Posts tagged ‘vita buona’

maggio 5th, 2016

La paideia filosofica, Aristotele

by gabriella

audio[Attenzione: questa pagina incorpora una trasmissione radiofonica che si apre automaticamente. Per evitare di ascoltare l’audio prima del necessario ed escludere la pubblicità, scorrere il testo fino a “Come resistere al tempo della barbarie” ed escluderlo manualmente].

 

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Aristoteles (384 – 324 a. C.) Raffaello, La scuola di Atene, 1509

Gli fu domandato quanto differiscano gli educati dagli ineducati e la sua risposta fu: «Tanto quanto i vivi dai morti».

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi

Aristotele nacque a Stagira, una città ionia vicina all’odierna Salonicco nel 384 a.C.. A diciassette anni si recò ad Atene per frequentare la scuola di Platone dove rimase per vent’anni, fino alla morte del maestro.

Si dice che Platone avesse grande stima delle capacità intellettuali del suo allievo, tanto da soprannominarlo nous, la «chiara intelligenza» o «la mente» mentre, a proposito della relazione tra i due, Diogene Laerzio riferisce l’amara osservazione di Platone:

«Aristotele mi prese a calci come i puledri la madre che li generò» (V, 1, 2).

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luglio 5th, 2014

Bergson, prepararsi a vivere bene

by gabriella
Henri Bergson (1859 - 1941)

Henri Bergson (1859 – 1941)

Morte di un filosofo per il quale la filosofia era stata un «prepararsi a vivere bene».

«Le mie riflessioni mi hanno portato sempre più vicino al cattolicesimo dove vedo l’inveramento completo del giudaismo. Mi sarei convertito se non avessi visto prepararsi da anni l’immane ondata d’antisemitismo che s’infrangerà sul mondo. Ho voluto restare fra quelli che saranno domani perseguitati» [Testamento, 1937].

Tratto da Filosofia. Corso di sopravvivenza, di Girolamo di Michele [Ponte alle Grazie, 2011, pp. 355-256]

Bergson ha incontrato una buona morte, perché la sua morte è stata “giusta”. Eppure Bergson a occuparsi di etica è arrivato (se ragioniamo con le etichette e le categorie) piuttosto tardi: all’inizio degli anni Trenta. Però aveva già detto l’essenziale in un piccolo saggio, Il possibile e il reale, in cui invitava a occuparsi del rapporto fra realtà e possibilità perché lo studio di questi rapporti

«può essere un prepararsi a vivere bene»:

gli atti che rendono possibili i rapporti tra ciò che è e ciò che potrebbe essere sono definiti da Bergson come atti di libertà.

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marzo 14th, 2013

André Gorz, L’invenzione del lavoro

by gabriella

André-GorzIn queste splendide pagine, tratte da Metamorfosi del lavoro [Métamorphoses du travail. Quête du sens Critique de la raison économique, 1988, trad. it. Bollati, 1992, pp. 21-32] Gorz illustra la grande trasformazione dell’industrialismo con la quale «l’attività produttiva si separava dal suo senso, dalle sue motivazioni e dal suo oggetto per diventare il semplice mezzo per guadagnare un salario, cessa[ndo] di far parte della vita per diventare il mezzo per “guadagnarsi da vivere”». Osservazioni preziose su questo meccanismo di alienazione tanto quanto di soggettivazione, tanto più che, come osserva il filosofo, a partire dagli anni ’80 «stiamo uscendo dalla società del lavoro senza crearne nessun’altra».

 

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novembre 3rd, 2012

Enrico Berti, L’etica delle virtù e l’educazione del futuro

by gabriella

In questo importante intervento, Berti discute i presupposti particolaristici dell’«etica delle virtù» alla luce del testo aristotelico, prendendo posizione nel dibattito tra comunitarismo e liberalismo, contro il primo, per i Lumi.

 

1. Il contributo di MacIntyre

Alasdair MacIntyre è sicuramente uno dei più originali e interessanti filosofi contemporanei. Specialmente col libro Dopo la virtù (1981) [A. MacInyre, After Virtue. A Study in Moral Theory, Notre Dame, Indiana, University of Notre Dame Press, 1981, trad. it. Milano, Feltrinelli, 1988] egli ha portato un contributo decisivo al dibattito sull’etica nella filosofia del Novecento, prospettando la possibilità di una “terza via” tra contrattualismo e utilitarismo, la quale da lui ha preso il nome di “etica delle virtù”.

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novembre 3rd, 2012

Mario Dogliani, Costituzione e virtù politica

by gabriella

Il professor Dogliani inquadra dal punto di vista aristotelico – di una costituzione della città saldamente legata alla realizzazione della vita buona dei suoi cittadini – il rapporto tra declino della virtù politica e tradimento costituzionale. La nostra sarebbe, per dirla con lo stagirita, una “città solo a parole”, nella quale una politica servile ha smarrito il vincolo di fedeltà costituzionale alla felicità dei propri cittadini. Che il professore lo dichiari con candore in un convegno del PD, pare il segnale più evidente dell’astrattezza del costituzionalismo.

1. Ci stiamo inabissando. Stiamo correndo a grandi passi verso un qualcosa di molto simile a una regressione verso un primitivismo politico: il paese continua a dimostrarsi attratto (certo, provocato da comportamenti politici vergognosi) da forme, diciamo così, semplificate ed elementari di organizzazione e legittimazione del potere, mostrando di non avere alcuna fiducia nel conflitto democratico. Continua a resistere, mutate le forme, il richiamo esercitato da un potere illusionistico (non sprechiamo l’aggettivo “carismatico”) fondato sulla affabulazione e sulla manipolazionequello descritto con precisione da Thomas Mann ne Mario e il mago (Mario und der Zauberer) nel 1930 – i cui interessi sono stabilmente sincronizzati con quelli dei poteri extrasociali (i signori dell’oro, nazionali e internazionali, e i signori dello spirito, tutori dei credenti non adulti).

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aprile 10th, 2012

Hans Georg Gadamer, Perché la giustizia non può essere una tecne. Cornelius Castoriadis, Nella democrazia greca la scelta non è materia di specialisti

by gabriella

[In Aristotele] viene in luce una modifica fondamentale del rapporto tra mezzo e fine, modifica che distingue il sapere morale dal sapere tecnico. Non si tratta solo del fatto che il sapere morale non ha fini particolari ma concerne la vita buona nel suo insieme, mentre ovviamente ogni sapere tecnico è particolare e diretto a scopi particolari. Né solo del fatto che il sapere morale deve intervenire in tutti quei casi in cui occorrerebbe un sapere tecnico che però non c’è. Certo il poter disporre di un sapere tecnico renderebbe superfluo, nei casi da esso contemplati, tutto il lavorio della deliberazione. Là dove è disponibile una techne, non c’è che da impararla per essere poi in grado di trovare i mezzi adeguati agli scopi. Per contro, noi vediamo che il sapere morale esige sempre, e imprescindibilmente, un tale processo di deliberazione.

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Hans Georg Gadamer (1900 – 2002)

Anche se si pensa a questo sapere nella sua forma perfetta, tale perfezione è sempre perfezione di questa facoltà deliberativa, e non un sapere del tipo della techne. Si tratta qui, dunque di un rapporto fondamentale. Non si può ritenere che attraverso l’ampliarsi del sapere tecnico si possa un giorno o l’altro eliminare la necessità della deliberazione. Il sapere morale non può mai, per principio, avere il carattere di un sapere insegnabile già tutto compiuto prima dell’applicazione. Il rapporto di mezzi e fine, in sé non è tale da permettere che la conoscenza dei mezzi adeguati possa essere messa a disposizione precedentemente, e ciò perché la stessa conoscenza del fine giusto da perseguire non può a sua volta essere oggetto di un sapere. Non c’è nessuna conoscenza determinata una volta per tutte di ciò che debba valere in generale come il fine della vita buona.

Verità e metodo (1960), Bompiani, Milano, 1983, pp. 372-373.

Nel video seguente Castoriadis (1922 – 1997) esamina la natura della democrazia nella forma greca classica spiegando, tra le altre cose, il ruolo dell’educazione in un contesto in cui la scelta è considerata opinabile, non epistemica, né appannaggio degli esperti. Si vedano anche le pagine del Protagora platonico sulla virtù politica.

Che cosa facevano gli ateniesi? E’ molto interessante. Sono i greci ad aver inventato le elezioni, è un fatto attestato storicamente. Chi si eleggeva ad Atene? Non si eleggevano i magistrati, in generale. I magistrati erano estratti a sorte o designati a rotazione. Tutti possono essere estratti, tutti sono in grado di governare e di essere governati, dunque si estrae a sorte. Perché? Perché la politica non è affare da specialisti. E perché non è cosa da specialisti? Perché non esiste una scienza della politica, siamo nel dominio dell’opinione (doxa, per i greci) non di quello dell’epistéme.

Ho già notato d’altronde, che l’idea che non esistano specialisti della politica e che dunque le opinioni si equivalgono, è la sola giustificazione ragionevole del principio maggioritario. Dunque, il popolo decide e i magistrati sono estratti a sorte o designati a rotazione. Ci sono delle attività specialistiche, perché gli ateniesi si sono impegnati in attività assai considerevoli, hanno fatto il Partenone, hanno vinto guerre .. dunque queste attività specialistiche, la costruzione dei cantieri navali, la costruzione dei templi, la conduzione della guerra, hanno bisogno di specialisti, là li si elegge. Sono queste le elezioni. Elezioni vuol dire «elezione dei migliori» e qual è la base per eleggere i migliori? Si cosa ci si basa?

Beh è là che è apprezzata l’educazione del popolo, perché esso sceglie. Si fa una prima elezione, è possibile che Pericle sia un pessimo stratego, allora non lo si elegge oppure lo si revoca. Ma questa opinione, questa doxa, non si può pensare che sia condivisa, questa è una possibilità assolutamente teorica e perché si realizzi bisogna che questa opinione sia coltivata e come può essere coltivata un’opinione relativa al governo o ai governanti? Bisogna educare i cittadini, ciò che non esiste affatto all’epoca attuale. In Francia persino i deputati sono completamente ignoranti in materia d’economia, dunque asserviti ai loro tecnici. In ogni ambito decisionale ci sono tecnici, economisti, militari .. ed è così che si è governati, il che è decisamente stupido: dilemma di Morin e di Platone.

Gli specialisti al servizio della gente, è questo il punto, non di qualche politico. Eleggendo, apprendere a governare governando.

 


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