Posts tagged ‘sicurezza’

aprile 24th, 2016

Claudia Torrisi, L’ideologia del decoro

by gabriella

Tratto da Wired.

Se c’è una parola che negli ultimi tempi è diventata buona per tutte le occasioni è “degrado”. Lo è un po’ dappertutto – basta fare una ricerca su Google per accorgersi di quanto questa parola sia penetrata in profondità nel dibattito pubblico – ma a Roma in particolare non si parla d’altro.

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luglio 9th, 2015

Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità

by gabriella
Freud nel suo studio

Freud nel suo studio

L’introduzione di Bauman a La società dell’incertezza, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 7-25.

Nel 1929 comparve a Vienna Das Unbehagen in der Kultur, un saggio che inizialmente doveva essere intitolato Das Unglück in der Kultur. Il suo autore era Sigmund Freud. In italiano l’opera è nota come Il disagio della civiltà (Torino, Boringhieri, 1978). La stimolante e provocante lettura freudiana delle pratiche della modernità entrò nella coscienza collettiva e finì per strutturare profondamente il modo di valutare le conseguenze (intenzionali e non) dell’avventura moderna. Anche se Freud aveva preferito parlare di Kultur o di «civiltà», sappiamo ora che il libro riguarda la storia della modernità; solo la società moderna era in grado di pensare se stessa come fermento «culturale» o «civilizzatore» e di agire sulla base di questa autocomprensione producendo gli esiti che Freud si proponeva di indagare; per questo motivo, l’espressione «civiltà moderna» è pleonastica.

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giugno 21st, 2015

Robert Castel, L’insicurezza sociale

by gabriella
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Robert Castel

L’introduzione di Castel a questo testo del 2003 dal sottotitolo Che significa esere protetti?, che è già un piccolo classico.

Si possono distinguere due grandi tipi di protezioni. Le protezioni civili garantiscono le libertà fondamentali e assicurano la sicurezza dei beni e delle persone nell’ambito di uno Stato di diritto. Le protezioni sociali «coprono» contro i principali rischi che sono in grado di provocare un degrado della condizione degli individui: rischi come la malattia, l’infortunio, la mancanza di denaro durante la vecchiaia, gli imprevisti dell’esistenza, che possono sfociare, al limite, nel declassamento sociale. Da questo doppio punto di vista, viviamo senza dubbio – perlomeno nei paesi sviluppati – nelle società più sicure finora mai esistite. Le comunità non ben pacificate, dilaniate da lotte intestine, dove la giustizia era sbrigativa e l’arbitrio permanente, sembrano, viste dall’Europa occidentale o dall’America del Nord, l’eredità di un lontano passato. Lo spettro della guerra, questa terribile portatrice di violenza, si è anch’esso allontanato: ormai si aggira e a volte imperversa ai confini del mondo civilizzato. Allo stesso modo, si è allontanata da noi quel tipo d’insicurezza sociale permanente che derivava dalla vulnerabilità delle condizioni di vita e condannava, un tempo, una gran parte del popolo a vivere «alla giornata», alla mercé del minimo incidente di percorso. Le nostre esistenze non si sviluppano più dalla nascita alla morte senza reti di sicurezza. Quella che correttamente chiamiamo «sicurezza sociale» è divenuta un diritto per la stragrande maggioranza della popolazione e ha dato origine a una moltitudine di istituzioni sanitarie e sociali che si fanno carico della salute, dell’educazione, delle incapacità connesse all’età, delle deficienze fisiche e mentali. A tal punto che si è potuto descrivere questo tipo di società come «società assicuranti», che assicurano, in qualche modo di diritto, la sicurezza dei loro membri.

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maggio 26th, 2015

Crisi del welfare e governo penale della miseria. Esercitazione per la seconda prova

by gabriella

carcereLeggere i brani sottostanti, tratti da articoli e saggi di Alessandro de Giorgi, Loïc Wacquant, Robert Castel e Alessandro dal Lago e stendere lo schema di un tema di scienze umane che illustri:

1. La filosofia che ha sostenuto le politiche di sicurezza statunitensi della «tolleranza zero».

2. Le ragioni dell’aumento della popolazione carceraria e della composizione sociale del carcere a trent’anni di distanza dal discorso di Reagan.

3. Le ragioni della svolta punitiva e dell’equivalenza simbolica tra razza e criminalità.

4. Il rapporto tra il «moral panic» e la «democrazia punitiva».

5. Le ragioni della legittimazione sociale della svolta punitiva.

Servirsi del dizionario e di wikipedia per approfondire i concetti di “fordismo”, “neoliberismo”, “laissez-faire”, modello penale “three strike and you’re out”, politiche “bipartisan”.

Copiare poi le scalette nello spazio dedicato ai commenti.

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gennaio 9th, 2015

Charlie et Mohammed

by gabriella
charliehebdo

La critica del settimanle Le Point alle provocazioni antiislamiche di Charlie Hebdo (20 settembre 2012)

Impossibile non premettere ad una riflessione su Charlie Hebdo, la condivisione del lutto per il massacro compiuto in una città (per me) importante ed amata, oltre che la simpatia per un foglio che si definisce bête et méchant (stupido e cattivo). Ma, appena avuto il tempo di prendere contatto con gli amici, è già urgente prendere le distanze dalle troppe cose che non si possono condividere o non si possono sentire.

In primo luogo, un’ovvietà: anche se il fatto è atroce, non abbiamo a disposizione una lettura facile, chi la offre non aiuta a farsi un’idea delle ragioni o, più concretamente, impedisce che l’intelligenza delle stesse si faccia largo a dirci qualcosa. Perciò più che le manifestazioni scenografiche di cordoglio, le banalità del “siamo tutti francesi” e gli inviti a tenere “alte le penne”, direi che è meglio provare a ragionare sull’accaduto.

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Le Pen, la candidata che vi somiglia

Diventa piuttosto pericoloso, infatti, abbandonarsi all’emozione e lasciar parlare i professionisti del lucro elettorale e della facile esecrazione. Meglio scuotersi per tempo e riaprire qualche riflessione sul reincantamento religioso del mondo e sulle sue ragioni, sul senso e l’importanza della satira in società ogni giorno meno libere, e sul ruolo del giornalismo nella formazione del discorso pubblico in società complicate come quelle in cui viviamo.

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marzo 1st, 2014

Le società di controllo 1. Paradigma Minority Report: libertà o sicurezza

by gabriella

minority report

La sceneggiatura di Minority Report, tratta dall’omonimo romanzo di Philip K. Dick, propone il tema classico del rapporto libertà-sicurezza e la sua possibile declinazione in una società della sorveglianza nella quale il sistema detiene informazioni complete sui comportamenti dei propri cittadini. Dando forma alla storia della Precrime e del suo capo operativo, il capitano Anderton, Dick si chiede quanto sia desiderabile una società in cui la Polizia può fermare il crimine prima che sia commesso, quale sia il prezzo da pagare in termini di libertà e giustizia e se, in definitiva, una vita nel sistema disegnato da Precrime possa ancora dirsi pienamente umana.

Fascism is the enemy wherever it appears

Philip K. Dick

Il soggetto

Precrime è un sistema di controllo basato sulle premonizioni di tre individui tenuti in stato di semincoscienza e capaci di individuare in modo apparentemente infallibile i futuri omicidi. La sezione di polizia che lo gestisce è guidata dal capitano Anderton.

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gennaio 19th, 2013

Michel Foucault, Libertà e liberalismo

by gabriella

biopolitica e liberalismo

L’analisi di Foucault sul ruolo della libertà nella governamentalità liberale e sul suo rovescio fatto di rischio, insicurezza, controllo, tratto da una raccolta di suoi scritti ed interventi dal 1975 al 1984.

Non bisogna credere che la libertà sia un universale che subirebbe, attraverso il tempo, una progressiva realizzazione o delle variazioni quantitative o delle amputazioni più o meno gravi, delle occultazioni più o meno rilevanti. Essa non è un universale che si specificherebbe nel tempo storico e nello spazio geografico. La libertà non è una superficie bianca con delle caselle nere più o meno numerose, sparse qua e là, di tanto in tanto. La libertà non è mai altro – ma è già abbastanza – che un rapporto attuale tra governanti e governati, in cui la misura della scarsa libertà esistente è data dalla maggiore libertà richiesta.

Sicché, quando dico liberale non intendo una forma di governamentalità che concederebbe un maggior numero di caselle bianche alla libertà. Se impiego il termine liberale è innanzitutto perché la pratica di governo che viene messa in campo (nel XVIII secolo) non si limita a rispettare questa o quella libertà, a garantire questa o quella libertà. Essa è, in un senso più profondo, consumatrice di libertà, poiché può funzionare solo nella misura in cui c’è effettivamente un certo numero di libertà: libertà di mercato, libertà del venditore e del compratore, libero esercizio del diritto di proprietà, libertà di discussione, eventualmente libertà d’espressione.

La nuova ragione governamentale ha dunque bisogno di libertà. La nuova arte governamentale consuma libertà, vale a dire che è costretta a produrla, è costretta ad organizzarla. La nuova arte di governo si presenterà perciò come gestione della libertà, non nel senso dell’imperativo “sii libero”, con l’immediata contraddizione che questo imperativo può comportare. Non è il “sii libero” che viene formulato dal liberalismo. Il liberalismo formula semplicemente questo:

“io produrrò di che farti essere libero. Farò in modo che tu sia libero di essere libero”.

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