Posts tagged ‘riso’

febbraio 16th, 2016

Umberto Eco, Elogio di Franti

by gabriella

L’ironica, antiideologica, lettura del libro Cuore sviluppata nel 1962 in Diario Minimo [Milano, Bompiani, 1992, pp. 81-92] da un Eco non ancora «integrato». Bellissima, in particolare, l’analisi della scena in cui «l’infame sorrise» e del significato di quel riso, «proprio dei pazzi che non si integrano all’ordine (Baudelaire), di gente che ha mangiato dell’albero della conoscenza.

È certo, ove si voglia mettersi dal punto di vista dello spirito ortodosso, che il riso umano è intimamente legato alla disgrazia di una antica caduta, di una degradazione fisica e morale… Tutti i furfanti da melodramma, maledetti, dannati, fatalmente segnati da un sogghigno che arriva loro alle orecchie, rientrano nella ortodossia pura del riso …
Il riso è satanico: è dunque profondamente umano.

Charles Baudelaire

E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione.

Così alla pagina di martedì 25 ottobre Enrico introduce ai lettori il personaggio di Franti. Di tutti gli altri è detto qualcosa di più, cosa facesse il padre, in che eccellessero a scuola, come portassero la giacca o si levassero i peluzzi dai panni: ma di Franti niente altro, egli non ha estrazione sociale, caratteristiche fisionomiche o passioni palesi. Tosto e tristo, tale il suo carattere, determinato al principio dell’azione, così che non si debba supporre che gli eventi e le catastrofi lo mutino o lo pongano in relazione dialettica con alcunché. Franti da Franti non esce; e Franti morirà:

ma Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo,

si scrive il lunedì 6 marzo, e da quel punto, che è a metà del volume, non se ne farà più motto.

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febbraio 15th, 2015

Michail Bachtin, Il carnevale

by gabriella

Da Studia Humanitatis un  bel passo dello studio di Bachtin sul (temporaneo e ambiguo) rovesciamento carnevalesco dell’ordine sociale. Tratto da M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino 1979.

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559). Olio su tavola, 118×164,5 cm. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Pieter Bruegel il Vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima (1559). Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento. Si opponeva a ogni perpetuazione, a ogni carattere definitivo e a ogni fine. Volgeva il suo sguardo all’avvenire incompiuto.

M. Bachtin

Tutte queste forme di riti e spettacoli organizzati in modo comico erano molto diffuse in tutti i paesi dell’Europa medievale, ma si distinguevano per la loro ricchezza e la loro complessità nei paesi di cultura romanza, e in particolare in Francia […].

Tutte queste forme, organizzate sul principio del riso, presentavano una differenza estremamente netta, di principio si potrebbe dire, rispetto alle forme di culto e alle cerimonie ufficiali serie della chiesa e dello stato feudale. Esse rivelavano un aspetto completamente diverso del mondo, dell’uomo e dei rapporti umani, marcatamente non ufficiale, esterno alla Chiesa e allo Stato; sembravano aver edificato accanto al mondo ufficiale un secondo mondo e una seconda vita, di cui erano partecipi, in misura più o meno grande, tutti gli uomini del Medioevo, e in cui essi vivevano in corrispondenza con alcune date particolari. Tutto ciò aveva creato un particolare dualismo del mondo, e non sarebbe possibile comprendere né la coscienza culturale del Medioevo, né la cultura del Rinascimento senza tenere in considerazione questo dualismo. L’ignorare o il sottovalutare il riso popolare del Medioevo porta a snaturare il quadro di tutta l’evoluzione storica della cultura europea nei secoli seguenti […].

Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento. Si opponeva a ogni perpetuazione, a ogni carattere definitivo e a ogni fine. Volgeva il suo sguardo all’avvenire incompiuto.

Un significato del tutto particolare aveva l’abolizione di tutti i rapporti gerarchici. In effetti, durante le feste ufficiali le differenze gerarchiche erano mostrate in modo evidente: in esse bisognava apparire con tutte le insegne del proprio titolo, grado e stato, e occupare il posto assegnato al proprio rango. La festa consacrava l’ineguaglianza. Al contrario, nel carnevale tutti erano considerati uguali, e nella piazza carnevalesca regnava la forma particolare del contatto familiare e libero fra le persone, separate nella vita normale – non carnevalesca – dalle barriere insormontabili della loro condizione, dei loro beni, del loro lavoro, della loro età e della loro situazione familiare.

 

agosto 12th, 2013

Henri Bergson

by gabriella
agosto 10th, 2013

Romano Luperini, Il monaco e il giullare

by gabriella

un-monaco-cellario-degusta-del-vino-da-una-botteLe opposte figure del monaco e del giullare, attori dell’ordine medievale. Da Studia Humanitatis.

novembre 15th, 2012

Joshua Shaw, Philosophy of Humor

by gabriella

Pubblicato in “Philosophy Compass”, Volume 5, Issue 2, pages 112–126, February 2010.

Abstract

Humor is a surprisingly understudied topic in philosophy. However, there has been a flurry of interest in the subject over the past few decades. This article outlines the major theories of humor. It argues for the need for more publications on humor by philosophers. More specifically, it suggests that humor may not be a well-understood phenomenon by questioning a widespread consensus in recent publications – namely, that humor can be detached from laughter. It is argued that this consensus relies on a cognitivist account of emotion, one that is open to debate, and that it becomes unclear what sorts of phenomena a theory of humor is supposed to explain when one questions this assumption.

1. Introduction

Humor is a surprisingly understudied topic in philosophy. Joke-telling customs exist across cultures. Comedies are among the best reviewed and highest grossing films. Comedy shows such as, in the United States, The Daily Show, The Colbert Report, and Saturday Night Live play a key role not only in entertaining but shaping citizens’ perceptions of current events.1 Yet surprisingly, little has been written in philosophy on humor.2 This neglect is partly because of the difficulties involved in defining humor. It is surprisingly difficult to pin down a list of necessary or sufficient conditions for humor.3 The neglect of humor may also be a result of the fact that it seems to involve less momentous emotions than art forms such as tragedy or melodrama and less rarified esthetic experiences than the beautiful or the sublime. Elements of this bias can be traced back to Plato’sRepublic, where Socrates urges that the guardians should avoid laughter because it undermines rationality and self-control (Plato 58–9). Subsequent philosophers may have ignored humor because they took it to involve childish emotions that do not merit philosophic reflection.

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