Archive for Aprile, 2012

14 Aprile, 2012

Primo Levi, Io sono un centauro

by gabriella

A venticinque anni dalla scomparsa di Primo Levi, morto a Torino l’11 aprile 1987, Memoradio ha ricordato il grande scrittore torinese riproponendo alcuni documenti dai quali scelgo l’intervista rilasciata ad Alberto Gozzi il 13 gennaio 1985 (per riascoltare la sua voce), le tre puntate di Se questi sono uomini e un breve estratto de La Tregua.

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Mai dimenticherò (Se questi sono uomini 1, di Gianfranco Rossi)

Il ritorno ad Auschwitz di Primo Levi (Se questi sono uomini 2, di Gianfranco Rossi)

Cerca le ceneri, mamma (Se questi sono uomini 3, di Gianfranco Rossi)

Valentina Carnelutti legge La Tregua

Prima puntata

Seconda puntata

Terza puntata

Quarta puntata

Quinta puntata

Sesta puntata

Settima puntata

Ottava puntata

Nona puntata

Decima puntata

Wikiradio, Massimo Raffaeli racconta Primo Levi.

14 Aprile, 2012

Armando Massarenti, Apologia di Leibniz

by gabriella

Secondo l’appassionata apologia di Massarenti, il meglio di Lebniz sarebbe nel suo insospettabile aristotelismo politico. Già, anche se non fosse un pensatore immenso, lo ameremmo per quella sua idea  «che stranamente non conforta potenti né monarchi né allora né oggi». 

«Quelli che hanno affermato che tutto va bene han detto una castroneria» spiega Pangloss al giovane Candide. «Bisognava dire che meglio di così non potrebbe andare». Distinzione sottile per dire che, nonostante l’esistenza del male, della malvagità umana, delle guerre di religione e di sciagure naturali come cataclismi, terremoti, tsunami, malattie, viviamo nel migliore dei mondi che Dio avrebbe potuto creare, il «migliore dei mondi possibili».

Il riferimento è, naturalmente, alla Teodicea, l’unica opera che Leibniz ha pubblicato in vita. ma è giusto che un pensatore così erudito e prodondo finisca per essere ricordato solo per la caricatura di Voltaire? In uno spiritoso dizionarietto dei luoghi comuni si legge che Leibniz scriveva cose del genere solo per confortare i monarchi. Con i quali, com’è noto, ebbe grandi frequentazioni in qualità di filosofo, diplomatico, linguista, storico, giurista, bibliotecario. Era anche fisico, geologo, matematico, logico, metafisico, e se non pubblicò molto di tali speculazioni – dice sempre il nostro vademecum flaubertiano – è perché sevivano a poco per confortare i potenti presso i quali amava soggiornare.

In realtà, in vita, oltre alla Teodicea egli pubblicò altri saggi, coem le Meditazioni sulla conoscenza, la verità e le idee, o quello su alcuni «errori commessi» da Cartesio, e ultimo anche una confutazione sistematica del pensiero di Locke, intitolata Nuovi saggi sull’intelletto umano che poi non ha pubblicato avendo saputo della morte del padre del’empirismo. La propria idea di natura è espressa nella Monadologia, e pure questa ha suscitato commenti semiseri, anche da parte dei suoi più ingegnosi ammiratori, come Carlo Emilio Gadda che sulla metafisica leibniziana ha scritto la tesi di laurea: «la mia monade e il mio io sono delle baracche sconquassate rispetto alle pure sfere d’acciaio di Leibniz e hanno finestre e fessure».

Anche su un altro scrittore, Jorge Luis Borges, hanno avuto un duraturo effetto gli innumerevoli scambi epistolari, gli articoli brevi su problemi enormi (perché esiste qualcosa invece del nulla?), gli schizzi intellettuali buttati giù per puro divertimento del filosofo. Al punto che leggendo Leibniz, a volte sembri aprorpio di leggere Borges.

Leibniz è un autore modernissimo, che scrive nel pieno della rivoluzione scientifica e del trionfo del meccanicismo. Ma, come ha messo bene in luce Massimo Mugnai, uno dei più importanti studiosi del suo pensiero, la sua fantasia filosofica non ha freni inibitori, e il suo equilibrio, la sua chiarezza e il suo rigore si nutrono anche delle visioni che la Nuova Scienza sembra contraddire. Con i peripatetici gli piace fare il cartesiano, mentre con questi ultimi si diverte a recuperare finalismi ed entelechie.

Come per Cartesio, il suo lascito più duraturo riuguarda la matematica. Indipendentemente e quasi in contemporanea con Newton, è l’inventore del calcolo differenziale e integrale. A esso si lega uno dei suoi sogni più ambiziosi. Mentre affrontava un problema di logica, «come spinto da una necessità interna, a questa idea straordinaria: che doveva essere possibile costruire una caratteristica universale della ragione, mediante la quale, in qualisiasi dominio, tutte le verità si presenterebbero alla ragione in virtù di un metodo di calcolo, come nell’aritmetica o nell’algebra. Di conseguenza, quando sorgeranno controversie tra due filosofi, non sarà più necessaria una discussione; sarà sufficiente infatti che prendano in mano le penne, si siedano di fronte agli abachi e si dicano l’un l’altro “calculemus!”».

Tutta la logica era da reimpostare e Leibniz intuì che bisognava partire da un sistema binario. Come ci arrivo? Attraverso uno dei libri che dalla Cina giunsero in Europa dopo la spedizione di Matteo Ricci: gli I-Ching, il libro dei mutamenti, le cui figure, come nella logica che Leibniz vagheggiava – e che oggi fa funzionare i nostri computer – sono combinazioni di due soli elementi, le linee lunghe e le linee spezzate, equivalenti all’uno e allo zero. In quel sistema Leibniz vide una conferma della possibilità di comprendere la lingua che la mente divina parla nel libro della natura. Della «clavis universalis» e della «mathesis universalis», queste idee così metafisiche, rimane traccia nei simboli che usiamo ancora oggi quando facciamo dell’analisi matematica.

Leibniz coltivava anche dei sogni «sociali». Scrisse un piano per la costruzione di una Società  delle Arti e delle Scienze in Germania e un abbozzo su società ed economia, nei quali sviluppava una ragionevole utopia: l’obiettivo primario dello stato deve essere quello di liberare i cittadini dalle fatiche del mondo fisico, perché «tutti possano costantemente sperimentare tutti i tipi di pensieri e idee innovatrici, proprie a loro stessi e agli altri, senza perdere tempo prezioso». La schiavitù del lavoro non migliora la produttività, produce solo ingiustizia. Ecco una bella idea, di quelle che stranamente con confortano potenti e monarchi, né allora né oggi.

13 Aprile, 2012

Saverio La Ruina, Italianesi

by gabriella

L’ho ascoltato per radio, oggi, mentre guidavo per andare a fare la spesa e senza più riuscire a scendere. Meraviglioso.

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Grande, grandissimo Saverio La Ruina, un condensato di bravura e di alto senso poetico, capace di condurre passo passo lo spettatore – per accenni, per piccoli gesti – dentro l’anima di un personaggio, come forse solo Eduardo e pochi altri hanno saputo fare. Smessi i panni delle donne calabresi angariate protagoniste di Dissonorata e de La Borto, l’attore affronta qui un altro dramma lancinante, quello dei figli di militari italiani nati in Albania, dopo la guerra, e cresciuti nei campi di prigionia, fra due patrie, senza vera identità nazionale.
In questo suo nuovo testo Saverio, golfetto un po’ vintage, spalle appena incurvate in una rassegnazione senza età, lievemente claudicante nello spostare la sedia che è il suo unico attrezzo scenico – è un sarto che ha passato gran parte della vita in uno dei lager nei quali il regime internava questi sradicati, sospettandoli di essere spie e traditori. Nel campo ha lavorato, si è sposato, ha avuto a sua volta dei figli. E quando ne è uscito per andare a conoscere il padre, e l’Italia di cui tanto aveva sentito parlare, ne è stato doppiamente respinto.
Per certi versi, Italianesi è uno spettacolo sulla dittatura, sull’oppressione, un enorme spaccato storico colto però in una chiave minimalista, come a esorcizzare i toni della tragedia osservandola con occhi perennemente infantili: la detenzione è una guardia che decide quando si può andare in bagno e quando bisogna tenersela, sono le madri che denunciano i figli per salvare altri figli.mLa libertà sono i piccioni che mangiano pezzi di biscotti, sul suolo italiano. “Ma sono libero veramente?”. In questo interrogativo sta tutto il succo del racconto.
E tuttavia anche gli avvenimenti più concreti, nell’intensissimo approccio di Saverio, sono colti in una luce puramente emotiva. La sua è una scrittura tutta fatta di sfumature, dove ciò che non accade è più importante di ciò che accade: qui non c’è, come nei due precedenti monologhi, la rabbia, l’ardore della protesta, c’è una straordinaria prova interpretativa interamente sviluppata sui registri dello stupore e della tenerezza,, una musica del ricordo, una sinfonia di sentimenti scanditi da un impalpabile ma incalzante ritmo interiore.
Le speranze, le delusioni, gli affetti traditi sono espressi in una lingua morbida e sinuosa, un calabro-italiano dolcissimo come le parole che slittano sulle “i” impropriamente accentate, la “pì-ega” il “cì-elo”.
Accompagnato dalle note di Roberto Cherillo, che riempiono le pause di silenzio, il protagonista non si lamenta, non accusa, si rivolge alla platea con fare timido, sommesso: e a commuovere non è tanto la vicenda in sé, quanto il modo in cui lui la espone, con toccante adesione, ma senza un briciolo di retorica.Renato Palazzi, Il sole 24 ore, 12/02/2012

La prima stesura del testo è giunta nella cinquina dei finalisti al Premio Riccione per il Teatro 2011.

La recensione di Katia Ippaso.

9 Aprile, 2012

Bertrand Russell, Karl Popper, Il tacchino induttivista

by gabriella

Può sembrare strano, ma la scienza non è verificabile empiricamente. Lo mostra Bertrand Russell con la storiella del tacchino induttivista, evidenziando l’errore di fondo dell’idea che l’osservazione empirica, condotta con metodo, porti alla scoperta di regolarità e leggi scientifiche.

Una storiella che ha messo Karl Popper sulla via del falsificazionismo.

Indice

1. Alessandro Gelain, Il tacchino induttivista
2. Fabio Cioffi, La triste storia del tacchino induttivista

2.1 Dal particolare all’universale
2.2 Contro l’induzione nella scienza
2.3 Non verificare, ma falsificare

 

2. Fabio Cioffi, La triste storia del tacchino induttivista

Inductivist turkey

C’è una storia che i filosofi della scienza si sono raccontati per anni, forse nella penuria di barzellette, appannaggio piuttosto degli psicoanalisti. Si tratta della triste storia del tacchino induttivista (inductivist turkey), che il celebre logico Bertrand Russell racconta così:

«Fin dal primo giorno di permanenza nel suo nuovo allevamento il tacchino aveva osservato che alle nove del mattino gli veniva portato il cibo. Da buon induttivista non trasse precipitose conclusioni dalle prime osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e in quelli freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Finalmente la sua coscienza induttivista fu soddisfatta e il tacchino elaborò allora un’induzione che dalle asserzioni particolari relative alle sue vicende alimentari lo fece passare a un’asserzione generale, una legge, che suonava così: “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. Purtroppo per il tacchino, e per l’induttivismo, la conclusione fu clamorosamente smentita la mattina della vigilia di Natale!» [The Problems of Philosophy].

 

2.1 Dal particolare all’universale

Quasi tutti sappiamo che cos’è un’induzione; ma forse ad alcuni di noi sfuggono le implicazioni metodologiche del suo uso. L’induzione è quella forma di ragionamento che, dall’esame di una serie di casi particolari, conduce a una conclusione universale. Per esempio, da un certo numero di constatazioni del tipo “i corvi italiani sono neri, i corvi americani sono neri, i corvi greci sono neri ecc.” si indurrà che “tutti i corvi sono neri”. L’induzione procede dunque da dati singolari, secondo lo schema qualchetutti.

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5 Aprile, 2012

Le politiche “anticrisi” spiegate da Lidia Undiemi

by gabriella

L’economista Lidia Undiemi spiega la natura fallimentare delle politiche monetariste a cui sono ispirate le misure anticrisi da Obama a Monti (tra lo sconcerto del conduttore e degli ospiti in studio a Linea Notte).

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3 Aprile, 2012

Il disturbo specifico di comprensione del testo scritto

by gabriella

La lettura è un’abilità complessa che coinvolge vari elementi. Lo scopo della lettura non è solo quello di decifrare le parole scritte su un foglio, ma è quello di comprendere il significato del testo, cioè cogliere il significato di ciò che si sta leggendo. Partendo da questo, si può cercare di analizzare in cosa consiste il disturbo specifico di comprensione del testo scritto.

In fondo al testo una serie di grafiche illustra le strategie didattiche di potenziamento.

 

Che cos’è il disturbo specifico di comprensione del testo

Rientra nei disturbi specifici dell’apprendimento e si manifesta durante la fanciullezza e la prima adolescenza (e va quindi riconosciuto e affrontato tempestivamente, perché il potenziamento annulli lo svantaggio). Il disturbo di comprensione si caratterizza per la difficoltà a comprendere in modo adeguato il significato del testo.

Bisogna fare attenzione a distinguere la difficoltà di comprensione dal disturbo di comprensione. Nella difficoltà di comprensione il problema che il ragazzo incontra può essere ricondotto a bassa stimolazione culturale e linguistica, quale effetto dello svantaggio socio-economico (un problema tutt’altro che risolto, che sta invece crescendo con la diminuzione del tempo scuola e l’aumento delle diseguaglianze), mentre questo non è alla base del disturbo di comprensione. 

Le caratteristiche che un soggetto con tale disturbo incontra durante la lettura sono:
1. Una prestazione al di sotto della norma in prove specifiche che valutano la comprensione del testo;
2. Un livello intellettivo nella norma e comunque consistentemente più elevato rispetto agli esiti nella prova di comprensione;
3. Nessuna situazione di svantaggio socioculturale o di carenza di istruzione che possa spiegare per se stessa la difficoltà;
4.  Nessun ritardo mentale o deficit di tipo sensoriale (visivo o uditivo), cui possa essere attribuibile il deficit di comprensione.

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2 Aprile, 2012

Che cos’è l’art.18

by gabriella

Nel testo in discussione al Senato su cui Renzi si appresta a chiedere domani la fiducia, la modifica di tre articoli chiave dello Statuto dei lavoratori: l’articolo 18 che disciplina i licenziamenti illegittimi, l’articolo 4 che stabilisce il divieto delle tecniche di controllo a distanza dei lavoratori con telecamere e altre apparecchiature, e l’articolo 13 che tutela il lavoratore contro il demansionamento.

L’art. 18 è la norma dello Statuto dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) grazie alla quale il giudice può dichiarare inefficare o annullare il licenziamento disposto senza giusta causa o giustificato motivo. Questo articolo dello Statuto permette quindi il reintegro e il risarcimento del danno al lavoratore – impiegato in un’impresa con più di quindici dipendenti – che dimostri in giudizio l’assenza di un motivo legittimo a monte dell’interruzione del proprio rapporto di lavoro.

Lo Statuto dei lavoratori è uno dei risultati della stagione di scioperi e agitazioni sociali nota come autunno caldo, sviluppatasi nelle fabbriche del nord a partire dall’autunno 1969 e strettamente legata al clima politico del ’68, nel quale avevano trovato sintesi le rivendicazioni salariali di ampi strati del movimento operaio (in particolare, della categoria dei metalmeccanici) e le agitazioni studentesche per l’effettività del diritto allo studio.

I primi tentativi di revisione e riduzione delle tutele dell’art. 18 datano dalla metà degli anni ’90 (gli anni ’80 conobbero invece diversi tentativi falliti di estensione dei diritti del lavoro) quando dal mondo industriale si leva la richiesta di maggiore flessibilità del mercato del lavoro, accolta in particolare dal Pacchetto Treu. Nel 2000, un fallito referendum promosso dal partito Radicale punta alla sua abolizione, mentre tre anni dopo, nel 2003, un nuovo referendum tenterà di estenderlo a tutti i lavoratori. Nemmeno quest’ultimo referendum raggiungerà il quorum (cioè la validità data dall’espressione di voto di almeno il 50% degli aventi diritto) anche grazie alla massiccia campagna per l’astensione che invitava gli italiani ad “andare al mare” quella domenica.

Il governo Monti ha riproposto la soppressione del reintegro e il livellamento delle tutele del lavoro sulle condizioni contrattuali peggiori – orari flessibili, bassi salari, abbassamento delle tutele del lavoro – così da attirare capitale di rischio in Italia e aumentare gli investimenti stranieri alle condizioni già conosciute da paesi come la Thailandia, il Cile e l’Argentina le cui conseguenze sono consultabili nei libri di storia.

E’ stato infine il governo Renzi (PD) ad approvare il Job Act che sopprime il diritto di reintegro per il licenziamento senza giusta causa (art.18), sostituendolo con una compensazione in denaro, oltre a permettere il demansionamento e il controllo a distanza dei lavoratori.


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