Dropout

by gabriella

dropoutI cosiddetti dropout sono studenti rinunciatari che, per diverse ragioni, si sono ritirati dagli Istituti scolastici. Il termine drop-out, infatti, significa “caduti fuori”, e si riferisce appunto a quei ragazzi che “abbandonano”. Per “abbandono scolastico” si intende l’abbandono dell’istruzione e della formazione prima del completamento dell’istruzione secondaria superiore o dei suoi equivalenti nella formazione professionale.

Secondo i dati Eurostat dell’11/04/2013 nel nostro paese il tasso di abbandono scolastico relativo al 2011/2012 è del 17,6%, mentre in Europa la tendenza è in calo con una media del 12,8%, ormai sempre più vicina al 10 per cento indicato dall’Unione Europea come obiettivo da raggiungere entro il 2020 (Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione). La dispersione è un problema molto serio che segnala non soltanto la difficoltà scolastica del minore ma un suo disagio più vasto che riguarda spesso l’ambiente sociale e familiare in cui vive. L‘insuccesso scolastico a sua volta può innestare una serie di conseguenze negative non solo sul presente ma soprattutto sul futuro del ragazzo che non ha competenze e capacità atte a fronteggiare un mercato del lavoro sempre più difficile oltre alla complessità della vita stessa (come sostiene Save the Children ITALIA).

Un drop-out avrà quindi maggiori difficoltà a trovare lavoro, sarà altamente soggetto a demotivazione ed andrà incontro ad una probabilità molto alta di aumentare i propri costi sociali (sanità, welfare, sussidi, incremento dei costi legati alla sicurezza per maggiore tendenza alla micro-criminalita, etc). Se allarghiamo il discorso e lo ragioniamo da un punto di vista di convenienza socio-economica concludiamo “brutalmente” che prevenire la cronicizzazione del fenomeno drop-out ha costi sociali ed economici incredibilmente più bassi della “gestione” sociale degli stessi drop-out nel futuro.

Per comprendere meglio le cause e l’origine del fenomeno della dispersione, una ricerca a cura di Fabiana Codiglioni, professionista nel settore coaching e risorse umane, ha esaminato una serie di schede sull’argomento, compilate da docenti impegnati nell’attività dei Centri di Informazione e Consulenza (costituiti nel ‘90 all’interno delle scuole secondarie di secondo grado). La ricerca ha individuato che: lacune nella preparazione di base, scarso orientamento nella scuola secondaria di primo grado, insufficiente motivazione allo studio fin dall’ingresso, scarso sostegno e coinvolgimento delle famiglie alla vita scolastica dello studente, precarietà dell’inserimento nel mondo del lavoro, scarsa continuità didattico educativa tra scuola media di primo e secondo grado, e ristretto livello socioculturale delle famiglie sono fattori determinanti di questa dispersione. La sua tesi è stata confermata da ricerche condotte successivamente che hanno altresì definito l’insuccesso scolastico e la disaffezione alla scuola come fattori predisponenti e favorenti il disagio giovanile. Altre ricerche, condotte dal punto di vista degli studenti, hanno evidenziato come questi stessi dati possano essere letti come indicatore dell’impotenza del sistema di istruzione nel modificare le condizioni di origine.

 

I risultati del questionario sulla dispersione somministrato a studenti e insegnanti del Liceo Pieralli

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Sir Ken Robinson: How to escape education’s death valley

Viene proposta la visione di un filmato dove Sir Ken Robinson, autore inglese, conferenziere e consigliere internazionale sull’educazione per i governi e le istituzioni no-profit, espone una divertente ed appassionante argomentazione su: How to escape education’s death valley. La scelta simbolica della Valle della Morte gli è venuta in mente da una fatto avvenuto nel 2004 quando in poco tempo sono caduti 17 centimetri di pioggia. Nell’anno successivo si è verificato un fenomeno: l’intera Valle della Morte è stata coperta di fiori per un certo periodo. Questo ha provato che la Valle della Morte non è morta, ma addormentata. Sotto la superficie sono sepolti i semi della possibilità che attendono le condizioni adatte per emergere e, per i sistemi organici, se le condizioni sono quelle giuste, la vita è inevitabile. Prendete un’area, una scuola, un quartiere, cambiate le condizioni, date alla gente un diverso senso della possibilità, un panorama di aspettative diverso, una gamma più ampia di opportunità, curate e valorizzate le relazioni tra docenti e allievi, offrite alle persone la facoltà di essere creative e di innovare quello che fanno, e le scuole che prima erano deprivate rinasceranno a nuova vita.

Il discorso di Robinson si apre con il tema dell’ironia. Egli dice di aver sperimentato l’ironia degli americani quando si è imbattuto nella legge “No Child Left Behind”. L’ironia sta nel fatto che in alcune aree del paese, il 60% dei ragazzi abbandona il liceo. Nelle comunità dei nativi americani, si arriva all’80% dei ragazzi. Se dimezziamo quella cifra, si stima che genererebbe un guadagno netto per l’economia degli Stati Uniti di quasi mille miliardi di dollari nel giro di 10 anni. Da un punto di vista economico, questo indica che costa davvero molto assorbire i danni della crisi di abbandono scolastico. Ma la crisi di abbandono è solo la punta dell’iceberg. Non tiene conto di tutti i ragazzi che vanno a scuola ma sono disinteressati, quelli a cui non piace andarci e non ne traggono un reale beneficio. E il motivo non è che non stiamo spendendo abbastanza dato che l’America spende più soldi per l’istruzione di molti altri paesi, le classi sono più piccole rispetto a molti paesi e ci sono centinaia di iniziative ogni anno per cercare di migliorare l’istruzione. Il problema è che tutto sta andando nella direzione sbagliata. Ci sono tre principi sui quali la vita umana prospera e sono contraddetti dalla cultura formativa che molti docenti devono applicare e molti studenti devono sopportare.

1. gli esseri umani sono naturalmente diversi e diversificati

L’istruzione in “No Child Left Behind” non è basata sulla diversità, ma sulla conformità. Quello che le scuole sono incoraggiate a fare è di scoprire cosa possono fare i ragazzi attraverso uno spettro molto ristretto di risultati. Uno degli effetti della legge “No Child Left Behind” è stato quello di limitare l’attenzione sulle cosiddette discipline scientifiche, che sono molto importanti. Il fatto è che esse sono necessarie ma non sono sufficienti. Una educazione efficace deve dare lo stesso peso alle discipline artistiche, umanistiche e corporali. Si stima che in America, attualmente più o meno al 10% dei ragazzi sia stata diagnosticata una qualche forma di “disturbo da deficit di attenzione”. La maggior parte dei bambini non soffre di alcun disturbo psicologico: soffrono d’infanzia.

I ragazzi crescono meglio con un ampio curriculum che onora i loro diversi talenti, non solo una piccola parte. Le arti non sono solo importanti perché migliorano i voti in matematica; sono importanti perché comunicano con aspetti della personalità del bambino che altrimenti rimarrebbero inesplorati. Nel sistema scolastico statunitense le materie più importanti sono le lingue e le scienze matematiche per poi passare alle materie umanistiche ed infine all’arte. Robinson aggiunge che in tutti i sistemi scolastici c’è una gerarchia nelle arti: l’arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste un sistema educativo nel paese che insegni danza ai bambini ogni giorno così come si insegna la matematica. Questo succede perché quando i bambini crescono, noi iniziamo ad educarli progressivamente dalla pancia in su e poi ci focalizziamo sulle loro teste. Il nostro sistema educativo è basato sull’idea di abilità accademiche.

2. la curiosità

Se si riesce ad accendere la scintilla della curiosità in un bambino, imparerà velocemente senza nessuna ulteriore assistenza. I bambini sono allievi naturali e la curiosità è il motore dell’apprendimento. Robinson parla della deprofessionalizzazione degli insegnanti dicendo che sono gli insegnanti ad essere l’anima del successo delle scuole. Ma insegnare è una professione creativa. L’insegnamento, correttamente concepito, non è un sistema di consegna, ma è orientare, stimolare, ispirare, coinvolgere. Alla fine, l’istruzione si occupa di apprendimento. Se non c’è apprendimento, non c’è nemmeno istruzione; perciò lo scopo ultimo dell’istruzione è fare in modo che la gente impari. Il ruolo dell’insegnante è quello di facilitare l’apprendimento ma, purtroppo, la cultura dominante dell’ istruzione si è concentrata non sull’insegnamento e sull’apprendimento, ma sulla valutazione. I test standardizzati hanno il loro peso ma non dovrebbero essere la cultura dominante dell’istruzione: dovrebbero piuttosto fornire una “diagnosi”, dovrebbero aiutare. Tutto questo dovrebbe sostenere l’apprendimento e non ostacolarlo. Al posto della curiosità, quello che abbiamo è una cultura della compiacenza. I nostri ragazzi e i loro insegnanti sono incoraggiati a seguire algoritmi di routine, invece di stimolare il potere dell’immaginazione e la curiosità.

3. la vita umana è intrinsecamente creativa

Egli parte dal presupposto che non abbiamo idea di quello che succederà in futuro ma che l’educazione è una materia alla quale siamo tutti molto interessati perché dovrebbe essere proprio lei a prepararci per questo futuro incerto. E’ molto difficile preparare qualcuno per qualcosa che nemmeno noi conosciamo. Egli dice, però, che i bambini sono incredibili, mostrano delle doti eccezionali di innovazione. Tutti i bambini hanno dei talenti che noi sprechiamo senza pietà. Quindi educazione e creatività: la creatività e importante quanto l’alfabetizzazione, perciò le dovremmo trattare alla pari.

In un altro intervento dello stesso Robinson sul tema della creatività, egli porta ad esempio il fatto di una bambina di 6 anni ad una lezione di disegno, che di solito non stava mai attenta, ma che in quell’occasione sì. L’insegnate, sorpresa, si avvicina e le chiede cosa stia disegnando. La bambina risponde che sta disegnando Dio. Allora la maestra chiede come faccia a disegnare qualcosa di cui nessuno conosce l’aspetto e lei molto spontaneamente risponde che presto tutti sapranno che aspetto ha. Questo dimostra la capacità dei bambini di buttarsi nelle cose che non conoscono; se non sanno qualcosa, ci provano, senza paura di sbagliare. Se non sei preparato a sbagliare non ti verrà mai in mente qualcosa di creativo. Quando si cresce e si diventa adulti si diventa anche terrorizzati all’idea di sbagliare ed è in questo modo che gestiamo le nostre cose, noi stigmatizziamo gli errori e abbiamo sistemi nazionali di istruzione dove gli errori sono la cosa più grave che si possa fare. Il risultato è che si educano le persone escludendo dalla loro capacità creativa. La sua domanda è: perché dunque ci insegnano a non essere creativi?

Il fatto è che l’educazione non è un sistema meccanico, esso è e deve rimanere un sistema umano. Riguarda le persone, persone che vogliono imparare o non vogliono farlo. Ogni studente che abbandona la scuola ha un motivo per farlo. Robinson menziona un incontro a cui è stato di recente a Los Angeles, sui cosiddetti programmi scolastici alternativi. Sono programmi fatti apposta per riportare i giovani a scuola. Presentano alcune caratteristiche comuni: personalizzazione, forte sostegno agli insegnanti, legami con la comunità e un piano di studi ampio e diversificato. Inoltre, spesso, i programmi coinvolgono gli studenti in attività sia fuori che dentro la scuola.

Egli sfida il sistema educativo e propone un radicale ripensamento dell’intero sistema scolastico coltivando appunto la creatività ed i molteplici tipi di intelligenza. Dice Robinson:

«Why don’t we get the best out of people? It’s because we’ve been educated to become good workers, rather than creative thinkers. Students with restless minds and bodies — far from being cultivated for their energy and curiosity — are ignored or even stigmatized, with terrible consequences. We are educating people out of their creativity».

Proseguendo nel discorso, Robinson dice di essersi trasferito dall’Inghilterra in America e parla del sistema scolastico statunitense dove le materie più importanti sono le lingue e le scienze matematiche per poi passare alle materie umanistiche ed infine all’arte. Egli aggiunge che in tutti i sistemi scolastici c’è una gerarchia nelle arti: l’arte e la musica occupano una posizione più alta nelle scuole rispetto a recitazione e danza. Non esiste un sistema educativo nel paese che insegni danza ai bambini ogni giorno così come si insegna la matematica. Questo succede perché quando i bambini crescono, noi iniziamo ad educarli progressivamente dalla pancia in su. E poi ci focalizziamo sulle loro teste. Il nostro sistema educativo è basato sull’idea di abilità accademiche. Tutto il sistema è stato inventato per soddisfare i bisogni dell’industria. Quindi la gerarchia è fondata su due idee: le discipline più utili per il lavoro sono in cima e l’abilità accademica che oggi domina la nostra idea di intelligenza perché le università hanno creato il sistema a loro immagine. Lo scopo ultimo è quindi concentrarsi sull’ammissione all’università. In questo modo, tante persone di talento, creative e brillanti, credono di non esserlo.

Nei prossimi 30 anni, secondo l’UNESCO, si laureeranno più persone al mondo di tutte quello che si sono laureate dall’inizio della storia. Questo è l’impatto della tecnologia e il suo effetto di cambiamento sul lavoro e la demografia e il grande incremento della popolazione. Ad un tratto i titoli di studio non valgono nulla. Oggi giovani con una laurea in tasca spesso sono a casa a giocare con i videogame, perché ti serve la laurea specialistica dove prima ti serviva quella normale e adesso ti serve il PhD per l’altra. È un processo di inflazione accademica. E ci indica che tutta la struttura educativa si sta spostando sotto i nostri piedi.

Dobbiamo ripensare radicalmente la nostra idea di intelligenza. Sappiamo tre cose sull’intelligenza. Anzitutto, che è varia. Pensiamo il mondo in tutti i modi nei quali lo percepiamo. Riflettiamo visualmente, uditivamente, cinesteticamente. Pensiamo in modo astratto, in movimenti. Secondo, l’intelligenza è dinamica. Se guardiamo le interazioni di un cervello umano, come abbiamo sentito ieri da alcune presentazioni, l’intelligenza è meravigliosamente interattiva. Il cervello non è suddiviso in compartimenti. Infatti, la creatività – che io definisco come il processo che porta ad idee originali di valore – si manifesta spesso tramite l’interazione di modi differenti di vedere le cose. E la terza cosa sull’intelligenza è che è distinta. Robinson sta scrivendo un nuovo libro chiamato “Epiphany”, che si basa su una serie di interviste di persone su come hanno scoperto il loro talento. Il libro nasce da una conversazione che ha avuto con Gillian Lynne, coreografa di capolavori come “Cats” e “Phantom of the Opera”. Glillian Lynne gli ha raccontato che quando andava a scuola era davvero senza speranza; la sua scuola scrisse ai genitori dicendo che mostrava problemi di apprendimento. Oggi direbbero che ha la sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Comunque, andò a farsi vedere da uno specialista. La madre raccontò al dottore la situazione presentata dalle insegnanti. Subito dopo il medico si sedette vicino a Gillian e le disse di aspettare lui e sua madre che dovevano allontanarsi dalla stanza per parlare in privato. Ma quando lasciarono la stanza egli accese la radio appoggiata sulla scrivania. Gillian, sola e non vista, cominciò a muoversi con la musica. Il dottore, sorridendo, disse alla madre di portarla semplicemente ad una scuola di danza dove in effetti incontrò gente come lei, gente incapace di stare ferma, gente che si doveva muovere per pensare. Alla fine si è diplomata alla Royal Ballet School ed ha ottenuti tutti quei grandi successi che conosciamo. Se avesse incontrato un medico diverso, meno capace di comprendere a fondo la sua natura ed indole, la sua storia sarebbe stata molto diversa.

insettiIl nostro sistema educativo ha sfruttato le nostre teste come noi abbiamo sfruttato la terra: per strapparle una particolare risorsa. E per il futuro non ci servirà. Dobbiamo ripensare i principi fondamentali sui quali educhiamo i nostri figli. C’è una magnifica citazione di Jonas Salk, disse:

“Se tutti gli insetti scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutta la vita sulla Terra finirebbe. Se tutti gli esseri umani scomparissero dalla Terra, entro 50 anni tutte le forme di vita fiorirebbero”.

E ha ragione. Ciò che TED celebra è il dono dell’immaginazione umana. Dobbiamo fare attenzione ad usare questo dono saggiamente ed evitare alcuni degli scenari dei quali abbiamo parlato. E lo faremo solo se sapremo vedere le nostre capacità creative per la ricchezza che sono e se sapremo vedere i nostri figli per la speranza che sono. Il nostro compito è di educarli nella loro interezza affinché possano affrontare il loro futuro. Forse noi non vedremo questo futuro, ma loro sì. E il nostro compito è di aiutarli a farne qualcosa.

C’è sempre un motivo per cui un ragazzo decide di abbandonare la scuola. Nel nostro paese, sia i Neet che i Dropout diventano popolazione inattiva e pertanto rappresentano un costo. “Non si può rimandare” perché queste categorie hanno bisogno di trovare un risoluzione in tempi brevi. Il numero di Neet e Dropout è sottostimato, dato che le Segreterie scolastiche non vengono sempre informate. Nel corso della scuola dell’obbligo 1/3 degli studenti si perde o meglio, viene perso. Questa specie di “macelleria sociale” deve finire.

 

Mobilità o immobilismo?

I percorsi di vita cambiano perché cambiano le norme culturali che regolano il trasferimento di beni materiali e immateriali tra padri e figli di generazione in generazione.

L’intervento di Silvia Fornari, docente presso l’Università degli Studi di Perugia, andrà ad analizzare il legame esistente tra i dati relativi alla situazione giovanile italiana (drop-out, neet, disoccupazione) e il blocco “dell’ascensore sociale” (l’immobilismo sociale italico). Si proverà così a dare conto di quanto la relazione esistente tra il successo scolastico e le origini socio-economiche degli studenti italiani, sia ancora oggi determinante, forse, più di trent’anni fa, rispetto ai ritardi e agli insuccessi nel percorso di formazione e nel processo di costruzione dell’identità dei futuri giovani-adulti italiani.

La professoressa Fornari distingue subito tre categorie: mobili, immobili, in cammino. Vengono distinte tre tipologie di risorse a disposizione dei figli: culturali (livello di istruzione dei genitori e livello dei consumi culturali in famiglia), economiche (ricchezza in senso stretto) e sociali (la rete sociale in cui la famiglia è inserita). Ogni individuo, sulla base delle risorse familiari, avvia un percorso di istruzione e formazione, accedono al mercato della lavoro e alla classe sociale destinata loro.

La società in cui viviamo, una società moderna, ci spinge a muoverci con una certa velocità e a costruire il nostro futuro. Quindi dovremmo supporre che essa stessa ci fornisca i mezzi essendo una società delle opportunità e possibilità. Questo è stato vero per alcuni anni, oggi non è più possibile pensarla in questi termini. In base ai dati ISTAT l’Italia è un paese fermo, non ci viene permesso di cambiare la nostra posizione sociale. Dopo la seconda guerra mondiale, il nostro paese ha goduto di uno straordinario boom sia economico che sociale. Tutti i settori crescevano. Negli anni ’70 la mobilità sociale mostrava tutti i fattori positivi.

ALMALAUREA ha condotto un’indagine in cui si esamina la condizione occupazionale di coloro che si sono laureati negli anni 2009, 2011 e 2012, intervistati a 1, 3, 5 anni dal conseguimento del titolo. La recessione ha provocato minori possibilità occupazionali ed ha innescato fenomeni di polarizzazione. Le economie che hanno meglio retto l’impatto della recessione hanno assorbito laureati provenienti da altri territori e paesi. Ne è scaturito un aumento della mobilità territoriale dei laureati italiani che ha rafforzato i fenomeni di brain drain con esiti negativi a lungo termine, causati dalla riduzione del potenziale di crescita del nostro Paese e soprattutto del Mezzogiorno. Le diseguaglianze sociali nell’accesso all’Università trovano spiegazione anche nella limitata mobilità sociale nel mercato del lavoro rilevata attraverso l’indagine sulla Condizione occupazionale. La ridotta mobilità sociale, oltre ad avere effetti negativi sulla capacità di valorizzare il capitale umano, retroagisce sulle scelte di istruzione dei gruppi sociali “svantaggiati”, ingessando ulteriormente la struttura sociale. Ancora oggi nel nostro Paese l’accesso all’università rimane appannaggio delle classi medio-alte. In base ai dati CENSIS abbiamo 18,1% studenti appartenenti alla borghesia contro il 4,1% di studenti figli di operai.

Un discorso aggiuntivo va fatto sulla condizione delle donne, che devono affrontare una serie di ostacoli preliminari anche solo per poter provare ad investire le loro risorse e le loro capacità in un’aspirazione di scalata sociale. Sembra di essere tornati all’epoca di Jane Austen in cui il wedding market era l’unica via per poter fare il salto sociale. Le donne che cercano occupazione sono molte nelle classi più basse e la maggio parte finisce per rimanere in casa, rinunciando ad una realizzazione che prenda corpo al di fuori delle mura domestiche.

Le ragioni di questo immobilismo generale possono essere così sintetizzati: mancanza di meccanismi di mobilità; forte presenza della classe dei piccoli imprenditori; assenza degli altri meccanismi di natura ideale, basati su formazione conoscenza; presenza delle logiche familistiche e molte incrostazioni corporative.

Qui siamo di fronte ad un blocco sociale. L’economia è nelle mani degli anziani. Le nostre politiche sociali dovrebbero intervenire subito anche per trovare soluzione al blocco del modo di pensare al futuro. In Italia si è smesso di pensare al futuro e non si investe nella scuola rendendo così infattibile il salto sociale.

Cosa sappiamo dei Neet e dei Dropout: una micro-indagine conoscitiva condotta con gli studenti di scienze dell’educazione e scienze formazione primaria. A cura di Marco Bartolucci (Università di Perugia).

Chi sono i Neet? Chi sono i Dropout? Che cosa significano questi acronimi, etichette, metafore? Quali sono le reali conoscenze che le persone comuni hanno su queste categorie, quali sono le caratteristiche attraverso le quali vengono rappresentati? Quali pregiudizi? Quali stereotipi li riguardano? L’indagine è stata svolta grazie alla collaborazione degli studenti di scienze dell’educazione e scienze della formazione primaria ed è stato possibile raccogliere più di tremila risposte ad un questionario somministrato online. Il questionario si compone di 10 items a risposta multipla tesi ad indagare le conoscenze relative dei neet e drop-out e di 4 items in scala tesi a valutare la percezione relativa alle cause ed effetti connessi ai due fenomeni.

I dati relativi al titolo di studio, alla professione ed all’età ha permesso di dividere gli intervistati in diversi gruppi di analisi. Alla domanda su chi sono i drop-out la maggior parte risponde che si tratta di ragazzi che hanno interrotto un percorso di istruzione senza terminarlo. Poi si chiede quale sia la percentuale (5%,15%,20%,25%,30%,35%) dei drop-out in Italia. In questo caso troviamo risposte diverse che oscillano tra il 15% e il 30% mostrando un pessimismo generale degli intervistati. Le stesse domande vengono poste per la categoria neet ed anche in questo caso la maggior parte risponde correttamente. I dati sulle percentuali in Italia mostrano anche in questo caso una tendenza pessimistica. Per i drop-out, e qui ci sarebbe da discutere non poco, si ritiene che essi siano per la maggioranza maschi mentre per i neet si rileva un rapporto di 1:2.

A quale livello sociale è possibile intervenire per sanare il problema? La risposta è senz’altro a livello sociale e poi secondariamente a livello scolastico. Nel nostro Paese non c’è una conoscenza chiara del problema e si pensa erroneamente che la situazione sia comune sia a livello mondiale che europeo. Questo potrebbe essere più vero per la categoria neet ma non per l’altra. Ciò è indice di poca conoscenza in materia dato che ci sono alcuni paesi, ad esempio in Europa, che hanno impatto drop-out pari a zero.

Gli intervistati rispondono negativamente alla domanda che chiedeva se in Italia ci fossero politiche di intervento per risolvere queste problematiche. Essi sono d’accordo nel ritenere che i neet rappresentino un costo sociale elevato. Altre domande del questionario online interrogavano: “L’educazione impartita dai genitori influenza il fenomeno drop-out?”; “Le bocciature favoriscono l’incremento dei drop-out?”; “Il grado di istruzione dei genitori influenza il fenomeno dei neet?”.

La relazione tra bocciature e abbandoni. A cura di Chiara Bellucci (Università di Perugia).

All’interno del seminario, a questo punto della discussione, è stato inserito l’intervento di Chiara Bellocci, a mio modesto parere molto interessante e che ha meglio chiarito la questione. L’intervento si è sviluppato sui seguenti interrogativi: Quali sono i fattori che influiscono sulla decisione di abbandonare i propri studi? Quanto la scuola, attraverso le sue pratiche quotidiane e tradizionali, riesce a “contenere” il fenomeno dell’abbandono? La ripetenza è ancora attuale? Secondo l’OCSE le bocciature determinano un danno non soltanto individuale ma collettivo, in relazione ai costi sociali ed economici che determinano.

Sono state individuate varie cause che provocano la dispersione scolastica. Le prime sono le cause oggettive. I ragazzi che dimostrano possedere una buona percezione delle proprie skills denotano una maggiore autostima e una maggiore motivazione allo studio. In questo senso sono meno portati ad abbandonare gli studi. Di seguito troviamo le cause socio-culturali. In un’indagine del 2003 condotta su un campione di 1637 ragazzi in Norvegia e negli Stati Uniti si è riscontrato che i ragazzi con genitori aventi un basso livello di istruzione hanno maggiori probabilità di abbandonare i propri studi. In un’indagine del 2005 su un campione di 1511 ragazzi è stata rilevata che la minore scolarità delle famiglia è direttamente connessa alla minore motivazione allo studio e la volontà di distinguersi dello studente. Per le cause socio-economiche si è preso come riferimento un’indagine del 2011 a cura di Bradley e Renzulli su un campione di 5130 studenti. Per quanto riguarda i ragazzi drop-out è stato rilevato che lo status socioeconomico della famiglia ha influenzato profondamente la loro decisione. Un’indagine del 2010 a cura di Sabates et al. condotta in Tanzania e Ghana ha rilevato che ragazzi emarginati o più svantaggiati economicamente sono più a rischio di abbandono scolastico. Infine ci sono le cause scolastiche. Le cause principali di abbandono scolastico, in base a due indagini svolte rispettivamente nel 2012 da Bayhan e Dalgiҫ e nel 2011 da Trinchero e Tordini, sono da imputarsi al non gradimento delle discipline studiate, all’insuccesso scolastico e allo scarso rapporto con i docenti. Molti ragazzi percepiscono in modo negativo il rapporto con i propri docenti, questo genera in loro un disagio che può sfociare in dispersione.

In base a questi dati e questi fattori si è considerata la questione della bocciatura. Essa comporta dei costi elevati. In base ai dati dell’OCSE essi si attestano dal 10% al 12% della spesa totale per l’istruzione in Beglio, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo e dal 5% al 10% della spesa totale per l’istruzione in Brasile, Germania e Italia. La bocciatura e le ripetenze provocano in generale un basso rendimento, comportano l’alienazione e il rischio di abbandono degli studi. Un rapporto dell’OCSE del 2013 su 470.000 soggetti avvalora questa tesi: i ragazzi bocciati mostrano un rendimento scolastico inferiore e una visione più negativa della scuola, mentre quelli promossi mostrano un rendimento scolastico maggiore ed una visione più positiva della scuola.

Un’altra indagine OCSE (2014), “Are disadvantaged students more likely to repeat grades?”, mostra che gli studenti svantaggiati dal punto di vista socio-economico hanno una probabilità maggiore di 1,5 volte di essere bocciati; il 12% degli studenti quindicenni nei paesi OCSE è stato bocciato almeno una volta e questo dato in Italia si attesta al 17,1%.

Attraverso un’indagine sulla relazione tra ripetenze e abbandoni all’interno del territorio eugubino sono stati verificati i dati e le proiezioni OCSE. L’obiettivo è quello di verificare se la bocciatura influenzi in qualche modo l’abbandono scolastico, ipotizzando che vi sia una significativa relazione tra ripetenze e abbandoni. Gli strumenti utilizzati sono stati sia i dati di archivio relativi agli ultimi dieci anni di scuola sia ottanta interviste strutturate. Il campione su cui è stata condotta l’indagine si componeva di 30 studenti bocciati, alcuni dei quali hanno abbandonato la scuola, 30 studenti ad alto rendimento scolastico e 20 docenti. Le scuole di riferimento sono il Liceo Giuseppe Mazzantini e l’ITIS Cassata Gattapone. I risultati sono che, nel corso dei dieci anni scolastici, la bocciatura ha influenzato uno studente su due in entrambi gli istituti.

Si è chiesto ai ragazzi ad alto rendimento se la bocciatura potesse essere utile: il 47% ha risposto che essa può stimolare, demotivare o lasciare indifferenti; il 37% ha risposto che la bocciatura motiva gli studenti a studiare e impegnarsi maggiormente; il 13% ha risposto che la bocciatura demotiva e demoralizza. La stessa domanda è stata posta agli studenti bocciati, alcuni dei quali hanno abbandonato la scuola: il 50% ha risposto che la bocciatura è stata uno stimolo; il 20% che è stata dapprima demotivante ma poi si è rivelata uno stimolo; il 30% ha detto che la bocciatura è stata demotivante e i suoi effetti negativi. Dei docenti intervistati, il 70% si è rivelato favorevole alla bocciatura, di questi: il 25% la definisce stimolante; il 45% sostiene che essa possa avere effetti positivi e negativi. Il 30% dei docenti si è dichiarato, invece, contrario alla bocciatura, di questi: il 10% la definisce non stimolante e il 20% sostiene che in alcuni casi risulta inevitabile. La tentazione di levarsi di torno gli studenti con maggiori difficoltà c’è, ma la scuola non sarebbe più scuola. Un ospedale che cura i sani e respinge i malati.

Pratiche innovative di work placed learning per prevenire la dispersione: primi risultati di una sperimentazione in Mugello. A cura di Giulia Lucchesi (Università di Firenze).

Nella Provincia di Firenze, gli ultimi dati riferiti al 2014 mostravano un picco di dispersione nel passaggio tra la scuola secondaria di primo grado e quella di secondo grado. La sperimentazione presentata faceva parte di un progetto più ampio che, nel periodo aprile 2014 – dicembre 2015, ha coinvolto le varie Istituzioni scolastiche del Mugello impegnate in una serie di azioni, fra loro integrate, con finalità rivolte alla riduzione dell’insuccesso, dell’abbandono scolastico e delle situazioni di disagio e al miglioramento dell’accoglienza e dell’integrazione scolastica di alunni stranieri e diversamente abili. In particolare saranno presentati i risultati relativi ad un progetto attivato tra i due ordini di scuola secondaria che ha messo in moto processi virtuosi di continuità docente con scambi informativi, di strategie metodologiche e di interdisciplinarietà tra docenti di italiano, matematica e inglese della scuola secondaria di 1° e 2° grado. Il progetto, finanziato dal Miur, aveva come obiettivo principale quello di pianificare strategie metodologiche comuni ai due ordini scolastici per prevenire il disagio scolastico e la conseguente possibile dispersione nel passaggio. La finalità auspicata è la costituzione di un tavolo permanente territoriale sulla dispersione che riunisca i diversi soggetti locali impegnati per la definizione di un modello territoriale di prevenzione e d’intervento contro la dispersione scolastica.

L’Università in particolare ha coordinato il tutto proponendo una formazione sul campo con attività di workplace learning (action learning e continuing professional development). Tali azioni di formazione hanno sostenuto la riflessività sull’azione e l’approfondimento di specifiche tematiche (definizione del curricolo verticale, condivisione di metodologie e criteri di valutazione).

Ha svolto inoltre un monitoraggio sistematico, valutazione e formalizzazione delle azioni del progetto per la definizione di un modello territoriale per il contrasto al drop out.

La trasferibilità del progetto viene definita sia in senso orizzontale col trasferimento degli elementi del modello territoriale sperimentato in Mugello in altri territori con caratteristiche simili, sia in senso verticale, in termini di trasferibilità nel tempo con garanzia quindi di sistematicità e continuità delle metodologie di lavoro e delle procedure sperimentate attraverso la realizzazione del progetto.

Il territorio del Mugello, già dal 2003, ha avviato la costruzione di un Sistema Formativo Integrato (SFI) in materia di educazione, istruzione, orientamento, formazione professionale e lavoro. L’assunto di base è che lo sviluppo locale, globalmente inteso, ha la sua chiave di volta nella formazione che garantisca la diffusione di sapere e conoscenza elementi indispensabili per la competitività del territorio.

È sulla formazione, quindi, che si intende continuare a progettare le azioni e pianificare gli interventi nell’ottica del coinvolgimento di tutti gli attori territoriali ognuno secondo le proprie competenze per rispondere alla domanda di occupazione dei giovani in tempi di crisi economica.

Le scuole coinvolte sono state tre secondarie di 1° grado e due secondarie di 2° grado con vari indirizzi di studio tutte nel territorio del Mugello perché zona ad altissima dispersione scolastica. Gli insegnanti coinvolti sono stati 18 di cui 9 del 1° grado e 9 del I2° grado equamente distribuiti tra lettere (di cui 3 docenti del 1°grado e 3 del 2° grado), matematica (di cui 3 docenti del 1°grado e 3 del 2°grado) e di inglese (di cui 3 docenti del 1° grado e 3 del 2° grado).

Nei mesi da aprile a giugno 2014 sono state effettuate compresenze nelle classi terze della scuola media per un totale di 6 ore in cui i docenti delle superiori hanno svolto osservazioni durante le lezioni tenute dai colleghi del I grado. Al rientro dalla pausa estiva, quando i ragazzi delle terze sono arrivati alle superiori, sono stati i docenti della secondaria di 1° grado che hanno svolto osservazioni nelle classi prime delle due scuole superiori cercando, dove possibile, di scambiarsi col collega affidato loro in precedenza. Sono inoltre state svolte dodici osservazioni da una ricercatrice del Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia dell’Università di Firenze sia alle medie, sia alle superiori. Periodicamente si sono tenuti incontri per fare le verifiche intermedie del lavoro e progettare le azioni successive.

Nel periodo di osservazione in classe aprile-giugno e ottobre-dicembre si è rilevato: la disposizione dei banchi frontale classica; lezioni frontali tranne un’unica attività di gruppo; spesso manca il setting d’aula, ci sono continue interruzioni di custodi per avvisi o recapito materiale per alunni, docenti di sostegno che entrano ed escono con gli alunni certificati, altri docenti che chiedono o devono prendere qualcosa in aula, ci sono uscite; il timing delle lezioni non è sempre strutturato per cui le attività previste durante l’ora di lezioni non sono sempre equamente calibrate.

Alcuni docenti impostano una relazione ‘simpatica’ coi ragazzi; in questi casi si genera più familiarità di relazioni, ma più confusione anche durante le verifiche in classe. In altre situazioni in cui si è osservata una relazione più ‘empatica’ (rigorosa, ma non per questo meno comunicativa), il clima è sempre familiare, ma durante le verifiche c’è più silenzio e autonomia di lavoro.

Per quanto concerne i guadagni formativi i docenti hanno evidenziato che l’attività è stata occasione di riflessione per: qualche aspetto della didattica (18/18); su modalità di gestione della classe (15/18); su metodi e tecniche (11/18); per favorire la maggiore conoscenza e comunicazione tra ordini di scuola (17/18); per favorire la messa a punto di un sistema di orientamento e accoglienza e cercare di prevenire la dispersione (18/18).

La sperimentazione ha tuttavia fatto emergere alcune criticità: difficoltà della ricercatrice ad organizzare le osservazioni nelle classi per mancanza di informazioni relative alle date e agli orari di svolgimento delle compresenze; i docenti che hanno partecipato sono quelli che generalmente partecipano a formazioni e progetti sperimentali e che quindi sono più disponibili a mettersi in gioco e motivarsi alle iniziative proposte; i docenti hanno evidenziato che le compresenze sono state insufficienti per approfondire il lavoro; 6 docenti ì su 18 da un anno scolastico all’altro sono cambiati per cui non hanno potuto partecipare al progetto nel suo complesso e le ricadute sono state ovviamente parziali; è mancato un momento finale di rielaborazione con i docenti partecipanti e i Dirigenti scolastici.

Una strategia per migliorare la motivazione allo studio nella pratica scolastica quotidiana può avvenire solo a livello di sinergie e scambio. Gli studenti devono essere aiutati ad essere più consapevoli delle loro aspettative, dei loro obiettivi a breve e lungo termine e del loro stile di apprendimento.

Uguali diritti all’apprendimento? Intervento del Professor Federico Batini (Università di Perugia).

Destino o costruzione individuale del proprio futuro? Come si colloca, nell’Italia di oggi, il diritto all’apprendimento? Risultano uguali le opportunità per chi proviene da una famiglia culturalmente stimolante o meno? Risultano uguali le opportunità per chi ha mezzi economici inferiori agli altri? Il diritto all’apprendimento è una formula vuota o è realtà? Quali proposte per i Dropout? Quali progetti in corso per i Neet? Questi sono gli interrogativi che emergono facendo le somme di quanto detto durante gli interventi. Il Professor Batini, nel suo intervento conclusivo, cuce tutti i discorsi.

Il sistema scolastico va rapportato alle esigenze attuali. Bisogna porre un freno alla tendenza con la quale si sente molti dire che la scuola non serve a niente. Ma è realmente possibile fare qualcosa? La dispersione scolastica, con la prematura uscita degli studenti dal sistema scolastico, è un fenomeno che, se non efficacemente contrastato, potrebbe avere, nel medio-lungo periodo, conseguenze nello sviluppo del sistema Paese determinando un impoverimento del capitale umano. Si stanno tentando diverse strade e si stanno verificando una serie di protocolli. Da Gubbio parte un processo di durata quinquennale che coinvolgerà i ragazzi come soggetti attivi per vedere se questo coinvolgimento ha effetti sul loro interesse.

Bisogna guardare ai Paesi che funzionano. Pensiamo ad esempio alla Finlandia. Venti anni fa questo Paese si collocava tra i peggiori, oggi la situazione è totalmente diversa perché sono state fatte delle scelte giuste. Distinguiamo tra insegnamento (ragioniamo sui contenuti) e apprendimento (ragioniamo su obiettivi e attività). In Finlandia si lavora sulla transdisciplinarità. Un approccio transdisciplinare non è solo utile per affrontare e meglio risolvere problemi cruciali “già noti”. Esso, infatti, consente di far emergere nuovi problemi, in quanto alcune tematiche non sono nemmeno individuabili a causa dell’assenza di un’adeguata struttura di conoscenza. A questo proposito, la transdisciplinarità aiuta ad affrontare la complessità del reale, attraverso la generazione di nuove metafore per comunicare pensieri e per incrementare la conoscenza. La transdisciplinarità quindi apre lo sguardo e allarga le prospettive di indagine in quanto, per migliorare la comprensione, utilizza concetti che non appartengono a una singola disciplina. La transdisciplinarità è lo spazio intellettuale in cui può essere esplorata e svelata la natura dei legami tra i molteplici domini di conoscenza.

Bisogna cambiare l’atteggiamento verso il sapere. Gli studenti devono essere più coinvolti e attivi in tutti i processi. Bisogna connettere i saperi alle competenze chiave. Ragionare non solo sui ragazzi ma sulla famiglia. Dobbiamo investire sula formazione così da incrementare le possibilità. La formazione ci permette anche di gestire quelle pratiche legate alla quotidianità che ci possono metter in difficoltà (decifrare una cartella di Equitalia, leggere un bolletta, un documento).

La regione Toscana ha deciso di stanziare dei fondi per sanare il problema “Neet” varando approcci differenti. Sono partiti due progetti, uno a Grosseto ed uno a Lucca. Un dato comune ad entrambi è la difficoltà in primis di individuazione e poi di entrare in relazione con i Neet. Difficilmente essi, proprio in virtù della loro inattività, rispondono a strumenti comunicativi, non partecipano. Il 75% risulta poi essere inaffidabile. Bisogna dunque inventarsi delle attività. La riattivazione, l’inserimento e la formazione hanno dato finora buoni risultati. La difficoltà rimane il tramite cui raggiungere queste persone; si è verificato che i canali consueti (conferenze stampa, volantini, mail, biglietti da visita, ecc.) non sono efficaci. Il contatto diretto tramite Parrocchie, Associazioni e famiglie ha raggiunto il 70%. Se si considera la caratteristica dei Neet non è difficile capire perché non rispondano ai canali normali dato il loro carattere di alienazione.

Si parla di marginalità a livello sociale, in questo rientra a pieno titolo la categoria dei rom. Il livello socioeconomico è basso. I ragazzi sono stati sottoposti ad alcune prove dalle quale si è evinto che il livello di competenze del singolo spesso non coincide con la valutazione scolastica. La condotta incide, erroneamente, sulla valutazione. Le attività sviluppate da questi progetti sono prevalentemente di orientamento. Vengono creati dei percorsi personalizzati con attività di volontariato per sviluppare competenze e relazioni. Sono stati previsti laboratori di breve durata per sviluppare competenze trasversali. Si è deciso di lavorare con i Neet come se fossero delle eccellenze.

pinocchioCitazione da “Pinocchio”:

“Lí non vi sono scuole: lí non vi sono maestri: lí non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedí non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedí e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…”.

L’Italia è un po’ il paese dei balocchi. Nella fascia di età tra i 55 e i 65 anni due adulti su tre non hanno raggiunto un titolo secondario di secondo grado. Più di un adulto su quattro non ha titoli superiori alla licenza media contro la media OCSE di 1/8. In Italia 1/20 possiede un livello di quarto e quinto grado di competenza alfabetica contro la media OCSE di 1/8. Il nostro Paese non riesce ad occupare gli adulti competenti. 1/4 tra 16/65 anni non usa le tecnologie. Il nostro Paese non dà la possibilità di cambiare il proprio livello sociale. La scuola italiana è un ospedale che funziona al contrario: cura i sani e manda a casa i malati. L’arretratezza e la disuguaglianza presenti nella scuola italiana scoraggia i più deboli e spinge avanti i più forti. Uno spunto di riflessione che ci fa riflettere sul modo in cui intendiamo la scuola e il valore che dovremmo dare alla formazione.


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