Storia della colonna infame
Qui, ove s’apre questo largo, sorgeva un tempo
la bottega del barbiere Gian Giacomo Mora che,
ordita con il commissario di sanità Guglielmo Piazza e con altri
una cospirazione, mentre un’atroce pestilenza infuriava,
cospargendo diversi lochi di letali unguenti,
molti condusse ad un’orrenda morte.Giudicati entrambi traditori della patria, il Senato decretò
che dall’alto di un carro prima fossero morsi con tenaglie roventi,
mutilati della mano destra, spezzate l’ossa degli arti,
intrecciati alla ruota, dopo sei ore sgozzati, bruciati e poi,
le ceneri disperse nel canale.Parimenti diede ordine che ad imperituro ricordo, la fabbrica
ove il misfatto fu tramato fosse rasa al suolo né mai più ricostruita,
sulle macerie eretta una colonna da chiamare infame.
Lungi adunque da qui, alla larga probi cittadini,
che un esecrando suolo non abbia a contaminarvi!Addì, 1 agosto 1630
Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame
Autodafé
L’Inquisizione spagnola
L’Inquisizione spagnola ebbe una nascita e uno sviluppo del tutto particolari, perché mentre le sue equivalenti monastico-papale e romana, dipendevano direttamente dal pontefice questa, nata nel 1478 per disposizione di Sisto IV, come quella portoghese, istituita nel 1547, era soggetta allo stato, vale a dire ai re cattolici.
La scopo principale della Santa Inquisizione era di combattere gli ebrei e i musulmani presenti sia nel territorio spagnolo che nelle Nuove Terre, perché questi ultimi, già cristianizzati – conversos y moriscos –, erano accusati di ritornare segretamente a seguire il loro credo nativo. Ben presto, l’Inquisizione si indirizzò verso la repressione dei culti protestanti ed eretici in generale. Divenne inoltre uno strumento politico della monarchia per indebolire il potere dei nobili e dei ricchi commercianti che, perseguitati, venivano privati dei loro beni.
Figura simbolo di questo periodo è il domenicano Tomàs de Torquemada (1420-1498), confessore di Isabella I di Castiglia e Ferdinando II il Cattolico, ed era tanto drastico che si dovette invitare Roma a intervenire per cercare di frenare gli eccessi. Torquemada, nominato da papa Sisto IV primo inquisitore generale di Castiglia nel 1483, riorganizzò la struttura logistica dell’Inquisizione in tal modo che in quindici anni della sua gestione si celebrarono circa 100.000 processi con 2.000 condanne a morte. Tanta era l’autonomia spagnola che ebbe la facoltà di preparare un suo Indice, la lista di libri proibiti perché considerati pericolosi per la fede e per la morale, istituita ufficialmente sotto il pontificato di papa Paolo IV, nel 1559.
Eva Cantarella, La curiosità di Erodoto
La lezione di Eva Cantarella, La curiosità di Erodoto, tenuta sabato 25 maggio 2013 al Festival di Antropologia di Pistoia.
Qui i libri I-VII de Le storie. Libro I. La Lidia e la Persia. A cura di David Asheri, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2005; Libro II. L’Egitto. A cura di Alan B. Lloyd. Traduzione di Augusto Fraschetti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2010; Libro III. La Persia. A cura di David Asheri e Silvio M. Medaglia. Traduzione di Augusto Fraschetti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2005; Libro IV. La Scizia e la Libia. A cura di Aldo Corcella e Silvio M. Medaglia. Traduzione di Augusto Fraschetti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2007; Libro V. La rivolta della Ionia. A cura di Giuseppe Nenci, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006; Libro VI. La battaglia di Maratona. A cura di Giuseppe Nenci, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2007; Libro VIII. La vittoria di Temistocle. A cura di David Asheri e Aldo Corcella. Traduzione di Augusto Fraschetti, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2010; Libro IX. La battaglia di Platea.
Masaniello
Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io sò pazzo e forze avite raggione vuie: io sò pazze overamente. Ma nunn’è colpa da mea, so state lloro che m’hanno fatto’ascì afforza n’fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta ‘a pazzaria ca tengo ‘ncapa.
Vuie primme eravate munnezza e mò site libbere. Io v’aggio fatto libbere. Ma quanto pò durà sta libbertà? Nu juorno?! Duie juorne?! E già pecché po’ ve vene ‘o suonno e ve jate tutte quante ‘a cuccà. E facite bbuone: nun se pò campà tutta a vita cu na scuppetta ‘mmano. Facite comm’a Masaniello: ascite pazze, redite e vuttateve ‘nterra, ca site pat’ ‘e figlie. Ma si ve vulite tenere ‘a libbertà, nun v’addurmite! Nun pusate ll’arme! ‘O vedite?
read more »
Alexandros Panagulis
Nel trentacinquesimo anniversario della morte di Alekos Panagulis. Zi! zi! zi!
Se per vivere, o Libertà
chiedi come cibo la nostra carne
e per bere
vuoi il nostro sangue e le nostre lacrime
te li daremo
Devi vivere
Dicembre 1971
Il 13 agosto 1968 il poeta e rivoluzionario Alexandros Panagulis, insieme ad altri compagni della «Resistenza greca», mette in scena nei pressi di Varkiza l’attentato al dittatore Georgios Papadopoulos, salito al potere con un colpo di Stato militare, detto “dei colonnelli”, nell’aprile del ’67.
Alexandros (Alekos per gli amici – e per la polizia), nato nel 1939 ad Atene, era il secondogenito di tre fratelli, tutti democratici e antifascisti (il maggiore, Giorgios, fu anch’egli vittima del regime). Dopo essersi laureato in Ingegneria Elettronica al Politecnico nazionale di Atene, Alekos diserta il servizio militare, fonda il gruppo «Resistenza Greca» (movimento politico che i colonnelli non riuscirono mai a smantellare) e si auto-esilia a Cipro, dove per mesi progetta un piano d’azione per sbarazzarsi di Papadopoulos. L’attentato, tuttavia, fallisce: delle due mine che dovevano far saltare in aria la Lincoln blindata del dittatore ellenico ne esplode solo una dopo il passaggio dell’auto blindata.
Berlino, 10 maggio 1933
Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati.Corse al suo scrittoio, alato d’ira
e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando: bruciatemi!Bertold Brecht
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=3Ppe9WBLu_w&bpctr=1368136602]
L’oplita e la nascita dell’arte occidentale della guerra
Da Studia Humanitatis, una rielaborazione della ricognizione di Frediani [Le grandi battaglie dell’Antica Grecia, Roma 2005 (pp. 37 sgg.)] della nascita della falange oplita e dell’arte occidentale della guerra.
Risulta difficile individuare il momento in cui gli atti di eroismo individuale e i duelli «a singolar tenzone» iniziarono ad essere visti non più come l’obiettivo primario di un’azione militare sul campo di battaglia, bensì come ciò che lo comprometteva, ovvero la potenza scaturita da un assalto compatto e coeso di ampie unità tattiche.
Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., si era compiuto il processo in base al quale ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. L’invenzione, d’altronde, fu così devastante da suscitare l’interesse dei governi dell’intero bacino mediterraneo, che diedero allora avvio alla pratica, assai diffusa nei secoli successivi, di valersi di guerrieri greci come mercenari: «uomini di bronzo che provenivano dal mare», ad esempio, prestarono servizio sotto il faraone Psammetico I, nel corso del suo lungo regno, nella seconda metà del VII secolo a.C.
Doveva essersi trattato di un processo piuttosto lungo. Non bastava, infatti, che un clan agrario prima, una città-stato (pólis) poi, orientassero la loro tattica sul campo di battaglia verso azioni più coordinate tra uomini e tra unità, imbrigliando l’aggressività di guerrieri solitamente portati a partire all’attacco da soli o a piccoli gruppi; era anche necessario concepire delle formazioni che obbligassero i combattenti a contare l’uno sull’altro, ed equipaggiarli con armi diverse da quelle di cui avevano fruito fino ad allora, più maneggevoli e compatte. Possiamo asserire, pertanto, che la tattica precedette le nuove tecnologie, piuttosto che il contrario, e che le nuove armi resero più efficace e portarono a un maggior grado di evoluzione un consolidato modo di combattere. Probabilmente nel corso dell’VIII secolo a.C., dunque, fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file; grazie ad essa, ciascun armato poteva prendere prontamente il posto di chi lo precedeva quando questi cadeva, o creare dei ranghi serrati con l’avanzamento negli interstizi tra i commilitoni schierati nella fila precedente, per imprimere una potente forza d’impatto nel momento dell’attacco e contenere qualsiasi spinta in difesa. Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.
Nasceva così l’«oplita» (hoplítēs), ovvero l’«uomo corazzato» anche grazie alla collaborazione dei suoi commilitoni, tutti componenti di una formazione che doveva agire sempre all’unisono e combattere come una singola unità: la «falange» (phálagx), ovvero – nel significato attribuitole dai Greci antichi – la «formazione da battaglia»– anche se noi moderni tendiamo a riferirla solo alle formazioni di fanteria pesante. L’invenzione avrebbe profondamente influenzato l’arte della guerra nei secoli a venire, se si eccettua l’evoluzione manipolare e coortale delle legioni romane e l’avanzamento in ordine sparso delle orde barbariche all’alba del Medioevo: secoli e secoli dopo l’epoca della Grecia classica, i picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo avrebbero seguito i canoni adottati dagli antichi opliti.
Primo Levi, Se questo é un uomo
Dal Centro Internazionale di studi Primo Levi, la pagina dedicata al testo dell’impossibile racconto.
Se questo è un uomo è il primo libro pubblicato da Primo Levi, che lo scrisse dopo essere sopravvissuto al Lager di sterminio di Auschwitz e dopo aver attraversato l’Europa intera in un viaggio di ritorno durato più di otto mesi. Alla fine del testo l’autore indica due luoghi e due date, «Avigliana-Torino, dicembre 1945 – gennaio 1947»: ad Avigliana c’era la sede della fabbrica dove lo avevano appena assunto come chimico, a Torino la casa dov’era nato e dove avrebbe abitato per tutta la sua vita. Levi andò scrivendo quel suo primo libro in qualsiasi ritaglio di tempo disponibile, e quando non scriveva raccontava a voce la propria esperienza a chiunque incontrasse: il raccontare era per lui un bisogno primario come il cibo.
Commenti recenti