Posts tagged ‘virtù’

marzo 22nd, 2017

Prometeo, la condizione umana

by gabriella

La storia di Prometeo raccontata da Jean-Pierre Vernant [L’univers, les dieux, les hommes. Récits grecs des origines (1999), trad it. L’universo, gli dèi, gli uomini. Il racconto del mito, Torino, Einaudi, 2000, pp. 53-61] e Platone [Protagora,320c-324a].

prometheusIl mondo degli umani

Prometeo l’astuto

Come ripartire sorti e onori fra gli dèi e gli uomini ? Qui l’uso di una violenza pura e semplice non è più concepibi­le. Gli esseri umani sono talmente deboli che basta un sem­plice buffetto per annientarli, mentre gli immortali, da par­te loro, non possono accordarsi con i mortali come se fos­sero loro pari. Si impone allora una soluzione che non risulti né da un sovrappiù di forza né da un accordo fra pari. Per realizzarla, con mezzi necessariamente ibridi e di­storti, Zeus si rivolge a un personaggio chiamato Prome­teo, un essere tanto singolare e bizzarro quanto lo sarà l’e­spediente da lui escogitato per decidere e risolvere la contesa. Perché è Prometeo il prescelto del caso? Perché nel mondo divino gode di uno statuto ambiguo, mal defi­nito, paradossale. Viene chiamato Titano, mentre è in realtà il figlio di Giapeto che è fratello di Crono. E’ dun­que il padre a essere un Titano. Prometeo non lo è in ve­rità del tutto, senza per questo essere neppure un Olim­pico, poiché non appartiene alla stessa discendenza. La sua natura è titanica, come quella del fratello Atlante, che sarà ugualmente punito da Zeus.

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settembre 12th, 2016

L’educazione secondo Natalia Ginzburg

by gabriella

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Natalia Ginzburg (1916 – 1991)

 

 

[Attenzione: questo articolo incorpora una trasmissione radiofonica che si apre automaticamente. Per ascoltare l’audio solo quando si desidera, scrollare il testo fino a “RadioRai3 AD ALTA VOCE” ed escluderlo manualmente].

 

L’educazione alle grandi virtù del coraggio, dell’abnegazione, del disprezzo del denaro, contro le piccole del successo, del cavarsela e dell’impegno scolastico. Tratto da Le piccole virtù.

Una sola cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli,
ad amare la vita.

Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un’importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.

Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un’offesa. Allora i nostri figli, tediati, s’allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d’una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.

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marzo 30th, 2013

Nietzsche, Morale dei signori e morale da schiavi

by gabriella

NietzscheL’aforisma 260 di Al di là del bene e del male.

260. Vagabondando tra le molte morali, più raffinate e più rozze, che hanno dominato fino a oggi o dominano ancora sulla terra, ho rinvenuto certi tratti caratteristici, periodicamente ricorrenti e collegati tra loro: cosicché mi si sono finalmente rivelati due tipi fondamentali e ne è balzata fuori una radicale differenza.

Esiste una “morale dei signori” e una “morale degli schiavi” – mi affretto ad aggiungere che in tutte le civiltà superiori e più ibride risultano evidenti anche tentativi di mediazione tra queste due morali e, ancor più frequentemente, la confusione dell’una nell’altra, nonché un fraintendimento reciproco, anzi talora il loro aspro confronto persino nello stesso uomo, dentro “la stessa” anima. Le differenziazioni morali di valore sono sorte o in mezzo a una stirpe dominante, che con un senso di benessere acquistava coscienza della propria distinzione da quella dominata – oppure in mezzo ai dominati, gli schiavi e i subordinati di ogni grado. Nel primo caso, quando sono i dominatori a determinare la nozione di «buono», sono gli stati di elevazione e di fierezza dell’anima che vengono avvertiti come il tratto distintivo e qualificante della gerarchia.

L’uomo nobile separa da sé quegli individui nei quali si esprime il contrario di tali stati d’elevazione e di fierezza – egli li disprezza. Si noti subito che in questo primo tipo di morale il contrasto «buono» e «cattivo» ha lo stesso significato di «nobile» e «ignobile» – il contrasto di «buono» e «”malvagio”» ha un’altra origine. E’ disprezzato il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa alla sua angusta utilità; similmente lo sfiduciato, col suo sguardo servile, colui che si rende abbietto, la specie canina di uomini che si lascia maltrattare, l’elemosinante adulatore e soprattutto il mentitore – è una convinzione basilare di tutti gli aristocratici che il popolino sia mendace. «Noi veraci» – così i nobili chiamavano se stessi nell’antica Grecia – un fatto palmare che le designazioni morali di valore sono state ovunque primieramente attribuite a “uomini” e soltanto in via derivata e successiva ad “azioni”: per cui è un grave errore che gli storici della morale prendano come punto di partenza problemi quali «perché è stata lodata l’azione pietosa?». L’uomo di specie nobile sente “se stesso” come determinante il valore, non ha bisogno di riscuotere approvazione, il suo giudizio è «quel che è dannoso a me, è dannoso in se stesso», conosce se stesso come quel che unicamente conferisce dignità alle cose, egli è “creatore di valori”.

Onorano tutto quanto sanno appartenere a sé: una siffatta morale è autoglorificazione. Sta in primo piano il senso della pienezza, della potenza che vuole straripare, la felicità della massima tensione, la coscienza di una ricchezza che vorrebbe donare e largire – anche l’uomo nobile presta soccorso allo sventurato, ma non, o quasi non, per pietà, bensì piuttosto per un impulso generato dalla sovrabbondanza di potenza. L’uomo nobile onora in se stesso il possente, nonché colui che sa parlare e tacere, che esercita con diletto severità e durezza contro se medesimo e nutre venerazione per tutto quanto è severo e duro. «Un duro cuore Wotan mi ha posto nel petto» – si dice in un’antica saga scandinava: in questo modo l’anima di un superbo vichingo ha trovato la sua esatta espressione poetica. Un simile tipo di uomini va appunto superbo di “non” essere fatto per la pietà: per cui l’eroe della saga aggiunge, in tono d’ammonizione, «chi non ha da giovane un duro cuore, non lo avrà mai». Nobili e prodi che pensano in questo modo sono quanto mai lontani da quella morale che vede precisamente nella pietà o nell’agire altruistico o nel “desintéressement” l’elemento proprio di ciò che è morale; la fede in se stessi, l’orgoglio di sé, una radicale inimicizia e ironia verso il «disinteresse», sono compresi nella morale aristocratica, esattamente allo stesso modo con cui competono a essa un lieve disprezzo e un senso di riserbo di fronte ai sentimenti di simpatia e al «calore del cuore».

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febbraio 5th, 2013

La paideia filosofica, i sofisti

by gabriella

Audiolezione: La rivoluzione pedagogica sofista

Il sophistés

Anticamente il termine sophistés era sinonimo di sophós (saggio) ed era riferito a chi possedeva attivamente una vasta e poliedrica conoscenza. Sophistés erano detti ad esempio i Sette Savi che Platone elenca nel Protagora. Nel V secolo a. C. si chiamarono invece “sofisti” quegli intellettuali stranieri che della sapienza facevano una professione, insegnandola scandalosamente dietro compenso, così che Senofonte poteva definirli «prostituti del sapere».

Ciò che caratterizza i sofisti è appunto sofistiil loro proporsi come maestri di virtù, che essi intendono nel modo dei poeti della tradizione greca, da Omero a Solone, nei termini della formazione politica del cittadino.

Solone aveva dedicato a se stesso, quale costruttore di giustizia (eunomie, vita civile), la lode del poeta. Sulla stessa linea di continuità si porranno dunque i sofisti, per i quali, somma areté é il sapere, cioè quel particolare tipo di formazione spirituale che è richiesta al cittadino nella polis del V secolo. In questo momento, infatti, la città-stato non si regge più su norme divine e principi immutabili, ma su leggi e decisioni prese nell’agorà e nella boulé, in base al prevalere di una fazione sull’altra e di un’opinione su un’altra. E’ quindi diventato indispensabile per l’uomo libero che partecipa alla vita pubblica, il possesso di tecniche retoriche e dialettiche capaci di rendere persuasiva la parola.

Emblematica di questo nuovo clima culturale è la figura di Protagora.

 

Protagora

La prima tesi importante per capire il ruolo di Protagora (Abdera, 490 a.C.) ad Atene é quella contenuta nel famoso frammento che tratta dell’esistenza e conoscibilità degli dèi. Si legge in Eusebio:

Si dice che Protagora abbia iniziato in questo modo il suo scritto Sugli dèi: «Degli dèi non so né che sono, né che non sono, né quale sia il loro aspetto: molte sono infatti le difficoltà che si oppongono, la grande oscurità della cosa e la pochezza della vita umana».

protagora-di-abderaLa posizione di Protagora sembra chiara: egli non nega l’esistenza degli dèi, ma si limita a dichiarare inconoscibile la loro esistenza (agnosticismo), con conseguenze rilevanti per la riflessione sulla vita civile dell’uomo. Dichiarare inconoscibili gli dèi significa, infatti, per Protagora, mettere in discussione il fondamento sacro, o divino, delle leggi e della stessa giustizia, evidenziando il carattere convenzionale e provvisorio delle norme, dei valori, e delle credenze (una posizione, come si vede, diametralmente opposta a quella di Esiodo). La divinizzazione dei legislatori del passato, da Licurgo a Solone, è quindi una pura mistificazione: sono infatti gli uomini che fanno le leggi (come evidenziato da Solone) sulla base dei loro interessi e dei rapporti di forza nelle assemblee.

Ecco quindi che Protagora può presentarsi ad Atene come maestro di virtù, in grado di insegnare dietro compenso come condurre al meglio gli affari politici. Offrendo i suoi servizi a chiunque potesse pagarlo, Protagora offre ai membri dei nuovi ceti emergenti, privi di retaggio familiare aristocratico e dunque di cultura, gli strumenti per promuoversi socialmente, partecipando attivamente alla vita pubblica.

La tesi sugli dèi costò a Protagora una condanna per empietà, comminatagli nel 411 per volontà del partito oligarchico, in seguito alla quale muore nel naufragio della nave che lo porta lontano da Atene. Ventun anni prima (432 a.C.), lo stesso Anassagora, sapiente amico di Pericle, aveva subito la stessa condanna per volontà del partito democratico – condanna a morte, poi commutata in esilio -, per aver sostenuto che il sole è una pietra infuocata e non un Dio.

In questo modo, i sofisti trasferiscono l’areté agonale del passato dal campo di battaglia all’agorà, dove si fa sempre più aspro lo scontro tra il partito oligarchico e quello democratico.

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ottobre 17th, 2011

Lo stoicismo (cenni)

by gabriella

Il fondatore della scuola detta Stoá Poikile (del Portico dipinto) fu Zenone di Cizio (un’isola presso Cipro), morto suicida come molti altri suoi successori. Era stato allievo del cinico Cratete, per cui lo stoicismo si presenta come la continuazione della dottrina cinica: non la scienza, ma la felicità attraverso la virtù è il fine della filosofia. Questo aspetto, come si vede, lo accomuna a Epicuro.

Secondo Zenone, la scienza stessa è virtù. Il concetto di filosofia coincide così con quello di virtù: il fine della filosofia è raggiungere la sapienza, cioè la «scienza delle cose umane e divine», ma l’unica via per arrivare questo traguardo è l’esercizio della virtù.

La produzione letteraria di tutti i filosofi della scuola dovette essere immensa, ma di essa ci restano solo alcuni frammenti (pp. 19-20, Vol. 1B manuale).

Quella stoica rappresenta una sintesi del pensiero greco che ricompone la frattura platonico aristotelica (dualismo Dio-materia) tornando ad una concezione unitaria del tutto. Gli stoici rilevano che Dio, che è eterno, non potrebbe essere perfetto se la materia (radice del mondo) esistesse indipendentemente da lui : egli produce non solo il sistema delle forme (come in Platone con Chora e il Demiurgo), ma la stessa materia prima di esse. Dio è perciò principio attivo, causa dell’universo e della materia. Per gli stoici Dio è, come per Aristotele, “pensiero che pensa se stesso”, ma mostrano che proprio perché pensa se stesso, il pensiero divino pensa insieme l’universo e pensandolo gli conferisce esistenza, forma ed ordine. Gli stoici chiamano questo pensiero in atto con il termine eracliteo Lógos.

Di qui la teodicea stoica: tutto nel mondo è assolutamente razionale ed è come deve essere.

Questo Tutto è la phýsis, intesa non come parte della realtà (cioè come una natura al di là della quale ci sarebbe il mondo dello spirito), ma come il processo da cui il Lógos produce ogni cosa del mondo e ogni cosa ritorna ad esso. Dire quindi che il Lógos supremo produce il mondo, vuol dire che non sarebbero potuti essere che come sono e che sono perfetti e immodificabili: nel suo insieme, infatti, il mondo è assolutamente perfetto (e dunque retto da una “provvidenza” divina).

Dell’atomismo democriteo gli stoici tengono fermo solo il determinismo, cioè l’idea che tutto ciò che si produce nell’universo, si produce necessariamente e cioè non sarebbe potuto essere diverso da com’è e come tornerà ad essere alla fine del ciclo (il grande anno) dopo la palingenesi che forma il nuovo ordine cosmico (identico al precedente). Come si vede, l’idea stoica che tutto è determinato e necessario si pone in netta contrapposizione con quella di Epicuro, per il quale tutto è casuale (e privo di senso).

Per gli stoici, nessuna libertà dell’uomo può quindi esistere: la vera libertà consiste allora nel volere ciò che il fato vuole (nel mondo romano lo stoicismo si prolungherà in Seneca).

L’importanza dello stoicismo nella tradizione filosofica

Tra le diverse dottrine elaborate dallo stoicismo, la teoria del significato e la logica occupano un posto fondamentale in tutta la tradizione filosofica.

La dottrina stoica del segno, distinto in significato (la rappresentazione mentale legata alla cosa), significante (la parola) e cosa significata (cioè l’oggetto reale, ciò che la linguistica contemporanea chiamerà il referente) è incorporata senza variazioni nella linguistica moderna e può essere considerata il fondamento di scienze contemporanee come la semiotica e la semiologia (p. 22, 1B).

Elaborazione grafica di Clelia (4D)

Quanto alla logica, è fondamentale l’uso stoico dei connettivi logici, cioè delle particelle che collegano le proposizioni (“e”, “o”, “non”, “se .. allora”). In proposito, mentre il sillogismo di Aristotele si fonda sui concetti o termini (perché collega appunto dei termini) quello degli stoici collega proposizioni: gli stoici anticipano così la logica moderna che è, appunto, una logica proposizionale (p. 24, 1B).

Oltre al ragionamento anapodittico (un tipo di ragionamento in cui risulta evidente non solo la premessa ma anche le conclusioni), gli stoici inclusero nella logica i cosiddetti i “discorsi insolubili” (paradossi, antinomie, sofismi, aporie ecc.), tra i quali il “dilemma del coccodrillo”, il paradosso del mentitore, del sorite (e del calvo) e del cornuto.

Nel primo, un coccodrillo, sottratto un bambino alla madre, promette di restituirglielo a patto che la madre indovini la sua intenzione di renderglielo o meno. La madre rispose che il coccodrillo non lo avrebbe restituito e mette il coccodrillo di fronte al dilemma:

  1. Non restituendolo, renderebbe vera la risposta della madre e, in base al patto, dovrebbe rendere il bambino.
  2. Restituendolo, renderebbe falsa la risposta della madre, quindi in base al patto non dovrebbe consegnare il bambino.

In entrambi i casi, il coccodrillo è in uno stato di paralizzante contraddizione con se stesso.

Nel paradosso del mentitore (di origine megarica, attribuito a Eubulide) Epimenide cretese proclamava che tutti i cretesi erano bugiardi: diceva il vero o il falso?

Paradosso del Sorite (o mucchio): quanti chicchi di grano sono necessari per formare un sóros, cioè un mucchio? Poiché un solo chicco non costituisce un mucchio, si aggiungano uno alla volta altri chicchi e si dica quand’è che si avrà un mucchio. Poi li tolga ad uno ad uno e si dica quando non si ha più un mucchio.

Paradosso del Velato: Conosci quell’uomo che si avvicina col viso coperto da un velo? Se si scopre il volto lo conosci? Si. Dunque conosci e non conosci la stessa persona.

Paradosso del Calvo: posto che la perdita di un solo capello non rende calvi, quand’è che un uomo può dirsi calvo?

Paradosso del Cornuto: ciò che non hai perduto lo hai: non hai perso le corna, dunque le hai.

Alcuni di questi paradossi sono sofismi (Velato e Cornuto), altri, come il dilemma del Mentitore, sono autentiche antinomie della ragione e vennero considerati insolubili fino alle ricerche logiche del ‘900, grazie soprattutto al logico e matematico Bertrand Russell, il quale osservò che per dare soluzione a queste antinomie occorre limitare la portata di certe affermazioni universali evitando che si riferiscano a se stesse.

Considerando che l’enigma ha potuto essere sciolto solo osservando che ciò che vale per tutti deve escludere chi parla, solo un’epoca relativista come quella contemporanea avrebbe potuto riuscirci (pp. 25-26, 1B).

ottobre 1st, 2011

L’antropologia politica di Niccolò Machiavelli

by gabriella

Niccolò Machiavelli (1469-1527)

Cinquecentesimo anniversario [1513-2013] della stesura del Principe. Uno studio sull’antropologia del segretario fiorentino e un articolo di Mario Reale sull’attualità politica del classico machiavelliano, pubblicato dal Rasoio di Occam.

Non si può dare soddisfazione ai grandi “sanza iniuria d’altri”, si può darla invece al popolo, perché quello del popolo “è più onesto fine che quello de’ grandi, volendo questi opprimere, e quello non essere oppresso”.

Il Principe

 

Niccolò Machiavelli e la teorizzazione dell’autonomia della politica

La posizione di Machiavelli

Con Niccolò Machiavelli inizia una nuova epoca del pensiero politico: l’indagine politica tende infatti a staccarsi dal pensiero speculativo, etico e religioso, assumendo come canone metodologico il principio della specificità del proprio oggetto, che deve essere studiato (potremmo dire con espressione telesiana) iuxta propria principia, ossia autonomamente, senza essere condizionato da principi valevoli in altri ambiti, ma che solo indebitamente potrebbero essere fatti valere per l’indagine politica.

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