Archive for Dicembre, 2013

3 Dicembre, 2013

Giorgio Cremaschi, Prato, schiavitù a chilometri zero

by gabriella

8-marzo-operaieIl tragico ritorno della schiavitù nel continente da cui è iniziata l’accumulazione originaria. Dal blog di Giorgio Cremaschi.

Le persone bruciate vive nelle fabbriche tessili segnano la storia dello sviluppo industriale e delle condizioni di lavoro. La stessa data dell’8 marzo ricorda la strage di operaie avvenuta per il fuoco più di un secolo fa negli Stati Uniti.

Dopo aver percorso il mondo con la sua devastazione costellata di stragi di lavoratori, ora, grazie alla crisi, la globalizzazione torna là da dove era partita, e anche da noi si muore come nel Bangladesh o in Cina. Negli Stati Uniti questi laboratori di migranti che si installano nelle antiche zone industriali li chiamano “sweet-shops”, fabbriche del sudore. Da noi la strage di operai cinesi a Prato è stata presentata cercando la particolarità estrema, quasi come fatto di costume.

Si è messo l’accento sulla particolare chiusura in sé della comunità cinese, fatto assolutamente vero, quasi per derubricare quanto avvenuto. E soprattutto per non affrontare la questione vera, che in Italia la produzione industriale e il lavoro nei servizi stanno affondando nelle condizioni di quello che una volta si chiamava terzo mondo.

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2 Dicembre, 2013

Gianni Vattimo, Le ragioni del nuovo realismo

by gabriella

Nel video seguente, Gianni Vattimo risponde alla domanda sulla ragion d’essere del nuovo realismo. La sua “novità”, infatti, non deriva dal contenuto delle sue tesi – che sono “vecchie”, nella misura in cui consistono nella ripresa della concezione metafisica della proposizione come raffigurazione dello stato di cose esistenti –, ma dalle esigenze a cui risponde, che sono quelle del neoliberismo e dello scientismo. Il primo vuol farci accettare come naturali i parametri dell’economia in cui viviamo, mentre il secondo vuol farci “dimenticare” che la scienza parla sempre a partire dal punto di vista di certi paradigmi che valgono nel suo ambito.

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1 Dicembre, 2013

Jean-Paul Sartre, Prefazione a Frantz Fanon, Les damnés de la terre

by gabriella

SartreLes damnés de la terre esce nel novembre 1961 nel corso della guerra d’Algeria, mentre Frantz Fanon, un giovane psichiatra impegnato nella lotta anticolonialista, è in fin di vita in un ospedale americano – dove muore l’8 dicembre. Il libro, che esce con la prefazione di Jean-Paul Sartre, viene immediatamente bandito in Francia per «attentato alla sicurezza interna dello stato»

Vous condamnez cette guerre mais n’osez pas encore vous déclarer solidaires des combattants algériens ;
n’ayez crainte, comptez sur les colons et sur les mercenaires : ils vous feront sauter le pas.
Peut-être, alors, le dos au mur, débriderez-vous enfin cette violence nouvelle que suscitent en vous de vieux forfaits recuits.
Mais ceci, comme on dit, est une autre histoire. Celle de l’homme.
Le temps s’approche, j’en suis sûr, où nous nous joindrons à ceux qui la font.

Jean-Paul Sartre

Il n’y a pas si longtemps, la terre comptait deux milliards d’habitants, soit cinq cents millions d’hommes et un milliard cinq cents millions d’indigènes. Les premiers disposaient du Verbe, les autres l’empruntaient. Entre ceux-là et ceux-ci, des roitelets vendus, des féodaux, une fausse bourgeoisie forgée de toutes pièces servaient d’intermédiaires. Aux colonies la vérité se montrait nue ; les « métropoles » la préféraient vêtue ; il fallait que l’indigène les aimât. Comme des mères, en quelque sorte.

L’élite européenne entreprit de fabriquer un indigénat d’élite ; on sélectionnait des adolescents, on leur marquait sur le front, au fer rouge, les principes de la culture occidentale, on leur fourrait dans la bouche des bâillons sonores, grands mots pâteux qui collaient aux dents ; après un bref séjour en métropole, on les renvoyait chez eux, truqués. Ces mensonges vivants n’avaient plus rien à dire à leurs frères ; ils résonnaient ; de Paris, de Londres, d’Amsterdam nous lancions des mots « Parthénon ! Fraternité ! » et, quelque part en Afrique, en Asie, des lèvres s’ouvraient : « … thénon !… nité ! » C’était l’âge d’or.

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1 Dicembre, 2013

Stefano Sinibaldi, Le parole del razzista

by gabriella

L’omaggio di Stefano Sinibaldi a Frantz Fanon nel cinquantesimo anniversario della morte [8 dicembre 1961].

En tant qu’homme, je m’engage à affronter le risque de l’anéantissement pour que deux ou trois vérités jettent sur le monde leur essentielle clarté.

[Come uomo, mi impegno ad affrontare il rischio dell’annientamento perchè due o tre verità possano rischiarare il mondo]

Frantz Fanon

A Dicembre di cinquant’anni fa [l’articolo è uscito nel 2011], nel 1961, moriva, per una leucemia, Frantz Fanon. Solo pochi mesi prima, si era ancora in piena guerra franco-algerina, il coraggioso libraio-editore François Maspéro, aveva pubblicato il suo scritto sul colonialismo I dannati della terra [qui l’originale francese]. In Italia Einaudi lo pubblicherà subito dopo con una tempestività d’altri tempi.

Fanon nasce nel 1925 in Martinica, sotto la dominazione francese. Partecipa come volontario alla guerra di liberazione della Francia dalla dominazione nazista. Qui, in seguito, si stabilisce e, nel 1952, si laurea in Medicina specializzandosi in neuropsichiatria. L’anno dopo lavora in un ospedale algerino dove resterà fino al 1956 quando, per il suo appoggio al movimento per l’indipendenza, viene costretto ad abbandonare il paese. Si rifugia nella vicina Tunisi da dove opera il Comitato di coordinazione del Fronte di Liberazione Nazionale algerino ( FLN ). Il suo saggio nasce dall’esperienza in Algeria ma si allarga fino a diventare un esame e una condanna del colonialismo in sé, indicando nel “terzo mondo” il possibile futuro protagonista di un cambiamento del corso della storia. Fanon si rivolge, partendo dalla tragedia del Nord Africa, a tutta l’umanità andando ad esaminare i criteri alla base del fenomeno del colonialismo e dello sfruttamento in generale.

Jean-Paul Sartre coglie bene, nella prefazione al libro, questo aspetto:

… l’oppressione si palesa. I nostri soldati, oltremare, respingendo l’universalismo metropolitano, applicano al genere umano il “numerus clausus”: poiché nessuno può – senza reato- spogliare il suo simile, asservirlo od ucciderlo, pongono a principio che il colonizzato non è il simile dell’uomo … per giustificare il colono di trattarli da bestie da soma”.

Come sempre è il linguaggio che sancisce questa barriera, dice Fanon:

[…] il linguaggio del colono, quando parla del colonizzato, è un linguaggio zoologico […] il colono, quando vuole descrivere bene e trovare la parola giusta, si riferisce costantemente al bestiario.

 

tratto da:


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