Il rapporto redatto nel 1852-53 da un agente della polizia prussiana su Karl Marx e la sua famiglia.
Il capo di questo partito (dei comunisti) è Karl Marx; i sottocapi sono Friedrich Engels a Manchester, Freiligrath e Wolff (detto Lupus) a Londra, Heine a Parigi, Weydemeyer e Cluss in America; Burgers e Daniels lo erano a Colonia, Weerth ad Amburgo. Ma la mente attiva e creatrice, la vera anima del partito è Marx; perciò voglio informarla anche della sua personalità.
Nel cinquantennale degli atti del Colloque di Royaumont (4-8 luglio 1964) che segnò l’inizio della Nietzsche renaissance, Francesco Bellusci esamina lo sviluppo dell concetto di interpretazione da quel memorabile intervento di Foucault alle pagine di Umberto Eco.
Umberto Eco (1932 – 2016)
Con una riflessione finale sulla parresia: infatti, se tutto è interpretazione e non c’è originario a cui l’interpretazione si riferirebbe, come rivendicare la giustizia e dire la verità al potere? Eco risponderebbe che benché sia impossibile dichiarare cosa sia davvero qualcosa, è però possibile dire cosa non sia. «Lavoro infinito» – commenterebbe Foucault – «Salvo il caso in cui s’imponga il silenzio della servitù».
Cinquant’anni fa uscivano in Francia gli atti del Colloquio di Royaumont, svoltosi tre anni prima, che avrebbero segnato i destini della filosofia “continentale” all’insegna della Nietzsche-Renaissance: una rinascita dell’interesse per la figura e l’opera di Nietzsche, definitivamente riscattato dalle strumentalizzazioni naziste, preparata anche dalla pubblicazione nel 1961 del poderoso corso di Heidegger e, soprattutto, dall’edizione critica nel 1964 delle opere di Nietzsche, curata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari.
In una scena di They Live (John Carpenter, 1988) che mi ricorda molto la scuola, l’operaio John Nada cerca di convincere, a suon di cazzotti, un compagno di lavoro, ad indossare un paio di occhiali capaci di fargli vedere la realtà, nascosta ai più, popolata da entità nemiche che condizionano le nostre azioni. Le lettura di Slavoj Žižek.
La natura sovraindividuale, “metafisica”, della rivolta nell’esordio de L’homme revolté . Uno stralcio del saggio di Cristina Cecchi su Camus e Holloway pubblicato da Micromega.
«Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi».
La rivolta è una negazione che afferma. È un No che libera da per rendere liberi di. È destruens e construens in un unico movimento. Il No può essere pronunciato silenziosamente oppure ad alta voce; in ogni caso, il primo destinatario di questo messaggio è l’individuo stesso che lo emette. Il No consegue a una subitanea presa di coscienza e stabilisce il limite che l’individuo non può tollerare venga oltrepassato senza che i suoi propri diritti siano violati. Perciò è negazione e insieme affermazione:
«Così, il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere “il diritto di…”. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione» [Albert Camus, L’uomo in rivolta, 1951]
La rivolta è il moto che nasce dalla ripulsa provata al cospetto di una condizione ritenuta ingiusta e che si sviluppa per opporre ciò che è preferibile a ciò che non lo è. Si insorge non solo per rivendicare una condizione migliore per se stessi: la rivolta, benché nasca in quanto c’è di più strettamente individuale nell’umano, è superamento dell’individuo in un bene ormai comune, perché affermazione di un diritto che trascende il singolo; l’insorto agisce, anche a costo della sua stessa vita, in nome di un valore (relativo, ovviamente) che sente di condividere con tutti gli umani.
La potenza della parola, la forza della confutazione, l’ateismo del filosofo italiano salito al patibolo diciannove anni dopo Bruno. Tratto da Giulio Cesare Vanini, Morire allegramente da filosofi, a cura di Mario Carparelli, Saonara, Il Prato, 2011.
L’ateismo, per me, non è un risultato, e tanto meno un avvenimento, – come tale non lo conosco: io lo intendo peristinto. Sono troppo curioso, troppo problematico, troppotracotante, perché possa piacermi una risposta grossolana. Dioè una risposta grossolana, una indelicatezza verso noipensatori –, in fondo è solo un grossolano divieto che ci vien fatto: non dovete pensare!
Nietzsche, Ecce homo
Il 9 febbraio 1619, a Tolosa, Giulio Cesare Vanini è condotto al rogo per essere giustiziato come «ateo e bestemmiatore del nome di Dio». All’aguzzino che deve accompagnarlo al patibolo dice, con fierezza, in italiano:
Andiamo, andiamo allegramente a morire da filosofo.
Come scrisse Schopenhauer, che considerò Vanini suo predecessore,
certamente fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo; per ciò, dopo che gli fu tagliata la lingua, si preferì condannarlo a morte sul rogo [Schopenhauer, Parerga e paralipomena].
Alcuni articoli sulle ragioni della diseguaglianza e sull’aumento vertiginoso della concentrazione di ricchezza (e conseguente aumento della povertà) dal 2007 ad oggi. Apre la raccolta Wealth inequality in America, un’illuminante infografica che mostra la difficoltà del pubblico a percepire l’entità della diseguaglianza economica. A seguire un articolo sull’Indice di Gini, uno strumento statistico di misurazione della diseguaglianza.
Un video TDC evidenzia l’enorme distanza tra la differenza di ricchezza reale e quella percepita dagli americani, mostrando come l’opinione pubblica abbia difficoltà a rappresentarsi l’ampiezza della diseguaglianza economica e, conseguentemente, a valutare l’equità delle politiche di distribuzione della ricchezza (fiscalità generale, servizi sociali, ecc.).
Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini[1], è una misura della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza [nell’immagine, la rappresentazione delle diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza di tutti i paesi del mondo nel 2009].
Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia. Resterà soltanto un enigma di questa Esteriorità. Quale era dunque, ci si domanderà, questa strana delimitazione che è stata alla ribalta dal profondo Medioevo sino al ventesimo secolo e forse oltre?
Perché la cultura occidentale ha respinto dalla parte dei confini proprio ciò in cui avrebbe potuto benissimo riconoscersi,in cui di fatto si è essa stessa riconosciuta in modo obliquo?
Perché ha affermato con chiarezza a partire dal XIX secolo, ma anche già dall’età classica, che la follia era la verità denudata dell’uomo, e tuttavia l’ha posta in uno spazio neutralizzato e pallido ove era come annullata?”
Michel Foucault
Tratto da Filosofico.net. Si veda anche la serie di articoli dedicati alla mostra parigina Malinconia: genio e follia in Occidente.
Michel Foucault, con la Storia della follia (opera pubblicata nel 1961 e inizialmente concepita come la sua tesi di dottorato, il cui titolo originale era: Folie et déraison. Histoire de la folie à l’âge classique), presenta il suo progetto più ambizioso ed acclamato: tracciare una grande genealogia della follia, attraverso la ricostruzione del suo profilo storico e l’attualizzazione di un’immagine che, oltrepassando gli sterili confini di una cronologia elencativa dei singoli eventi, giunge a ricoprire un piano della conoscenza molto più vasto e pregnante di quanto non possa sembrare. La metodologia di ricerca che qui viene utilizzata, infatti, risulta essere decisamente paradigmatica dell’autore, in quanto fungerà da modello ermeneutico per alcuni dei suoi più importanti scritti successivi, tra cui la Nascita della Clinica e Sorvegliare e punire.
Secondo l’Oxford Dictionaries è la parola dell’anno 2016. Ma di cosa parliamo esattamente? La verità, quella assoluta, è un argomento difficile da maneggiare. E mentre il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella parla delle bufale nel web e della necessità di una rete di organismi nazionali per identificare e rimuovere le notizie false, altri, come alcuni nostri ascoltatori, criticano il fatto che il vero e il falso vengano gestiti dalle istituzioni, perché si rischierebbe una sorta di “fascismo 2.0”. Come arginare le bufale? Come appurare, ai tempi della rete e dei social network, la verità?
La puntata del 2 gennaio 2017 di Tutta la città ne parla [con Giovanni Pitruzzella, Nadia Urbinati, Massimo Mantellini, Stefano Laffi e Dario Antiseri], un articolo di approfondimento e critica dell’informazione di Contropiano.it ed uno sulla propaganda in relazione alla guerra in Siria [attenzione: il programma radiofonico si apre automaticamente, disattivarlo manualmente].
La risposta di Jung ad un’amica che gli chiedeva conforto nel lutto per la morte del marito: una meditazione sulla futilità della consolazione e sulla bellezza misteriosa della vita.
Mia cara amica,
lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. E’ questo è un interrogativo al quale, debbo confessarle, non so dare risposte.
1. Spiega perché Kant parla di «rivoluzione copernicana» a proposito della sua filosofia
Kant parla della sua filosofia come di una rivoluzione copernicana, nella quale viene abbandonata l’idea che gli oggetti siano dati fuori di noi e poi siano da noi conosciuti ed affermata la tesi che essi invece si regolano sul nostro modo di conoscere, cioè sulle forme a priori della sensibilità e dell’intelletto, per poter essere oggetto d’esperienza e di conoscenza per noi .
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