentico piedistallo nel pieno riconoscimento dell’indole “problematica”, cioè indefinita e potenziale (dunque anche pericolosa), dell’animale umano. La critica del “monopolio della decisione politica”, e in genere di istituzioni le cui regole funzionino come una coazione a ripetere, deve poggiare proprio sulla constatazione che l’uomo è “cattivo per natura”.

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