Posts tagged ‘potere pastorale’

giugno 13th, 2014

Eleonora de Conciliis, Che cosa significa insegnare?

by gabriella

de_conciliisInsegnare significa essenzialmente produrre soggettività, dar forma a un individuo, strutturare l’informe imprimendovi un segno. Si tratta infatti di una tecnica di governo degli altri che è in grado di formare anche l’oggetto su cui si esercita. Come tale è anche un sintomo, cioè un segno della condizione patologica in virtù della quale si esercita il dominio. Il modo in cui si insegna rivela, pertanto, i tratti decisivi della società contemporanea, facendo emergere la domanda cruciale: si può insegnare, cioè plasmare, governare in un altro modo? Si può farlo in modo diverso da come si è fatto finora? Uno stralcio della bella introduzione di Che cosa significa insegnare?.

Insegnare (insieme a curare e governare) è, per dirla con Freud, un mestiere impossibile, ma è pur sempre una professione (Beruf) weberianamente politica.

Pier Aldo Rovatti, Soggettivazioni

Insegnare vuol dire, alla lettera, imprimere nella mente, fare un segno (signum) dentro qualcuno, avviare un processo attraverso un linguaggio che scrive, incide l’interiorità psichica e così facendo non solo la apre, ma la crea. L’insegnamento produce soggettività: in termini foucaultiani, è una tecnica di governo degli altri che implica il governo di sé, una forma di potere-sapere che è in grado di formare anche l’oggetto su cui si esercita. Questi due significati (segno e governo) si rimandano l’un l’altro e ne dischiudono un terzo, poiché l’insegnamento non è solo trasmissione di un sapere che ha il potere di incidere e con ciò produrre il (s)oggetto; per chi lo impartisce e per chi lo riceve, esso è anche un sintomo che nel quadro clinico della civiltà contemporanea, compare insieme ad altri come spia di una condizione patologica.

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maggio 5th, 2013

Ernst Bloch, Ateismo nel cristianesimo

by gabriella

Gesu scaccia i mercanti dal tempio 2Uomini e profeti discuteva oggi del rinnovamento delle chiese cristiane alla luce della ricerca storica sulla figura di Gesù. Le lettura scelta dalla redazione per introdurre il dibattito tra la conduttrice e i due storici in studio (Adriana Destro e Mauro Pesce) è stata tratta da Ateismo nel cristianesimo. Per la religione dell’Esodo e del Regno, (Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 107-108) nella quale Bloch riflette sul significato della mitezza e dell’ira del Cristo.

Lo spirito della rivolta si precipitò giù dal Salvatore e nei vigneti di Francia apparve la luce del suo furore.

William Blake

Aut Caesar aut Christus – Mitezza e «luce del suo furore» (William Blake)

Vi sono agnelli nati che si fanno piccoli piccoli spesso e volentieri. Ciò è insito nella loro specie e Gesù non ha predicato per essi con violenza, come si dice nella Scrittura. Tanto meno egli ci compare di fronte in un aspetto così mitigato, come intende la brava gente, meno che mai come i lupi lo hanno adattato ad uso delle pecore, affinché esse possano conservare doppiamente la loro natura.

Il loro ben noto pastore viene presentato così succube, così illimitatamente paziente, come se egli non fosse null’altro che questo. Il fondatore avrebbe dovuto essere libero da ogni passione e tuttavia veniva preso da una delle più forti: l’ira. Tanto che egli rovesciò nel tempio i tavoli dei cambiavalute, né si dimenticò di usar la frusta. Gesù dunque è paziente solo quando si trova nel cerchio silenzioso dei suoi: invero non pare affatto che egli ami i loro nemici. Veniamo ora alla predicazione della montagna: essa non si propone di certo di eccitare gli uomini l’uno contro l’altro per amore di Cristo, come Gesù fanaticamente consiglierebbe ai suoi discepoli (Matt. 10, 35). La predicazione della montagna in cui vengono chiamati beati i miti e i pacifici non è legata ai giorni della lotta ma alla fine dei giorni, che Gesù credeva già vicina conformemente alla predicazione del mandeo Giovanni; dal che consegue il rapporto “istantaneo” e chiliasticamente “immediato” con il regno dei cieli (Matt. 5, 3).

Nondimeno a sancire la “lotta” necessaria per l'”avvento” del regno sta la parola: «Io non sono venuto a portare la pace ma la spada» (Matt. 10, 34). E giunge parimenti il fuoco che scava, in un senso che non è affatto solo interiore ma esteriore: «Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso» (Luc. 12, 49). Questo intendono appunto i versi di William Blake nella conclusione riferibile al 1789: «Lo spirito della rivolta si precipitò giù dal Salvatore e nei vigneti di Francia apparve la luce del suo furore.»

Certamente la spada, che come il fuoco non solo distrugge ma purifica, viene rivolta nella predicazione di Gesù contro qualcosa di più dei semplici palazzi: essa si scaglia contro tutto il vecchio eone, poiché esso deve sparire, e primi tra tutti i ricchi, nemici dei miseri e degli oppressi, che così a fatica entrano nel regno dei cieli come – con tutta la ironia dell’impossibile – il cammello attraverso la cruna d’un ago. In seguito la chiesa ha di molto allargato la cruna dell’ago e di conseguenza il suo Gesù è stato strappato via dalla prospettiva della rivolta. Così accadde che contro i facitori d’ingiustizia si giocò la carta della mitezza e non dell’ira di Gesù.

cammello

aprile 4th, 2013

Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco

by gabriella

telemaco-e-mentoreIl nuovo saggio che Massimo Recalcati ha dedicato al declino del padre e al destino di una generazione costretta ad elaborarne l’assenzaormai, nessun Dio-padre ci può salvare, non resta che salvarsi da sé.

Bisogna essere chiari: il mio punto di vista è che questa eclissi non indica una crisi provvisioria della funzione paterna destinata a lasciare il posto a un suo eventuale recupero. Rilanciare il tema del tramonto dell’imago paterna non significa rimpiangere il mito del padre-padrone. Personalmente non ho nessuna nostalgia per il pater familias. Il suo tempo è irrimediabilmente finito, esaurito, scaduto. Il problema non è dunque come restaurarne l’antica e perduta potenza simbolica ma piuttosto quello di interrogare quel che resta del padre nel tempo della sua dissoluzione (…) In tale contesto la figura di Telemaco mi pare un punto-luce. Essa mostra l’impossibilità di separare il movimento dell’ereditare – l’eredità è un movimento singolare e non una acquisizione che avviene per diritto – dal riconoscimento del proprio essere figli.

In questo senso Telemaco rappresenta l’opposto di Edipo che nell’ansia di evitare la profezia autoavverante di una filiazione maledetta uccide il padre:

Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra (…) egli prega affinché il padre ritorni dal maHeideggerre ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia impotente dell’autoaccecamento – come marchio indelebile della colpa – quello di Telemaco si rivolge all’orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il re di Itaca, per il grande eroe che ha espugnato Troia. La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’ insidia di coltivare un’ attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio di confondersi con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un’ assenza. Nessun Dio-padre ci potrà salvare: la nostalgia per un padre-eroe è sempre in agguato! (…) Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, nuovi sindaci dal sorriso gentile, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’ orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

Noi siamo nell’epoca del tramonto irreversibile del padre, ma siamo anche nell’epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Ma questa attesa non è una paralisi melanconica. Le nuove generazioni sono impegnate – come farà Telemaco – nel realizzare il movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità. Certo il Telemaco omerico si aspetta di vedere all’orizzonte le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Eppure egli potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria.

Nel video sottostante, la presentazione di Recalcati alla Libreria Feltrinelli di Milano.

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marzo 13th, 2013

Eleonora de Conciliis, Walter Benjamin. Capitalismo e religione

by gabriella

angelo benjaminianoTraggo dal portale di Kainos questo articolo sul frammento benjaminiano del “capitalismo divino” contenuto nell’edizione italiana delle Tesi sul concetto di storia (Einaudi, 1997, pp. 284-287).

Il bisogno e il lavoro, sollevati a[ll’]universalità,
formano… un immenso sistema di… dipendenza reciproca;
una vita del morto moventesi in sé.

Hegel, Filosofia dello Spirito jenese

Premessa

Da qualche anno in Italia gli studiosi hanno riscoperto, o meglio si sono accorti dell’esistenza di un frammento che Walter Benjamin scrisse con ogni probabilità nel 1921, e che è apparso in traduzione italiana nel 1997, insieme ai materiali preparatori per le celebri Tesi sul concetto di storia del 19401. Un po’ come è accaduto a queste ultime a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, una volta ripubblicato da Editori Riuniti in una nuova raccolta e con una nuova traduzione2, il frammento, cui si è deciso di dare il titolo Capitalismo come religione, è stato per così dire sur-interpretato, divenendo anche per i non specialisti del filosofo una sorta di vademecum teorico, se non profetico, attraverso cui ripensare l’attuale assetto dell’economia politica occidentale.

Si tratta di uno scritto scarno e talora criptico, poco più di un appunto esteso con le indicazioni dei testi di riferimento, com’era nello stile di Benjamin, e che sembra tuttavia prestarsi a un facile lavoro di decodifica concettuale, poiché rinvia, da un lato, a due pietre miliari del pensiero politico e sociologico moderno (Marx e Weber), dall’altro a due critici radicali della metafisica (Nietzsche e Freud), con la quale Benjamin, negli anni dieci e venti, intratteneva ancora rapporti assai stretti.

Il détournement di queste pagine dal loro specifico contesto teorico – cioè la loro estrapolazione rispetto al tentativo, compiuto da un giovane Benjamin ancora influenzato da Bloch e lettore di Schmitt (la Teologia politica è del ’22), di analizzare in termini originalmente politico-religiosi l’eclissi dell’escatologia giudaico-cristiana e la sua moderna metamorfosi nichilistica3 – ha portato gli interpreti a valorizzare quella che sembra essere la principale e geniale intuizione contenuta nel frammento e lanciata ai posteri con straordinario anticipo sui tempi, ovvero la descrizione del capitalismo come religione di puro culto, dunque senza contenuti trascendenti e senza dogmi, capace di parassitare il cristianesimo e di prenderne il posto, non attraverso una deriva (la secolarizzazione weberiana), bensì grazie a un’inquietante metamorfosi, come sintetizza efficacemente lo stesso Benjamin:

Il cristianesimo nell’età della Riforma non ha agevolato il sorgere del capitalismo, ma si è tramutato nel capitalismo.4

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