Posts tagged ‘Primo Levi’

aprile 22nd, 2017

La storia degli IMI, i militari italiani internati nei lager nazisti

by gabriella

internati-militari-italianiI militari italiani internati (IMI) nei lager tedeschi furono 700.000. Di loro, oltre 600.000, davanti alla possibilità di aderire alla Repubblica di Salò ed essere liberati, si rifiutarono, preferendo conservare la loro dignità di soldati, rigettare la guerra e respingere il fascismo, ora visto con chiarezza nelle responsabilità condivise con l’alleato nazista.

Tra i novantamila che giurarono fedeltà alla Repubblica Sociale Italiana, moltissimi rientrarono in patria per disertare e per formare bande partigiane. In Liguria, sul Monte Rosa, interi battaglioni erano composti di soli IMI.

Come racconta Luca Borzani [La guerra di mio padre, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2013], si trattò di un fenomeno imponente che coinvolse quasi tre milioni di famiglie [tra le quali quella di mio nonno]; un fenomeno, come osserva, Ercole Ongaro [Storia della Resistenza nonviolenta in Italia, Bologna, I libri di Emil, 2013] non compreso immediatamente dagli storici che, nel dopoguerra si concentrarono sui partigiani di montagna [al fine di difenderne la memoria, precocemente infangata].

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gennaio 27th, 2016

Auschwitz

by gabriella

Traggo dal blog di Mauro Poggi questa riflessione davvero bella sulla responsabilità.

Auschwitz

Tutto ciò che è necessario per il trionfo del male è che i giusti non facciano niente.

Edmund Burke

Nell’atrio del primo blocco del lager una placca ammonisce, in polacco e in inglese,  che chi non ricorda la Storia è condannato a riviverla: “Kto nie pamięta Historii skazany jest na jej ponowne przezycie”; “The one who does not remember History is bound to live through it again”.

L’autore, George Santayana, forse era stato ispirato dalla dichiarazione del comandante del campo Rudolf Hoess, poco prima di venire impiccato sulla forca allestita davanti all’ingresso del forno crematorio:

Nella solitudine del carcere sono arrivato alla dolorosa consapevolezza dei crimini commessi contro l’umanità. Come comandante del campo di sterminio di Auschwitz realizzai una parte dei piani di sterminio concepiti dal Terzo Reich. Come responsabile, pago con la mia propria vita… La scoperta e l’accertamento di questi mostruosi crimini contro l’umanità servono ad evitare nel futuro le premesse che conducono a fatti così terribili.”

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settembre 27th, 2015

Primo Levi

by gabriella
levi

Primo Levi

Pubblicato per la prima volta nel 1947 presso una piccola casa editrice torinese, Se questo è un uomo non ha cessato nel tempo di crescere in grandezza e problematicità.

Autore decisamente non religioso, Primo Levi conserva tuttavia un retroterra culturale e morale imprescindibile per ogni ebreo della diaspora e un’interrogazione sull’umano, sulle sue ambiguità e complessità che continuano a riguardare ciascuno di noi. Uomini e profeti ne ha parlato stamattina con Marco Belpoliti.

Suggerimenti di  lettura
Marco Belpoliti, Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda ed. 2015
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi 2014
Primo Levi, Ad ora incerta, Garzanti 1984

Musica
Pëtr Il’ič Čajkovskij, 1812 Overture


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febbraio 24th, 2013

Primo Levi, Se questo é un uomo

by gabriella

LeviDal Centro Internazionale di studi Primo Levi, la pagina dedicata al testo dell’impossibile racconto.

Se questo è un uomo è il primo libro pubblicato da Primo Levi, che lo scrisse dopo essere sopravvissuto al Lager di sterminio di Auschwitz e dopo aver attraversato l’Europa intera in un viaggio di ritorno durato più di otto mesi. Alla fine del testo l’autore indica due luoghi e due date, «Avigliana-Torino, dicembre 1945 – gennaio 1947»: ad Avigliana c’era la sede della fabbrica dove lo avevano appena assunto come chimico, a Torino la casa dov’era nato e dove avrebbe abitato per tutta la sua vita. Levi andò scrivendo quel suo primo libro in qualsiasi ritaglio di tempo disponibile, e quando non scriveva raccontava a voce la propria esperienza a chiunque incontrasse: il raccontare era per lui un bisogno primario come il cibo.

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gennaio 1st, 2012

La Spoon River dei grandissimi

by gabriella

Carlo Michelstaedter

Si è detto di lui che si suicidò per ragioni filosofiche, nel 1910, all’età di 23 anni. Il giorno dopo doveva sostenere la sua tesi di laurea in filosofia all’Università di Firenze: la stanchezza, la depressione, la convinzione che nessuno l’avrebbe capito, lo sprofondarono nella vertigine. E’ stato il filosofo della mia giovinezza: la mia tesi di laurea trattava della sua.

 

Vladimir Majakovskij

Orfano a sette anni, con un’infanzia difficile alle spalle, il poeta era stato un appassionato sostenitore della rivoluzione russa e aveva messo la sua arte al servizio di questo ideale. Si suicidò nel 1930, uscendo da una rottura sentimentale. Nella sua lettera di commiato scrisse:

«A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta. Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia e’ Lilja Brik, la mamma, le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja. Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio.[…] Come si dice, l’incidente è chiuso. La barca dell’amore si e’ spezzata contro il quotidiano. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici».

 

Virginia Woolf

Le sue frequenti crisi depressive si erano aggravate con la guerra. Temendo di impazzire, si tolse la vita nel 1941, lasciandosi cadere nel fiume vicino a casa, con le tasche piene di sassi. Lo spiegò al marito con queste parole:

«Sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che chiunque avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se chiunque avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V».

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