Alberto De Nicola, L’utopia neoliberale

by gabriella

Ogni crisi economica, qualora assuma dimensioni e profondità sistemiche, si presenta sempre come una crisi che interessa la razionalità di governo. Si è detto e ripetuto più volte che i governi stanno, quasi per paradosso, applicando ricette neoliberiste per far fronte alla stessa crisi del neoliberismo. Dietro questa apparente tautologia, questa accanita e forsennata insistenza, tuttavia, si nasconde un’incrinatura, una rottura, che riguarda direttamente il progetto neoliberale, i suoi modi di presentarsi come discorso egemonico e la sua forza di penetrare nel tessuto sociale, per ordinarlo. Per afferrare questo punto conviene fare un passo indietro e chiedersi quale fosse, se è mai esistita, un’utopia propria del neoliberalismo.


Utopia neoliberale

Karl Polanyi ha sostenuto che l’utopia del primo liberalismo economico si era presentata nell’idea dell’autoregolazione del mercato. La generalizzazione di questo principio organizzativo all’intera vita sociale, ha comportato effetti distruttivi tali da innescare una crisi di governo senza precedenti.

C’è da chiedersi quale sia stata, invece, l’utopia incarnata dentro il discorso neoliberale a partire dalla metà degli anni Settanta. Come ci ha mostrato Foucault, lo spostamento di asse dal principio regolatore dello scambio a quello della concorrenza, ha mutato radicalmente la grammatica della governamentalità liberale.

Si potrebbe affermare che l’utopia specifica del neoliberalismo non sia stata tanto quella dell’autoregolazione, bensì quella della completa de-proletarizzazione del corpo sociale. Quando si dice de-proletarizzazione qui non si intende affatto l’idea che per i neoliberali non ci dovessero essere disuguaglianze, né rapporti di subordinazione e dipendenza, ma che questi rapporti, queste differenze non debbano in alcun modo essere pensati come rapporti di sfruttamento. Questo il punto: lo Stato deve intervenire attivamente affinché la società sia segnata da disuguaglianze, anche radicali, condizione questa necessaria al funzionamento del principio della concorrenza di tutti con tutti. Tuttavia, il problema per i neoliberali rimane quello di far fuori l’opposizione tra capitale e lavoro.

Facendo di tutti gli individui dei capitalisti, istituendo un capitalismo popolare, si eliminano le tare sociali del capitalismo, indipendentemente dalla salarizzazione crescente nell’economia. Un salariato che sia a sua volta anche un capitalista, non è più un proletario. (Bilger, citato da Foucault in Nascita della biopolitica)

Il neoliberalismo realizzerà questa sua idea-forza attraverso due figure principali. Da una parte quella dell’individuo proprietario. L’individuo proprietario è il rovescio di quella particolare forma di proprietà che si era sviluppata con la diffusione dei moderni sistemi di Welfare. Questi, in un certo senso, hanno rappresentato la risposta capitalistica e di Stato alle lotte contro gli effetti devastanti della proletarizzazione attraverso una forma, seppur parziale e verticale, di socializzazione della proprietà: le assicurazioni sociali (pensioni, assicurazioni contro gli infortuni, la malattia e la disoccupazione) e i servizi collettivi garantiti dallo Stato (università, scuola, sanità). Non va dimenticato, tuttavia, che questa forma di proprietà sociale è stata l’obiettivo di lotte grandiose, durante gli anni Sessante e Settanta, che ne contestavano la natura disciplinare, lavoristica e statuale. Questo insieme di istituzioni e di forme di assicurazione sociale che il neoliberismo attacca, erano già state in altri termini colpite dai conflitti dal basso che avevano tentato non solo di estenderle ulteriormente, ma anche di inserirle all’interno di un progetto di liberazione.

La seconda figura che incarna l’utopia neoliberale è quella, conosciuta e spesso richiamata, dell’imprenditore di sé. Qui la società pensata come un insieme di imprese individuali prende il posto della società segnata dal dualismo e dall’antagonismo che separa e contrappone il lavoro e il capitale. Le retoriche sul capitale umano convertono la crisi della società salariale innescata dalle lotte operaie e proletarie, in quel progetto che sempre Foucault definisce di «demoltiplicazione della forma impresa». Individuo proprietario e imprenditore di sé sono quindi i due poli su cui si definisce, non solo la retorica ma anche la pratica governamentale di quell’utopia che punta alla completa de-proletarizzazione del corpo sociale.


In che senso la povertà rovescia l’utopia

Ciò che a noi interessa è comprendere come l’attuale crisi economica, benché continui ad essere curata con le ricette neoliberiste, abbia incrinato tale utopia e in quale direzione tale incrinatura possa aprire, o stia già aprendo, processi di soggettivazione inediti. Per far questo conviene rivolgere lo sguardo ai processi di impoverimento e declassamento che la congiuntura economica sta accelerando e massificando. Quando parliamo dell’estensione della povertà qui non ci riferiamo unicamente agli indicatori tradizionali, assoluti e relativi, che spesso ne sottostimano la portata. Ci riferiamo a quello che alcuni studiosi hanno chiamato la «democratizzazione della povertà», ovvero a quel fenomeno che fa della povertà un’esperienza trasversale, temporanea o permanente, che finisce per toccare strati sociali sempre più ampi e variegati e che non si identifica necessariamente con l’assenza di lavoro. Il carattere maggiormente innovativo di questa esperienza è che essa si applica sempre di più a soggettività tutt’altro che isolate, nient’affatto escluse o prive di risorse (intellettuali o relazionali).

Nonostante gli effetti sociali e politici di questo fenomeno rimangano ad oggi del tutto ambigui ed imprevedibili, possiamo già da ora affermare che questi stanno producendo un rovesciamento dell’utopia neoliberale. Almeno in due sensi. Da una parte la pauperizzazione si presenta innanzitutto come povertà di potere. Quando il neoliberismo si propone di distribuire la proprietà, questa distribuzione, concretamente, si dà sotto la forma del debito e della finanziarizzazione della vita: l’individuo proprietario, per riprendere un’espressione di Deleuze, nasconde sempre l’uomo indebitato.

Dalla finanziarizzazione dei fondi pensione statunitensi nella prima metà degli anni Settanta fino alla recente crisi dei mutui subprime, è evidente che da tempo siamo entrati in un regime di differente natura nel quale le classiche pratiche di disciplinamento hanno lasciato il posto a metodi di prescrizione delle soggettività e di colpevolizzazione. E la forma del debito, come spiega benissimo Lazzarato nel suo ultimo libro (La fabbrica dell’uomo indebitato), porta con sé quella della colpa: da una parte la solitudine dell’individuo «privatamente» indebitato, dall’altra quella di intere popolazioni che pagano i costi della speculazione sui debiti «pubblici». I destini della vita delle popolazioni vengono legate in modo stringente alle variazioni e alle fluttuazioni dei mercati finanziari. Ciò che non passa per il comando diretto, si esprime attraverso dispositivi di potere che vedono nella forma-debito, un potente, benché non esclusivo, strumento indefinitivamente applicabile.

Dall’altra, il progetto di de-proletarizzazione si è dato attraverso una mutazione della stessa convenzione salariale. Il reddito, come suggerisce ad un certo punto Foucault, smette di essere la contropartita di un lavoro erogato, ma diventa un flusso derivato da un investimento individuale. Il capitale umano, sociale e intellettuale che ogni lavoratore possiede, benché in misura differente, è ciò che viene investito nel mercato e che gli consentirà di avere un reddito. Marazzi ha mostrato molto bene come questa coincidenza tra lavoro e capitale nel corpo della forza-lavoro postfordista, ha comportato un sostanziale disconoscimento monetario del lavoro, in particolare di quello che risiede nelle conoscenze, nelle relazioni, negli affetti e nella stessa corporeità. Cioè quello che origina dal comune. Che cos’è il capitale sociale e intellettuale se non il lavoro prodotto socialmente e collettivamente, accumulato nel tempo? Che cos’è questo capitale di cui parlano i neoliberali se non l’immagine capitalistica di quello che noi possiamo chiamare comune, ovvero le condizioni collettive della produzione.

Nella crisi economica, proprio quando i meccanismi di ricompensa di questo investimento vengono meno e nel momento in cui l’impoverimento della forza lavoro diventa una condizione sempre più estesa, questo ribaltamento tra il capitale come dotazione individuale e il comune, inteso come proprietà collettiva, acquisisce una nuova visibilità. Esso mostra tutta la tensione che esiste tra la deprivazione materiale a cui siamo sottoposti e la potenzialità produttiva che vive, e si rende possibile, dentro l’agire collettivo.


Proletarizzazione

Se l’esperienza dell’impoverimento rovescia le due figure principali attraverso cui il neoliberismo ha costruito il suo discorso, è possibile interpretare in modo differente le politiche di gestione capitalistica della crisi. Gli stessi programmi di austerità che stanno colpendo il Welfare, secondo questa visuale, possono quindi esser visti come qualcosa di assai più complesso di puri attacchi al settore pubblico e alle prerogative dello Stato sociale. Molti autori marxisti hanno ripreso negli ultimi anni, e in modo convincente, il problema dell’accumulazione originaria proposto da Marx nel Capitale, vedendo in esso un processo che tende a reiterarsi nella storia del capitalismo. Secondo Marx lo spossessamento e la recinzione delle terre comuni ha comportato storicamente l’isolamento dei lavoratori dalle condizioni di sussistenza e, al contempo, di realizzazione del lavoro. Questo processo ha reso possibile la proletarizzazione della forza lavoro stessa. Nella mercificazione spinta dei servizi collettivi garantiti dal Welfare è in atto un processo molto simile a quello che ha caratterizzato la cosiddetta accumulazione originaria, laddove però, come ha sostenuto Marazzi, oggi la vita prende sempre più il posto che ha svolto storicamente la terra.

L’attacco al Welfare si concretizza su due fronti: da una parte viene attaccato il Welfare inteso come redistribuzione delle ricchezze prodotte, cioè vengono attaccate quelle forme di reddito che non passano per il salario che si scambia con il lavoro, ovvero per quelle forme che sono, anche se solo relativamente, indipendenti dal salario. Dall’altra parte il Welfare viene attaccato come produttore di servizi collettivi quali la sanità, l’istruzione, la cultura, ecc… Il tentativo di distruzione del welfare dal punto di vista dell’attacco al reddito sociale e alle istituzioni collettive, alle basi della sussistenza e alle condizioni sociali del lavoro, può essere forse interpretato come una riproposizione, anche se con caratteri del tutto inediti, dello schema storico della accumulazione originaria, cioè di quello che per Marx è il processo che renderà possibile la proletarizzazione della popolazione. Con alcune caratteristiche che però lo rendono non assimilabile alla forma classica descritta dal marxismo. Da una parte questa proletarizzazione non si dà come una riduzione dal lavoro complesso a quello semplice: la cognitivizzazione del lavoro rende impossibile questa riduzione e spinge fino alle estreme conseguenze la tensione esistente fra la miseria delle condizioni di vita e la pienezza dell’attività creativa. Dall’altro, questo processo non produce alcuna unità né omogeneizzazione del corpo sociale, neanche dal punto di vista della coscienza. Il lavoro di composizione di questa plebe intellettuale non lo si trova già pronto, ma occorre costruirlo.

Il neoliberismo nasce con il progetto di spezzare il potere accumulato dalle lotte durante il fordismo. Questo progetto di radicale trasformazione della società, ha avuto nell’utopia della de-proletarizzazione il suo cuore pulsante. Fino ad un certo punto, il ritorno della povertà in Europa, con il discorso imperante sull’esclusione sociale, è stato del tutto interno a questo programma. La crisi recente innesca invece un rovesciamento di questo fragile rapporto, aprendo nuove strade per le lotte sociali. Siamo solo all’inizio di una nuova stagione e di una nuova grammatica per i conflitti di classe.

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