Posts tagged ‘riots’

settembre 4th, 2011

Slavoj Žižek, Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi

by gabriella

La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda. Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, nel 1813, si pensò a un caso sfortunato; quando perse nuovamente a Waterloo fu chiaro che il suo tempo era finito. Lo stesso vale per la crisi finanziaria in corso. Nel settembre del 2008 fu presentata da alcuni come un’anomalia che poteva essere corretta con nuove regolamentazioni ecc.; ora che si susseguono i segnali di un nuovo tracollo finanziario è evidente che abbiamo a che fare con un fenomeno strutturale.

Continuano a dirci che stiamo attraversando una crisi del debito e che dobbiamo portare tutti insieme questo peso e tirare la cinghia. Tutti insieme con l’eccezione dei (molto) ricchi: l’idea di tassarli di più è un tabù. Se lo facessimo, si dice, i ricchi non sarebbero incentivati a investire, verrebbero creati meno posti di lavoro e tutti noi ne subiremmo le conseguenze. L’unica possibilità di salvezza in questi tempi difficili è che i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Cosa resta da fare ai poveri? Cosa possono fare?

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agosto 23rd, 2011

Alessandro Portelli, Cancellate le feste inizia il saccheggio

by gabriella

Che cosa suggerisce «la relazione complicata fra feste civili, feste tradizionali, feste religiose, rivolte urbane». La festa come «sospensione dell’ordinarietà» è il simbolo della nostra identità. Per questo vogliono toglierle. Ma è anche il consumo ad aver «mangiato» la festa, come dimostrano i riots inglesi.

«Nelle società tradizionali – scriveva Alfonso Di Nola – le feste corrispondono a “un periodo di intensificazione della vita collettiva” durante il quale “il gruppo rinunzia alla sua attività normale, produttiva e utile” per ricostituire la propria “sicurezza di essere”» – il senso cioè del proprio esistere come gruppo. Sembra una definizione fatta su misura per la recente festa dei 150 anni dell’unità d’Italia, pensata come un momento di sospensione dell’attività ordinaria per riflettere sul significato del nostro stare insieme – e invece è successo tutto il contrario, e si è aperto un conflitto sia sull’oggetto (l’unità nazionale), sia sull’idea stessa di festa (pensare e ricordare invece di lavorare e produrre). La festa è un momento di consenso, ma in quel giorno quel tanto di intensificazione della vita collettiva che si è verificato è stato dovuto in gran parte proprio a una divisione, all’esistenza di una componente sociale (antiunitaria e produttivistica) che non vi si riconosceva.

E’ questa componente che, sul piano simbolico e forse non solo, cerca la rivincita proponendo, attraverso spostamenti e accorpamenti, se non la scomparsa certo l’attenuazione di una serie di momenti rituali intesi a ribadire la nostra «sicurezza di essere» come repubblica (il 2 giugno) democratica (il 25 aprile) fondata sul lavoro (il 1 maggio). Infatti questa proposta è parte organica di un progetto che mira a trasformare e svuotare la costituzione democratica e antifascista e i diritti dei lavoratori, e ne condensa il significato: cavalcare la crisi per cambiare la natura e la forma del nostro esistere come gruppo.

Il modello ideale di festa a cui si riferiva Di Nola era riferito a società relativamente coese e omogenee, come si rappresentano le società tribali, contadine e pastorali. Nella modernità urbana e capitalistica, la coesione non ha più la forma dell’omogeneità, bensì quella della gestione regolata dei conflitti fra i sottogruppi molteplici e contrapposti che la compongono. Anche la festa allora diventa un momento di conflitto e dal conflitto acquista senso: basta pensare a come l’avvento del primo governo anti-antifascista di Berlusconi-Fini ha ravvivato il 25 aprile, a come proprio l’assenza ostentata del capo del governo abbia rinforzato il significato della nostra presenza. Ma anche a come il senso del 1 maggio si sia attenuato con la sua trasformazione da un momento di orgoglio operaio a una della tante festività musicali giovanili in cui non è lecito dire nulla di controverso; o come il 2 giugno – nonostante le parate militari – abbia ripreso senso quando ci siamo accorti che la Costituzione era sotto attacco.

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agosto 19th, 2011

Zygmunt Bauman, I ragazzi deviati dal consumismo

by gabriella

Dopo aver letto l’opinione di Bauman sui riots e visto il video di RaiNews24 La voce dei saccheggiatori (in coda al testo) i miei dubbi sono aumentati. I ragazzi che parlano non sembrano affatto feticisti delle merci, a me sembrano piuttosto ragazzi disincantati immersi nel bisogno che vogliono ciò a cui pensano di avere diritto (vedi il reportage di Infoaut). Decisamente più stringente l’argomentazione di Žižek. Nell’ultimo video, durissimi scontri con la polizia.

La traduzione dell’articolo di Bauman The London Riots – On Consumerism coming Home to Roost, uscito su Social Europe è stata pubblicata l’11 agosto sul Corriere della Sera.

Queste non sono rivolte del pane o della fame. Queste sono rivolte di consumatori deprivati ed esclusi dal mercato. Le rivoluzioni non sono la conseguenza inevitabile delle ineguaglianze sociali, lo sono invece i terreni minati. ( Nella foto: il saccheggio di un negozio a Birmingham ) I terreni minati sono quelle aree disseminate a caso di ordigni esplosivi: si può star certi che alcuni di essi, a un certo punto, salteranno in aria, ma nessuno è in grado di affermare esattamente quali e quando. Se le rivoluzioni sociali sono invece fenomeni mirati, ecco che è possibile intervenire per identificarle e disinnescarle in tempo. Ma non le esplosioni da terreno minato. Nel caso dei terreni minati per mano di soldati di un esercito, si possono inviare soldati di qualche altro esercito a rintracciare le mine per disarmarle. Un compito rischiosissimo, come dice l’adagio dei militari: «Lo sminatore può sbagliare una sola volta».

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agosto 19th, 2011

Saskia Sassen, Con i riots la storia volta pagina

by gabriella

Parla Saskia Sassen, teorica dei rapporti di potere all’interno della globalizzazione. Causati anche dall’esproprio di ricchezza verso banche e enti sovranazionali, i riots inglesi segnano il limite delle democrazie liberali, qualcosa di simile al passaggio storico dal Medioevo alla modernità: che cosa resterà in piedi?

Non si sottrae alle domande. Precisa più volte il suo pensiero. Anche se vive divisa tra New York e Londra, legge attentamente i giornali per capire cosa sta accadendo nella vecchia Europa, dove ha avuto la sua educazione sentimentale alle scienze sociali, prima di spostarsi in America Latina e successivamente negli Stati Uniti. Saskia Sassen è nota per il suo libro sulle Città globali (Utet), anche se i suoi ultimi libri su Territori, autorità, diritti (Bruno Mondatori) e Sociologia della globalizzazione (Einaudi) ne hanno fatto una delle più acute studiose su come stia cambiando i rapporti tra potere esecutivo, legislativo e giuridico sotto l’incalzare di una globalizzazione economica che sta mettendo in discussione anche la sovranità nazionale. Per Saskia Sassen, il capitalismo non può che essere globale. E per questo ha bisogno di istituzioni politiche e organismi internazionali che garantiscono la libera circolazione dei capitali e le condizioni del suo regime di accumulazione della ricchezza. Per questo ha sempre guardato con sospetto le posizioni di chi considerava finito lo stato-nazione. Come ha più volte sottolineato, lo stato-nazione non scompare, ma cambia le sue forme istituzionali affinché la globalizzazione prosegua, industriata, il suo corso. E allo stesso tempo ha sempre sottolineato come le disuguaglianze sociali siano immanenti al capitalismo contemporaneo.

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agosto 18th, 2011

Sandro Moisio, Old England

by gabriella

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Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che […]volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e proceder il chiami.

Giacomo Leopardi – La ginestra, 1836

Per fortuna questa volta non hanno tirato in ballo i black block. Cameron ha sbraitato contro atti da ritenersi puramente criminali, dimenticando o cercando di far dimenticare i suoi legami con la criminalità d’élite della stampa di Murdoch. Mentre qui da noi i neo-liberisti di destra e di sinistra si sono accontentati di parlare delle gang delle periferie inglesi, sperando in questo modo di ridurre il problema ad una mera questione di ordine pubblico.

Eppure, eppure…
Non è la prima volta nella storia inglese che la mano di gentlemen e ladies trema durante l’ora del tè. Il suono delle vetrine infrante, degli incendi, delle urla di giubilo e degli sghignazzi dei rivoltosi ha già scosso in altri tempi la proverbiale flemma della classe dirigente inglese. E qui non si sta parlando solo delle rivolte studentesche dello scorso inverno o degli scontri di Brixton dei tardi anni settanta, tanto felicemente cantati dai Clash di Joe Strummer.

Agli albori della rivoluzione industriale e nei decenni precedenti si diffusero moti di rivolta che caratterizzarono le grandi città europee da Napoli a Londra. Costituivano una particolare forma di sollevazione sociale che lo storico Eric Hobsbawm non ha esitato a definire, usando una classica espressione inglese, mob poiché una delle più appariscenti caratteristiche del fenomeno era data, appunto, dalla sua estrema mutabilità.

Il fatto che non fossero ispirati a nessuna ideologia in particolare e costituissero dei fenomeni prepolitici, destinati a sparire mano a mano che si andava formando una vera e propria classe operaia industriale, non vuole assolutamente dire che essi non fossero portatori di idee politiche implicite o esplicite. In primo luogo perché questi movimenti chiedevano di essere presi in considerazione e speravano, così facendo, di ottenere qualcosa.
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Che la rivolta partita oggi da Tottenham o quella di Los Angeles dei primi anni novanta siano entrambe iniziate a seguito dell’ennesimo episodio di violenza da parte delle forze “del disordine” nei confronti di individui appartenenti ai settori di popolazione o alla periferia più diseredata non fa che confermare il parallelismo tra i fenomeni del XVIII e del XXI secolo.

Se poi, seguendo Hobsbawm, si osserva che a quei tempi “la massa dei poveri delle città, anche in tempi normali, viveva al limite delle necessità di sussistenza, e che ogni aumento dei prezzi o della disoccupazione li precipitava nella catastrofe” e che “assai di frequente le loro sommosse non erano altro che reazioni automatiche e inevitabili a tali mutamenti”, diventa facile interpretare le rivolte odierne alla luce di quelle di allora.

Ma, si sa, la storia del movimento operaio non è più di moda in un mondo in cui vanno per la maggiore misteri, arcani, complotti e simboli perduti. La lotta di classe trionfa sui complotti e unifica le miserie e questo proprio non piace più. Già, lotta di classe anche se i giovani rioter di ogni sesso e razza hanno saccheggiato negozi di telefonia, videogiochi, abbigliamento sportivo e computer.

Perché mica si penserà che nel settecento e nel primo ottocento ad essere assaltati fossero soltano i forni di manzoniana memoria?! Tutt’altro, anzi alcune delle più famose rivolte inglesi passarono sotto il nome di “gin riot”, rivolte del gin, mentre ancora nel 1844 un giovane Federico Engels avrebbe scritto un articolo sui tumulti della birra avvenuti in Baviera nel maggio di quell’anno.
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In quell’occasione Engels ebbe modo di sottolineare che dopo quattro giorni di tumulti a Monaco i manifestanti erano riusciti ad ottenere, nonostante la massiccia presenza di soldati e guardie, ciò che volevano ovvero il ritiro dell’aumento della tassazione sulla loro bevanda preferita. Per far questo i lavoratori, sempre secondo la testimonianza engelsiana, si erano riuniti in gran numero, erano sfilati per le strade assaltando gli spacci, rompendo le vetrine, sfasciando i mobili e distruggendo tutto quanto si era trovato a portata di mano.

Ma la rivolta più imponente fu sicuramente quella londinese del giugno 1780, passata alla storia con il nome di “sommossa di Gordon” dal nome del giovane e avventato nobile scozzese che finì col diventarne, suo malgrado, leader virtuale. Per una settimana Londra fu messa letteralmente a ferro e fuoco, mentre orde di manifestanti gioiosamente ubriachi percorrevano le vie della city, giungendo ad incendiare anche le prigioni.

Alle dieci del mattino del 2 giugno 1780 una massa di più di cinquantamila scontenti aveva imboccato le vie di una città che, all’epoca, non contava più di settecentomila abitanti. La gente dei vicoli si mischiava a quella delle officine, furfanti e ladruncoli con artigiani e garzoni; scippatori e ubriaconi con operai ed ex-schiavi neri, che all’epoca già costituivano il sette per cento della popolazione londinese.

Tre giorni più tardi, dopo assedi al Parlamento e disordini di vario genere, la vita economica della più grande città europea si è fermata, mentre la folla ne percorre ancora le strade. L’insurrezione, nata in parte per i privilegi nuovamente concessi ai papisti cattolici, sceglie i suoi bersagli in base ai conti da regolare: ricche dimore da saccheggiare e simboli della schiavitù da demolire.
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La sera del 5 giugno centoventi incendi illuminano la città. Il popolo balla in piazza in una luce irreale. Gira a ritmo di gighe e nell’odore del gin e del uisge (wiskey) la promessa di una società libera dalla schiavitù e dai padroni. Mentre altri settemila soldato sono inviati a presidiare la capitale.

Il numero dei morti, in rapporto alle dimensioni della sollevazione è ancora incredibilmente modesto, da una parte e dall’altra della barricata, ma preoccupato di difendere i centri nevralgici del potere economico e amministrativo l’esercito si fortifica spingendo così gli insorti ad armarsi. La sera del 7 giugno la tensione e alle stelle , mentre bande di giovani insorti di entrambi i sessi si mettono a battere tutte le vie dei quartieri popolari al fine di chiamare a raccolta i loro sostenitori.

Un gruppo meglio organizzato si darà come obiettivo la Banca d’Inghilterra, nel tentativo di realizzare un’immensa rapina a mano armata collettiva. Qui respinto dalle truppe schierate e, soprattutto, dall’artiglieria ripiegherà dando l’assalto ad altre tre prigioni. Solo un carcere sui sette presenti a Londra all’epoca resterà in piedi. Successivamente saranno attaccate ancora distillerie e l’impopolare pedaggio del ponte di Blackfriars.

L’esercito riconquista palmo a palmo la città, anche se ancora una volta i rivoltosi, con ingenti perdite, tentano l’assalto alla banca del regno. Alle quattro del mattino Londra è surriscaldata da trecento roghi, mentre i reggimenti provenienti dalle province più lontano iniziano il lavoro della repressione e i più derelitti tra i londinesi non trovano di meglio che darsi allo sciacallaggio tra i corpi degli stessi rivoltosi. Dal giorno successivo l’ordine può tornare, gradualmente, a regnare nella capitale.
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E’ inutile farlo notare: al di là del numero di morti, che alla fine fu di centinaia, le rivolte inglesi di ieri e di oggi si assomigliano nelle dinamiche. E così pure rinviano a quella di Monaco che, col successo ottenuto nel respingere le tasse sulla birra, ricorda, comunque, che grazie al riot attuale anche Scotland Yard ha dovuto chiedere scusa per l’immotivata uccisione del giovane Mark Duggan.

Cosa occorre invece sottolineare, in barba ai cantori della modernità e della superiorità del modo di produzione capitalistico, è che le rivolte di oggi tornano a forme pre-capitalistiche, quando non esistevano partiti di classe o sindacati dei lavoratori, proprio perché il capitale e i suoi agenti (di ogni sesso e colore politico) stanno trascinando sempre più le società occidentali verso un passato economico, politico e sociale che si pensava superato per sempre.

Licenziamenti, tagli alla spesa pubblica e all’assistenza, gioco d’azzardo finanziario condotto ai limiti del gore e dello snuff movie; cinismo travestito da liberalismo e neo-liberismo che più che una dottrina economica rinvia sempre più ad una ideologia conservatrice e controrivoluzionaria; guerre odiose e sempre più inutili ed occupazione militare delle metropoli occidentali non potranno far altro che risvegliare demoni antichi agitati da bisogni moderni.
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E non basteranno gli strilli contro i black block o contro le gang o contro i juvenile delinquent a bloccare processi di rivolta inevitabili e giustificati. La cancellazione di qualsiasi reale rappresentanza politica e sindacale non lascia, infatti, altra via alla ripresa allargata di una lotta di classe che deve ancora riconoscere i propri obiettivi comuni e riunificarsi su scala internazionale dal regno Unito ad Israele, dalla Spagna alla Grecia e “anche qui da noi da Terzigno a Torino”.

Parafrasando il finale dell’articolo di Engels si potrebbe oggi dire che se il popolo dei diseredati scopre che può dettar legge in fatto di scuse, non tarderà ad accorgersi che può dettar legge anche su questioni più importanti.

(Il presente intervento è debitore nei confronti dei seguenti testi:
E:J Hobsbawm, Il mob cittadino, in I ribelli, Einaudi, Torino 1966
Friedrich Engels, I tumulti della birra in Baviera, in Marx – Engels Opere complete vol.III, Editori Riuniti, Roma 1976
Julius Van Daal, Bello come una prigione che brucia, 415, Torino 1998

Tratto da: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/08/003996.html

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